È la vigilia di Natale. Dalla finestra di una soffitta Rodolfo guarda i tetti di Parigi coperti di neve, mentre Marcello lavora a un quadro. Intirizzito, Rodolfo impreca contro il caminetto spento («Nei cieli bigi»); Marcello propone di ravvivarlo sacrificando una sedia, ma Rodolfo preferisce bruciare il manoscritto del dramma a cui sta lavorando. Giunge Colline, che si riscalda anch’egli all’effimero fuoco; poco dopo entra Schaunard, recando viveri, legna, sigari e vino, avuti in compenso da un ricco lord inglese. I quattro amici decidono di festeggiare al Quartiere Latino. Bussano alla porta: è Benoît, il padrone di casa, venuto a riscuotere l’affitto. I quattro lo accolgono cordialmente, lo fanno bere e lo lusingano, finché, fingendosi scandalizzati dalle sue avventure amorose, lo cacciano dalla soffitta. Marcello, Schaunard e Colline si avviano, mentre Rodolfo, che deve terminare un articolo, indugia ancora nella stanza. Bussano timidamente alla porta: è Mimì, la vicina, cui si è spento il lume. Vedendola in affanno per lo sforzo delle scale, Rodolfo la fa sedere e le fa bere un po’ di vino, mentre contempla il suo pallore. Ripresasi, Mimì sta per lasciare la stanza, quando si accorge d’aver perduto la chiave di casa. Rodolfo l’aiuta a cercarla, ma quando la trova la nasconde, per non doversi subito congedare dalla ragazza. Le prende la mano («Che gelida manina») e le racconta, in breve, la sua storia: è un poeta e vive, povero, alla giornata. Mimì gli risponde raccontandogli della sua vita («Mi chiamano Mimì») e confidandogli i suoi sogni. Rodolfo l’abbraccia («O soave fanciulla») e si avvia con lei, offrendole il braccio, al Quartiere Latino.
Quadro secondoFacendosi strada a un crocicchio gremito di folla e di venditori, i quattro amici si dirigono verso l’ingresso del Caffè Momus. Rodolfo regala a Mimì una cuffietta rosa, poi presenta la ragazza agli amici. Marcello vede da lontano Musetta, con cui ha litigato ma della quale è tuttora innamorato. Accompagnata dal vecchio consigliere di Stato Alcindoro, che le fa da cavalier servente, Musetta scorge Marcello, che finge di ignorarla; fa allora la civetta, cantando un provocante motivo di valzer («Quando me’n vo»). Si fa poi gioco di Alcindoro, fingendo male a un piede e mandandolo a comprarle un paio di scarpe. Marcello, riconquistato, si avvicina a Musetta e la prende tra le sue braccia. Il vecchio consigliere, al ritorno, non trova più nessuno e resta, solo, con il conto da pagare.
Quadro terzoÈ trascorso qualche tempo. In una fredda mattina d’inverno, all’alba, i doganieri aprono la cancellata della barriera d’Enfer, facendo entrare gli spazzini, i carrettieri e le contadine. Dall’interno di un cabaret giungono grida e risate. Alla barriera giunge anche Mimì, tormentata da accessi di tosse, e chiede di Marcello. Questi esce dal cabaret e va incontro, sorpreso, alla ragazza, che le confida la decisione di separarsi da Rodolfo, la cui gelosia le rende la vita impossibile. Mimì si nasconde, vedendo uscire dal cabaret Rodolfo. Questi confida all’amico la vera ragione della separazione: non può offrire a Mimì, minata dalla tisi, l’assistenza di cui ha bisogno. Mimì, che ha sentito tutto, rivela la sua presenza e Rodolfo l’abbraccia teneramente. Marcello, sentendo le risa sfacciate di Musetta, rientra precipitoso nel cabaret. Mimì dà l’addio a Rodolfo («Donde lieta uscì»), lasciandogli per ricordo la sua cuffietta rosa. Ma i due non hanno la forza di separarsi e decidono di restare insieme fino ad aprile, alla stagione dei fiori. Musetta e Marcello, intanto, litigano furiosamente.
Sono passate alcune settimane. Rodolfo e Marcello tentano, senza riuscirci, di concentrarsi sulla loro arte; in realtà non fanno altro che pensare a Mimì e a Musetta, entrambe lontane, tentando di dissimulare il rimpianto («O Mimì, tu più non torni»). Giungono Schaunard e Colline, con magre provviste; i quattro amici fingono allegramente di banchettare con il poco che hanno. La scena è interrotta dall’entrata improvvisa di Musetta, che ha condotto con sé Mimì, ormai morente. Rodolfo adagia Mimì sul letto e le prende le mani per riscaldarle. Musetta, intanto, manda Marcello a vendere i suoi orecchini, perché possa comprare un cordiale e chiamare un dottore, e si avvia per cercare un manicotto. Colline rinuncia al suo vecchio pastrano («Vecchia zimarra») ed esce con Schaunard per andare a impegnarlo. Mimì resta sola con Rodolfo («Sono andati? Fingevo di dormire»), al quale rivolge la sua straziante dichiarazione d’amore. I due ricordano i momenti lieti del primo incontro, quando Mimì si era accorta della chiave nascosta da Rodolfo ed era stata al gioco. Gli amici fanno ritorno. Mimì si assopisce e muore dolcemente, lasciando Rodolfo nella massima disperazione.
Claudio Toscani
Sono trascorsi oltre centodieci anni dalla sera in cui Arturo Toscanini, al Teatro Regio di Torino, diresse la prima rappresentazione della Bohème. Da quel 1° febbraio 1896, l’opera pucciniana continua ad attrarre il pubblico dei teatri di tutto il mondo. Non è solo il fascino indefinibile delle sue melodie ad assicurarne il persistente successo. Il tema portato sulle scene da Puccini è di quelli che sanno parlare alle epoche e alle generazioni più diverse: la storia dei bohémiens che affrontano fame e freddo con il sorriso sulle labbra è una rappresentazione metaforica della giovinezza, la cui allegria spensierata non è ancora stata spenta dalle asprezze della vita; lo scontro tra le illusioni, i sogni, le speranze di gioventù e la dura realtà dell’esistenza è un tema universale, nel quale chiunque può facilmente rispecchiarsi.
Puccini trasse la materia prima per l’opera dalle Scènes de la vie de bohème, il romanzo incentrato sulla vita di giovani artisti nella Parigi del 1840, che Henri Murger aveva pubblicato a puntate su Le Corsaire tra il 1845 e il 1848, ricavandone anche, con la collaborazione di Théodore Barrière, una pièce teatrale di grande successo. Puccini aveva incaricato Luigi Illica e Giuseppe Giacosa di realizzare, sotto la sua stretta sorveglianza, un libretto d’opera; ma non era stato il solo ad avere l’idea. Prima di lui ci aveva pensato Leoncavallo, che già s’era messo al lavoro per ricavare un’opera dallo stesso soggetto (tanto che a un certo punto divenne inevitabile la polemica tra i due compositori e tra le rispettive case editrici, Ricordi e Sonzogno). Fu comunque Puccini a terminare per primo il lavoro e a farlo rappresentare, condannando in breve tempo all’oblio la Bohème concorrente.
Dal piano originale, elaborato da Illica, Puccini eliminò la scena della festa nel cortile della casa di rue Labruyère, nella quale Musetta avrebbe dovuto avere ampio spazio (la scena che Leoncavallo, invece, aveva conservato: nella sua opera costituisce il secondo atto). Ciò gli permise di ottenere quella perfetta simmetria di proporzioni, quell’equilibrio che della Bohème sono la cifra distintiva. Per la drammaturgia dell’opera, infatti, è fondamentale la mescolanza tra le scene di vita spensierata e la tragedia; nel primo quadro, alla scena dell’allegra e precaria vita bohémienne succede il lirismo della scena amorosa, che si ribalta di nuovo nell’animata scena di folla del secondo quadro. E ancora più evidente è il contrasto nel quarto quadro, dove l’allegria simulata dei quattro amici si rovescia improvvisamente nel dramma all’apparire di Musetta e Mimì. La perfetta maestria di Puccini nell’alternare episodi leggeri e momenti tragici, del resto, è supportata da un libretto magistrale, nel quale lo stile aulico (quasi sempre impiegato con un distacco ironico) è mescolato a un lessico comune e familiare, e la versificazione mostra estrema flessibilità e morbidezza. Ne risulta un’opera lontana sia dal grande dramma romantico sia dalla tradizionale opera comica; l’effusione sentimentale e l’elemento tragico sono bilanciati da episodi più leggeri, che tengono lontani sia il sentimentalismo sdolcinato sia il pathos estremo.
La storia raccontata dalla Bohème non si sviluppa secondo un intrigo vero e proprio. Gli amori di Rodolfo e Mimì sono il tenue filo che lega i quattro quadri, un filo fragile come la felicità dei protagonisti, minata da miseria e malattia. Per il resto, non vi si trovano che eventi molto comuni: quattro giovani artisti che vivono alla giornata sognando la gloria e la fortuna, due coppie che si formano e si separano, una giovane che muore di tubercolosi (per effetto delle condizioni in cui vive la sua classe sociale, non in conseguenza della trama). Anche l’incontro tra Rodolfo e Mimì scaturisce dalla più comune delle situazioni – la vicina che chiede di riaccendere la candela spenta – e tutto procede tra piccoli eventi della vita quotidiana e piccoli oggetti, come la cuffietta di Mimì o la vecchia zimarra di Colline. La quotidianità, dunque, è posta al centro dell’opera: è in queste situazioni, in ciò che esse hanno di banale e di ordinario, che risiede la novità della drammaturgia della Bohème. L’amore di Rodolfo non è la grande passione eroica dei tenori romantici; nel suo lirismo vocale non si avvertono né la veemenza di Tosca né la solennità di Turandot, bensì una morbidezza e una semplicità da tono medio, un intimismo lontano dalle forzature del canto verista, accenti appassionati ma non enfatici. I personaggi della Bohème non muoiono da valorosi nell’impossibilità di realizzare un ideale assoluto: li avvertiamo vicini a noi perché la loro felicità è effimera, fragile com’è e legata alle piccole cose; da qui il senso profondo di nostalgia che si lega a un’opera nella quale vediamo sogni e speranze di gioventù infrangersi contro la vita e trasformarsi in rimpianto.
La quotidianità di personaggi e situazioni ha un corrispettivo nel linguaggio musicale impiegato da Puccini. La Bohème predilige gli slittamenti morbidi tra i piani armonici, rifugge le rotture violente, muove le melodie per gradi congiunti, è discreta negli interventi strumentali. Il canto è attento alle inflessioni del parlato – anche nei momenti in cui assume la periodicità e la quadratura melodica della tradizione melodrammatica italiana – tanto da farsi sovente una sorta di “prosa” musicale nella quale si mescolano, in una dose indefinibile, sentimentalismo, erotismo e malinconia. Altrettanto indeterminati sono i numerosi motivi ricorrenti, che creano o ricordano un’atmosfera più di quanto non definiscano un personaggio o una situazione. Questi motivi assicurano l’omogeneità dell’insieme, permettendo a Puccini di mantenere una sostanziale unità narrativa al di là dell’articolazione per blocchi; ma sono privi di un significato preciso, né vengono sviluppati o variati secondo la logica della costruzione sinfonica: il loro impiego, dunque, risponde più a ragioni coloristiche e impressionistiche che strutturali. Per la leggerezza di scrittura, poi, per il brio ritmico e per la vivacità dei dialoghi, La bohème guarda all’opera comica e soprattutto alla grande lezione di Falstaff, del quale condivide lo sguardo ironico e disincantato per certi temi della drammaturgia romantica e dell’intera tradizione melodrammatica italiana.
Claudio Toscani