Una piazza di Genova, verso la metà del ’300 – Fervono le lotte fra patrizi e plebei per l’elezionedel nuovo Doge. Un ambizioso plebeo, il filatore Paolo Albiani, confida al popolano Pietro di voler sostenere la candidatura di Simon Boccanegra – un corsaro al servizio della repubblica genovese – nella speranza di poter ottenere da questi poteri e ricchezza. Giunge Simone, angosciato perché da tempo non ha notizie di Maria – la donna amata dalla quale ha avuto una figlia – che il padre Jacopo Fiesco tiene prigioniera nel suo palazzo per impedirle di sposarlo. Paolo convince Simone ad accettare la candidatura (una volta eletto Doge, Fiesco non potrà più negargli Maria) e chiede di essergli vicino nella lotta per la conquista del potere. Uscito Simone, Pietro chiede al popolo di votare per Boccanegra, mentre Paolo addita alla folla l’odiato palazzo signorile dei Fieschi, sempre più cupo da quando Maria non appare più ai balconi e solo il padre si vede errare per le vuote sale. Allontanatisi i popolani, dal palazzo esce sconvolto Jacopo Fiesco: Maria è morta; voci lamentose cantano il suo miserere. Sopraggiunge Simone, ignaro della morte dell’amata, e supplica Fiesco di perdonarlo e concedergli la figlia, ma l’inflessibile patrizio, ora più che mai fermo nel suo odio mortale per il corsaro, fa balenare una speranza di perdono solo se Simone accetterà di affidargli la bambina avuta con Maria. In preda a una profonda angoscia, Boccanegra rivela che la bimba, affidata a un’anziana nutrice sulla costa pisana, è da tempo misteriosamente scomparsa. Ogni speranza di pace tra i due rivali svanisce; Fiesco si allontana e rimane in disparte ad osservare Simone che, esasperato, decide di entrare nel palazzo per cercarvi Maria. Poco dopo giunge il suo grido disperato, al quale si sovrappongono, in un tragico contrasto, lontane voci di esultanza: il popolo acclama il nuovo Doge, Simon Boccanegra.
ATTO PRIMOGiardino dei Grimaldi, fuori Genova. Sono passati venticinque anni – Una giovane donna, Amelia Grimaldi, ricorda confusamente un passato doloroso mentre attende l’arrivo dell’uomo che ama, il nobile Gabriele Adorno, che giunge cantando una canzone d’amore. La fanciulla si dice preoccupata per la vita del giovane, che sa coinvolto in una congiura guelfa contro il Doge plebeo assieme al vegliardo che si prende cura di lei – il nobile Andrea Grimaldi – e a Lorenzino, un plebeo segretamente vendutosi ai patrizi. Giunge Pietro e annuncia che il Doge desidera visitare il palazzo dei Grimaldi. Amelia, turbata, avverte Gabriele che Simone chiederà la sua mano per il favorito, Paolo Albiani, e lo supplica di affrettare le loro nozze. Rimasto solo con Gabriele, Andrea gli rivela l’oscura origine di Amelia, un’orfanella che, raccolta nel convento dove era morta la vera figlia dei Grimaldi, ne ha assunto il nome per salvare il patrimonio della famiglia. I due patrizi si allontanano all’arrivo del Doge, che si rivolge ad Amelia offrendo pace alla sua casata e chiedendole di parlargli di sé. La fanciulla confessa di amare Gabriele ma di essere desiderata dal perfido Paolo, che aspira a impossessarsi delle ricchezze dei Grimaldi, e narra la sua storia di povera trovatella cresciuta in quel di Pisa. Simone, emozionato, la incalza con le sue domande e le mostra un ritratto di Maria, identico a quello che Amelia possiede di sua madre. Commosso per aver ritrovato la figlia perduta, Simone l’abbraccia teneramente e la rassicura: non verrà data in sposa contro la sua volontà. Allontanatasi la fanciulla, Simone ordina a Paolo di rinunciare a lei. Paolo allora, furente per l’ingiunzione del Doge, decide di rapire Amelia con l’aiuto di Pietro e di Lorenzino, che tiene in suo potere essendo a conoscenza del suo tradimento a favore dei patrizi.
Sala del Consiglio – Il Doge chiede il parere dei consiglieri circa la guerra con Venezia: sensibile all’esortazione di pace di Francesco Petrarca, vorrebbe evitarla, ma trova la violenta opposizione di Paolo e dell’assemblea. Dalla piazza giungono i clamori di un tumulto. Simone si affaccia a un balcone e scorge Gabriele Adorno che si difende dalla folla inferocita. Dalla piazza giungono grida contrastanti e Simone ordina di aprire le porte per far entrare i contendenti e ascoltare le loro ragioni. La folla irrompe, trascinando Gabriele e Andrea e chiedendo vendetta per l’assassinio di Lorenzino. Interrogato dal Doge, Gabriele dichiara di averlo ucciso perché aveva tentato di rapire Amelia, su istigazione di «un uom possente». Convinto si tratti del Boccanegra, il giovane patrizio si slancia verso di lui per ucciderlo. Ma viene fermato da Amelia, che si frappone fra lui e il padre, racconta le fasi del rapimento e, fissando Paolo, dice di poterne riconoscere il mandante tra i presenti. Scoppia un tumulto, plebei e patrizi si accusano a vicenda; Simone interviene con parole accorate a placare gli animi, chiedendo pace e concordia per il suo popolo. Gabriele, colpito, si consegna al Doge che, con forza terribile, impone a Paolo di unirsi alla comune esecrazione del vile rapitore, presente in sala. Paolo, inorridito, è costretto a maledire se stesso. Tutti i presenti gridano minacciosamente «Sia maledetto!».
ATTO SECONDOStanza del Doge nel Palazzo Ducale di Genova – Prima di fuggire da Genova, Paolo vuole vendicarsi dell’uomo che un tempo ha fatto salire al trono. Dopo aver versato un veleno nella tazza di Simone, introduce nella stanza Gabriele e Andrea, di cui rivela di conoscere la vera identità e l’odio profondo per il Boccanegra: sotto il nome di Andrea Grimaldi si cela infatti Jacopo Fiesco, da tutti creduto morto da tempo. In nome di quell’odio antico, Paolo chiede a Fiesco di colpire il Doge nel sonno, ma il fiero vecchio rifiuta di compiere un atto così sleale. Paolo non desiste e insinua in Gabriele il sospetto che Amelia si trovi nelle stanze del Doge, vittima delle sue turpi attenzioni. Giunge Amelia e tenta invano di convincere Gabriele della purezza dei sentimenti che la legano a Simone, senza rivelargli però di esserne figlia. All’arrivo di Boccanegra, ella nasconde il giovane sul balcone e implora il padre di concedere a Gabriele, legato alla congiura guelfa, il suo perdono. Simone, perplesso, chiede di rimanere solo. Versa dell’acqua nella tazza, la beve e si assopisce. Gabriele gli si avvicina per ucciderlo, ma ne è impedito dal ritorno di Amelia che, ancora una volta, si frappone e supplica il giovane di riporre il pugnale. Il Doge, risvegliatosi, sfida Gabriele a colpirlo, visto che già gli ha involato il cuore della figlia. Proprio in quel momento si odono voci concitate: i congiurati guelfi stanno assalendo il palazzo. Il Doge incarica Gabriele di comunicare loro le sue proposte di pace e il giovane, commosso, parte, deciso a tornare – se non verrà ascoltato – per combattere al fianco del Boccanegra, che gli concede la mano della figlia.
ATTO TERZOInterno del Palazzo Ducale – La rivolta è fallita, i congiurati patrizi (ai quali si è unito, per sete di vendetta, Paolo) sono stati sconfitti. Prima di essere condotto al patibolo, Paolo rivela a Fiesco, disgustato, che un veleno sta per uccidere Simone. In preda a un misterioso affanno – primo sintomo del veleno propinatogli da Paolo –, Simone cerca refrigerio respirando sul balcone l’aria del mare, che gli ricorda le glorie passate. All’improvviso gli si avvicina la sinistra figura di Fiesco, che si fa riconoscere come il suo antico rivale. Ma il Doge risponde ai suoi propositi di vendetta rivelandogli che Amelia Grimaldi è in realtà Maria Boccanegra, la figlia scomparsa di Simone e di Maria Fiesco. La commozione invade il vecchio patrizio che, troppo tardi, comprende l’inutilità del suo lungo odio, cede all’abbraccio di Simone e con voce spezzata gli rivela che un traditore lo ha avvelenato. Entrano Amelia e Gabriele, seguiti dalla corte dogale. Simone invita la figlia a riconoscere in Fiesco il nonno materno, benedice i due innamorati e muore, dopo aver indicato in Gabriele il nuovo doge di Genova.
Le due versioni del Simon Boccanegra – risalenti, rispettivamente, al 1857 e al 1881 – offrono la possibilità d’un interessante raffronto tra la prima maturità artistica di Verdi e la sua tarda fase creativa. La versione del cinquantasette fu il penultimo frutto della collaborazione con Francesco Maria Piave (conclusa nel 1862 dalla Forza del destino), già autore di numerosi libretti verdiani fra i quali Ernani, Rigoletto e La traviata. La genesi dell’opera è da ricondurre alla commissione di un nuovo lavoro avanzata a Verdi dalla dirigenza del Teatro La Fenice nella primavera 1856. Fu Verdi a scegliere il soggetto, mutuandolo dal dramma omonimo (1843) del drammaturgo spagnolo Antonio García Gutiérrez, al cui repertorio Verdi aveva già attinto col Trovatore. Quasi naturale fu il ricorso, per la stesura del libretto, a Piave (impiegato, nel medesimo periodo, come direttore di palcoscenico del teatro veneziano), il cui ruolo fu prezioso anche come intermediario con la direzione del teatro e con gli ambienti della censura. Al controllo sulla preparazione del libretto Verdi dovette attendere da lontano, essendo costretto a Parigi da vicissitudini legali; fu così che, all’insaputa di Piave, si avvalse anche della collaborazione di Giuseppe Montanelli, patriota italiano esule nella capitale francese in seguito alla condanna ai lavori forzati a vita per la partecipazione ai moti toscani del quarantanove.
L’esito della prima rappresentazione (12 marzo 1857) fu infelice. In una lettera alla contessa Maffei, Verdi stesso lo paragonò al debutto veneziano della Traviata: «Il Boccanegra ha fatto a Venezia un fiasco quasi altrettanto grande che quello della Traviata. Credeva di aver fatto qualcosa di passabile, ma pare che mi sia sbagliato». A differenza della Traviata, tuttavia, al Boccanegra non arrise in seguito una piena riabilitazione: non ne risultò infatti complessivamente migliore l’accoglienza nel resto d’Italia. Trionfò a Reggio Emilia e Napoli, piacque a Roma, crollò a Firenze e Milano. Le osservazioni della critica presente alla première veneziana riassumono le principali perplessità suscitate: la «Gazzetta privilegiata di Venezia» affermò essere la musica del Boccanegra «troppo grande e severa», insomma «di quelle che non fanno subito colpo», non da ultimo perché caratterizzata da una «tinta lugubre». Quest’ultima osservazione trovò eco in altre voci, tutte rispettose del genio verdiano, ma che lamentavano eccessive «oscurità», «severità» e «astrusità armoniche». Circolò persino una voce – con ogni probabilità infondata – che riferiva d’una organizzatissima claque ostile facente capo a Meyerbeer…
Che Verdi, con le sue scelte musicali, avesse frustrato radicate aspettative del pubblico, è fin troppo evidente; e tuttavia nessuno se ne chiese, in fondo, il perché: la trama del Simone inscena una vicenda imperniata sulla tragica disumanità dell’odio politico, della sete di potere, del desiderio di vendetta e della ragion di stato. La carenza, in quest’opera, di leggiadria e di epidermica piacevolezza è immediata conseguenza di questo fondamentale aspetto del testo: a chiunque riconosca la primarietà della ragione drammaturgica – vale a dire la centralità, per l’ideazione musicale, degli eventi presentati in scena – la «tinta» oscura della musica verdiana non può che apparire come una necessità non meno che assoluta.
Verdi restò affezionato al Boccanegra, ma non fu impermeabile alle perplessità del pubblico: il suo atteggiamento verso questo lavoro mantenne qualche ambivalenza, riscontrabile nelle espressioni ironico-affettuose ad esso riservate («gli ho voluto bene come si vuol bene al figlio gobbo», «tavolo zoppo», «gambe storte», «cane ben bastonato»). Significativo è che, in vista del successivo Ballo in maschera, accantonasse per «soverchia monotonia» progetti di lavori caratterizzati da «punti di scena interessantissimi, ma senza varietà», con «una corda sola, elevata […] ma pur sempre la stessa»; eppure il ‘caso’ Boccanegra rimase per Verdi un capitolo non completamente chiuso: fu Giulio Ricordi, nel 1879, a proporre l’idea d’una revisione, suscitando sulle prime il netto rifiuto del compositore («ho ricevuto […] un grosso pacco che suppongo una partitura di Simone! Se […] verrete a S. Agata di qui a sei mesi, un anno, due, tre, ecc. la troverete intatta come me l’avete mandata. Vi dissi […] che detesto le cose inutili»).
Convinto d’aver terminato la propria carriera creativa, Verdi riteneva «meglio finire coll’Aida e colla Messa [il Requiem, del 1874] che con un arrangement»… Già dal 1880, tuttavia, era alle prese col nuovo Simone. Trattandosi della prima collaborazione con Boito (il librettista degli ultimi due capolavori verdiani), la revisione rappresentò fra l’altro una sorta di prova generale in vista di Otello, il cui libretto, frattanto, Verdi aveva ricevuto (ma senza accettare di prender alcun impegno). Nel tempo trascorso fra le due versioni grandi cambiamenti erano intervenuti tanto nella concezione verdiana quanto nella storia dell’opera europea: Wagner aveva esplorato la possibilità d’un dramma musicale non più articolato nelle strutture organizzate e regolari della «scena», ma in forme aperte espanse ad unità strutturali corrispondenti agli atti. Non molto dissimile, sotto questo aspetto, era stata anche l’evoluzione di Verdi, maturata anche grazie alle nuove esperienze nel genere del grand opéra con Les vêpres siciliennes (1855) e Don Carlos (1867) e in seguito con Aida (1871). Tutto ciò non poteva non riflettersi anche sulla revisione del Boccanegra, la cui struttura originaria rientrava nel canone della tipica articolazione in forma chiusa del melodramma italiano dell’Ottocento, e la cui rielaborazione, per contro, mirò in primis alla continuità del discorso musicale, come si può apprezzare nel prologo, ora sostenuto dal flusso di un periodo orchestrale che unifica formalmente e drammaticamente l’azione.
Nel dettaglio, il più vistoso intervento ebbe luogo nella seconda parte dell’atto primo: qui inni e danze vennero sostituiti dalla torva scena del Consiglio e dall’impressionante episodio della maledizione di Paolo. Complessivamente l’intervento comportò tagli, sostituzioni (il giuramento fra Adorno e Fiesco, ad esempio, venne rimpiazzato dalla benedizione di quest’ultimo) e anche modifiche nella strumentazione, nella cui arte Verdi s’era nel frattempo molto raffinato, soprattutto in forza dell’esperienza con i due citati grand opéra.
La nuova versione esordì con grande successo il 24 marzo 1881 alla Scala di Milano. Nonostante la felice accoglienza, la fortuna di quest’opera non fu, nemmeno nella nuova veste, immediata e unanime: la definitiva rinascita e consacrazione del Simone è storia del Novecento; storia che – può forse sorprendere – prese le mosse negli anni Trenta in Germania e di là si trasmise ai palcoscenici italiani e internazionali. Fino a trovare nell’edizione scaligera diretta da Claudio Abbado, con la regia di Giorgio Strehler (1971), una dimensione vieppiù attuale.
Gianni Ruffin