Il chiostro del convento di San Giusto.
Un frate prega innanzi alla tomba di Carlo V,
mentre Don Carlo, Infante di Spagna, ricorda
il primo incontro con l’amata Elisabetta di
Valois, sua promessa sposa, ma ora moglie
del padre Filippo II e regina di Spagna (Aria:
Io la vidi e il suo sorriso). All’apparire di Rodrigo, marchese di Posa – che, di ritorno dalle
Fiandre, annuncia la sollevazione di quella
regione vessata dalla corona spagnola – Carlo ha un moto di gioia. Egli può confidare il
proprio amore per Elisabetta all’amico che,
pronto a soccorrerlo, gli ingiunge di dimenticare i propri affanni, recandosi nelle Fiandre
per placare le persecuzioni religiose. Al termine del colloquio, Carlo e Rodrigo giurano
reciproca amicizia, mentre il re e la regina attraversano il chiostro per entrare nel convento
(Duetto: Dio, che nell’alma infondere).
Un sito ridente alle porte del chiostro di San Giusto.
Le dame di corte attendono la regina, mentre
la principessa d’Eboli intona una canzone, accompagnata dal paggio Tebaldo (Aria: Nel
giardin del bello). Al suo arrivo, Elisabetta incontra il marchese di Posa
dalle cui mani riceve una lettera inviatale dalla madre e – nascostamente – un biglietto in cui Carlo la prega di
affidarsi a Rodrigo. Questi la invita a incontrare il figlio e a perorarne la causa presso il re
(Aria: Carlo, ch’è sol). Eboli, a sua volta, crede
di riconoscere nell’agitato stato d’animo di
Carlo – che ella segretamente ama – una prova
d’amore nei suoi confronti. Introdotto al cospetto della regina, il giovane chiede a Elisabetta di intercedere presso il re affinché gli
conceda di partire per le Fiandre. Ma ben presto il dialogo si muta in una dichiarazione d’amore, interrotta da Elisabetta che ricorda a
Carlo l’impossibilità di realizzare la loro unione (Duetto: Perduto ben,
mio sol tesor). Il giovane si allontana disperato, mentre la regina –
rimasta sola – implora l’aiuto divino. Sopraggiunge il re, che, trovata la consorte
senza il seguito reale, condanna all’esilio la contessa d’Aremberg, rea di essersi
allontanata dalla sovrana. La partenza della dama è salutata dalle
dolci parole di Elisabetta (Aria: Non pianger,
mia compagna). Filippo ingiunge al marchese
di Posa di trattenersi con lui. Restati soli, Rodrigo narra al sovrano la triste condizione in
cui versano le Fiandre e lo invita a concedere
l’autonomia a quei territori. Il monarca non
accoglie tale richiesta, ma – dopo avergli ricordato il terribile potere del Grande Inquisitore
– rivela al marchese le proprie pene: egli è conscio del sentimento che lega Carlo a Elisabetta
e incarica Rodrigo di sorvegliare la giovane
coppia. Il marchese accoglie con gioia la proposta del re che lo congeda, dopo averlo messo
nuovamente in guardia contro il Grande Inquisitore (Duetto: O signor, di Fiandra arrivo).
I giardini della regina a Madrid.
Al ballo della Regina, l’affaticata Elisabetta
chiede a Eboli di prendere il suo posto, indossando il suo manto, i gioielli e la maschera.
Eboli, travestita da Regina, consegna a un
paggio un biglietto galante per Carlo.
Carlo, ingannato da un biglietto che lo invita a
un appuntamento notturno, si prepara a un
convegno amoroso con Elisabetta. Appare, invece – con il volto velato – la principessa
d’Eboli, alla quale egli dichiara il proprio amore
(Duetto: Se tu, bella adorata). Quando il giovane si accorge dell’equivoco, non riesce, tuttavia,
a celare un moto di stupore. Eboli, comprende,
allora, il segreto rapporto che lega Carlo alla
regina e – folle di gelosia – giura di vendicarsi.
A nulla vale l’intervento di Rodrigo che cerca
di giustificare l’amico e minaccia di morte Eboli, per imporle il silenzio (Terzetto:
Al mio furor sfuggite invano). Il marchese di Posa invita,
quindi, Carlo a consegnargli i documenti provenienti dalle Fiandre, che tiene presso di sé.
Una gran piazza innanzi Nostra Donna d’Atocha.
Il popolo canta la propria gioia, mentre i frati
conducono al rogo di condannati dal Santo
Uffizio (Coro: Spuntato ecco il dì d’esultanza).
Dopo l’ingresso della corte, un gruppo di
fiamminghi – guidati da Carlo – si getta ai
piedi del sovrano, invocando giustizia per la
propria patria. Filippo rifiuta di ascoltarli e
dà ordine di allontanare i ribelli (Concertato:
Sire, no, l’ora estrema). Carlo, allora, dopo
avere vanamente richiesto al padre il permesso di recarsi nelle Fiandre, sguainando la
spada, si schiera al fianco del popolo fiammingo. Il sovrano risponde all’affronto
ordinando di disarmare il figlio che nessuno osa
avvicinare. Solo l’intervento di Rodrigo evita
lo scontro diretto: egli toglie la spada all’Infante e la porge al re. Il corteo riprende il suo
cammino per assistere al supplizio degli eretici, mentre una voce dal cielo invoca la pace
eterna.
Il gabinetto del re a Madrid.
Filippo medita sulle difficoltà della vita di un
sovrano (Aria: Dormirò sol nel manto mio
regal). Egli richiede, inoltre, una punizione
per il figlio al Grande Inquisitore che, a sua
volta, propone una condanna per Rodrigo,
colpevole della ribellione di Carlo. Ma il sovrano si oppone a tale risoluzione e – dopo
un duro scontro – resta nuovamente solo.
Giunge Elisabetta che denuncia la scomparsa
di uno scrigno – consegnato, a sua insaputa,
dalla principessa d’Eboli al re – dove è custodito un ritratto di Carlo. Invano la regina
proclama la propria onestà allo sposo che la
accusa di adulterio. Sopraggiungono Eboli,
lacerata dai rimorsi, e Rodrigo, che comprende di poter salvare Carlo solo sacrificando la
propria vita (Quartetto: Ah! sii maledetto, sospetto fatale).
La principessa confessa le proprie colpe alla regina che le ordina di lasciare
la corte. Eboli deplora gli effetti della sua
bellezza e si promette di salvare Carlo dal
pericolo che lo minaccia (Aria: O don fatale, o don crudel).
La prigione di Don Carlo
Rodrigo annuncia a Carlo – rinchiuso dal padre in una prigione – che presto sarà libero:
per scagionarlo da ogni colpa, egli si è fatto
trovare in possesso dei documenti che l’Infante gli aveva affidato (Aria: Per me giunto è
il dì supremo). Un colpo d’archibugio, colpisce alle spalle Rodrigo, il quale,
morendo, annuncia a Carlo il prossimo incontro con Elisabetta nel convento
di San Giusto e gli raccomanda la causa fiamminga. Filippo, giunto
nel carcere per liberare il figlio, viene da questi accusato dell’uccisione di Rodrigo. Carlo
afferma inoltre che Rodrigo si è sacrificato
per lui. Anche Filippo piange la morte dell’amico Rodrigo, rimpiangendone la fiera
nobiltà d’animo, mentre gli astanti sono indignati per gli orrori del regno di Spagna.
Il popolo, inneggiando all’Infante, irrompe nella
prigione. Solo l’improvvisa apparizione del
Grande Inquisitore riesce a domare la rabbia
del popolo che si inginocchia dinnanzi al sovrano.
Il chiostro del convento di San Giusto.
Elisabetta evoca le gioie della fanciullezza e
il suo amore per Carlo (Aria: Tu che le vanità
conoscesti del mondo). Nuovamente insieme,
i due amanti si scambiano l’ultimo addio:
l’Infante lascerà la Spagna e si recherà nelle Fiandre dove combatterà per la libertà
(Duetto: Ma lassù ci vedremo). Ma il congedo
è interrotto dall’irrompere di Filippo, del
Grande Inquisitore e delle guardie del Santo
Uffizio. Quando Carlo sta per essere tratto in
arresto, appare Carlo V che – fra il terrore
dei presenti – afferra il nipote e lo trascina
con sé.
Decidendo di mettere in scena il poema drammatico Don Carlos, Infant von Spanien di Friedrich Schiller, Verdi tornava a un amore di lunga data: era infatti la quarta volta – dopo Giovanna d’Arco, I masnadieri e Luisa Miller – che si accostava a un lavoro del drammaturgo tedesco per metterlo in musica. Nel dramma schilleriano, ambientato nella Spagna del XVI secolo, Verdi rintracciava una tesi di fondo di natura etica e ideologica, che condivideva profondamente e dalla quale si sentiva attratto: l’idea che l’assolutismo e la ragione di stato (qui incarnati dal re di Spagna Filippo II) siano inconciliabili sia con le inclinazioni personali sia con l’aspirazione alla libertà dei popoli (di cui si fa portavoce Rodrigo, il marchese di Posa). Il contrasto politico, dal quale si sprigiona una grande forza drammatica, è dunque uno dei grandi temi di fondo dell’opera verdiana. Altrettanto intrigante doveva essere, per il compositore, il motivo dell’amore tra la regina e l’Infante, impossibile per ragioni politiche e causa della loro personale tragedia. Verdi, infine, doveva sentirsi attratto da un altro motivo ancora, quello della nobile e disinteressata amicizia tra Carlo e Rodrigo, che si vena di motivazioni patriottiche nel momento in cui il secondo conquista il primo alla causa del popolo fiammingo. Verdi si mantenne sostanzialmente fedele allo spirito del denso dramma di Schiller e ne trasse, dopo averlo meditato a lungo, una delle sue partiture più monumentali.
Don Carlos, il cui libretto fu steso in lingua francese da François-Joseph Méry e Camille Du Locle, fu preparato per l’Opéra di Parigi, dove andò in scena l’11 marzo 1867. Del massimo teatro parigino, Verdi aveva già avuto esperienza diretta: nel 1855, scrivendo e facendovi rappresentare Les vêpres siciliennes, si era familiarizzato con quel complesso sistema teatrale e con il grand opéra di ampie dimensioni. Verdi fece proprie certe caratteristiche di quel genere, prima fra tutte la propensione alla spettacolarità: dai suoi librettisti pretese, fra l’altro, la grandiosa scena di massa dell’autodafè, di cui non c’è traccia nel modello letterario schilleriano. Ma non accettò supinamente tutte le leggi imposte da quella particolare forma di teatro musicale: per incatenare l’attenzione degli spettatori Verdi fece affidamento, più che sugli aspetti esteriori, sul dramma interiore dei personaggi che agiscono sulla scena. Così facendo, il musicista italiano seguiva la propensione personale a un diverso linguaggio drammatico, che non sempre si conciliava con la grandiosità spettacolare dell’Opéra: al pubblico parigino, Verdi impose quei meccanismi drammatici, concisi e pregnanti, e quella concezione del teatro che già in patria ne avevano decretato il travolgente successo. Dall’opera originale francese, in cinque atti, Verdi ricavò anni dopo una versione italiana dalla quale eliminò, oltre all’atto iniziale, i ballabili; con il titolo Don Carlo, la versione in quattro atti venne presentata alla Scala il 10 gennaio 1884 e rimase – lo è ancor oggi – la più frequentemente rappresentata.
L’opera verdiana fa agire sulla scena una vera galleria di anime inquiete. Al centro sta la figura di Filippo II, re di Spagna e padre di Don Carlo; il soliloquio introspettivo «Ella giammai m’amò», sottolineato dalla dolente melodia del violoncello, traduce l’impotenza del potere reale davanti all’animo umano e restituisce magistralmente tutta la complessità psicologica del personaggio. L’evoluzione della figura di Elisabetta la conduce, dalla grazia sorridente delle sue iniziali inflessioni melodiche, verso un canto spezzato e teso che esprime la sofferenza, l’oppressione dolorosa di un destino che la condanna a un matrimonio senza amore; il momento chiave del personaggio è «Tu che le vanità», un monologo rassegnato ma sereno, dolcemente avviluppato negli arpeggi dei legni. Don Carlo, l’innamorato spinto dalla forza della passione e delle sue giovanili illusioni, mostra la sua evoluzione soprattutto nei tre intensi duetti con Elisabetta, nei quali passa dalla pienezza del sentimento amoroso alla disperazione e poi alla rassegnazione dell’addio. Non meno complesse, né meno sfaccettate, sono le figure della principessa d’Eboli e del marchese di Posa. Sullo sfondo l’atmosfera, opprimente e un po’ morbosa, dell’Inquisizione, che nella sua severità contrasta singolarmente con la fragilità dei sentimenti umani.
Numerose le scene dal grande impatto drammatico. Nella terribile scena del Grande Inquisitore, l’inquietante vecchio obbliga il re a sacrificare suo figlio alla ragione di stato; è lo scontro tra due forti volontà, nel quale si incarna l’eterno scontro tra il potere temporale e l’ecclesiastico. Trascinante il canto delle voci congiunte ed esaltate di Carlo e Rodrigo, che nel loro duetto celebrano, a ritmo di marcia, l’amicizia fraterna. Teso e grandioso il finale del secondo atto, con le voci della folla accorsa all’autodafè, la marcia funebre minacciosa e cupa, la voce mistica che dal cielo promette ai defunti la pace celeste, il colpo di scena dell’arrivo dei deputati fiamminghi, venuti a perorare la loro causa davanti al re. È una grande scena che concentra il conflitto drammatico e sintetizza lo scontro tra le forze negative e positive del dramma.
La musica di Verdi, con somma abilità introspettiva, dà espressione a ogni sfumatura psicologica, a ogni variazione di carattere. Anziché abbandonarsi al tradizionale florilegio melodico dell’opera italiana e incasellare la sua musica nei pezzi chiusi, Verdi impiega un linguaggio moderno, armonie cromatiche e instabili, effetti orchestrali ricchissimi e ricercati, e soprattutto forme fluide e flessibili. L’opera che scaturisce dalla sua fantasia creatrice non si lascia catalogare nelle anguste categorie di un genere, tanto meno in quelle del grand opéra. Forse meno unitaria di altre opere verdiane, in Don Carlo sono però ineguagliate la potenza dello scavo psicologico, la forza drammatica e l’efficacia rappresentativa.
Claudio Toscani