Nella produzione artistica di Poulenc i lavori sacri e quelli profani convivono senza apparente contrasto, come se i due elementi si componessero con felicità asistematica nella personalità del compositore francese, rivelatosi al pubblico parigino come uno degli iconoclasti giocolieri musicali del "Gruppo dei Sei" e morto nel 1963 al sommo della considerazione come autore di lavori sacri fra i più rimarchevoli del suo tempo.
In realtà l'avvicinamento alla fede cattolica prende corpo solo a metà degli anni '30, quando l'artista, che si sta avviando alla maturità, viene segnato da un grave lutto. Già nel 1930 era stato duramente provato dalla morte di Raymonde Linossier, che lo aveva introdotto nel circolo della libreria "La Maison des amis de livres" dove aveva conosciuto Aragon, Eluard, Gide, Valéry, Picasso, Modigliani e Joyce. Nell'agosto del 1936 la morte in un incidente stradale dell'amico compositore Pierre-Octave Ferraud scosse profondamente Poulenc che trovò inaspettatamente conforto in una visita al Santuario di Rocamadour, nel sud ovest della Francia, meta di pellegrinaggi dai tempi di Eleonora di Aquitania e ricordo infantile dei racconti paterni. Davanti alla statua in legno nero della Vergine si produsse in Poulenc un cambiamento destinato a mutare il resto della sua vita. La sera stessa il compositore, che fino ad allora non aveva sentito il bisogno di scrivere musica sacra di alcun genere, iniziò le Litanies à la Vierge Noire, il primo di una serie di lavori sacri scritti da Poulenc in quel decennio. Seguiranno la Messa in sol maggiore (1937), i Quattro mottetti per un tempo di penitenza (1939), Exultate Deo e Salve Regina (1941) e le Quattro preghiere di San Francesco d'Assisi (1948), cui - secondo le intenzioni del compositore - andrebbero aggiunti il Concerto per organo, orchestra d'archi e timpani (1938) e anche Figure Humaine, cantata composta su un poema di Eluard (1943). Nel febbraio del 1949 morì improvvisamente durante una prova in teatro Christian Bérard, noto come Bébé, famoso scenografo - sue le scene della Bella e la bestia di Cocteau - e illustratore di moda. Alla memoria dell'amico Poulenc più che un Requiem volle dedicare uno Stabat Mater, per orchestra, coro misto e voce di soprano, che scrisse a Noizay nell'estate, subito dopo il Concerto per pianoforte, orchestrandolo nell'aprile del 1951. Fu eseguito al Festival di Strasburgo nel giugno del 1951 da Fritz Mùnch. Poulenc lo considerava, insieme al Gloria, la sua migliore composizione sacra.
Il testo latino della lauda attribuita a Jacopone da Todi viene qui diviso in dodici brevi sezioni che, quasi fosse un ciclo di melodie, si compongono come i pannelli di una grande vetrata gotica, strutturate ciascuna secondo un carattere, orchestrazione, tonalità e tempo a sé stanti. L'unità complessiva, retta da alcune correlazioni tematiche fra la prima, la sesta e la dodicesima sezione, come una sorta di sottile cornice, non impedisce dunque continui scarti e mutamenti che catturano l'attenzione dell'ascoltatore. Il contemplativo Stabat Mater iniziale si apre con un tema di otto note esposto dagli archi cui segue il motivo marcato da intervalli di terza del coro, che Poulenc vuole diviso in cinque parti, mediante la distinzioni delle voci gravi in baritoni e bassi. Segue l'agitato Cujus animam, ancora su intervalli di terza, che subito trascorre nel clima sospeso e meditativo dell'O quam tristis. Non c'è quasi nessun lavoro sacro di Poulenc dove non faccia capolino il brio dissacrante del compositore de Les biches: cosi accade per il sognante e gaio Quae moerebat, che difficilmente senza leggere il testo potrebbe essere ricondotto al pianto funebre di una madre. Lo stesso accadrà più oltre con l'Eja Mater dai tratti quasi giubilanti, decorato dall'acido svolazzo delle trombe e perfino da un glissando del trombone in chiusura.
Poulenc indica nella partitura anche la misura esatta dei silenzi che dividono ciascuna sezione. Al Quae moerebat segue un contrastato Qui est homo, in cui incertezza di tonalità e profluvio di idee musicali contribuiscono a realizzare un clima nevrotico. Ecco però un lungo silenzio, che introduce, nel Vidit suum, il primo ingresso del soprano, che ha in tutto tre interventi ma di portata fondamentale per il carattere del brano. A partire dalla prima, singhiozzante frase discendente, la voce del soprano si distende sul canto del coro, con un afflato commosso, dagli empiti quasi carnali. Alla parentesi luminosa dell'Eja Mater, segue un Fac ut ardeat austero, cantato dal coro a cappella, con minimi inserti dell'orchestra.
Il Sancta Mater, dalla sgargiante scrittura orchestrale, di ascendenza stravinskijana si innerva di una forza pittorica drammatica, esaltata dall'incalzare di un materiale musicale in continua e tumultuosa trasformazione. Il secondo, dolente intervento del soprano nel Fac ut portem, indicato con "tempo di Sarabanda" che, con le sue reminiscenze bachiane, è il ponte che ci guida verso i Dialoghi delle Carmelitane, il cui terzo atto ne ricalca il tema, nel quadro di apertura. Senza soluzione di continuità seguono le due sezioni conclusive, l'Inflammatus caratterizzato da una frenetica pulsazione ritmica sulla prima frase del coro, che poi si distende in una luminosa frase destinata anch'essa a ricomparire nei Dialoghi. Sempre marcato 'attacca', segue il solenne Quando corpus, con le reiterate frasi ascendenti del soprano su Paradisi Gloria, che ardono di una devozione che sembra chiedere intercessione più che per l'amico scomparso, per il compositore stesso.
Andrea Penna
| I. Stabat Mater dolorosa Stabat Mater dolorosa juxta Crucem lacrimosa, dum pendebat Filius. |
Stava la madre dolorosa Vicino alla Croce lacrimosa Mentre appeso stava il figlio. |
| II. Cujus animam gementem Cujus animam gementem, contristatam et dolentem, pertransivit gladius. |
La cui anima gemente, Rattristata e dolente La spada colpì di taglio. |
| III. O quam tristis O quam tristis et afflicta fuit illa benedicta Mater unigeniti! |
O quanto triste e afflitta Fu lei benedetta Madre dell'unigenito! |
| IV. Quae moerebat Quae moerebat et dolebat, Pia Mater cum videbat Nati poenas incliti. |
Quanto si rattristava e si doleva, La pia Madre tremava, mentre vedeva Le pene dell'inclito suo Nato. |
| V. Quis est homo Quis est homo qui non fleret, matrem Christi si videret in tanto supplicio? Quis non posset contristari Christi Matrem contemplari dolentem cum Filio? Pro peccatis suae gentis, vidit Jesum in tormentis et flagellis subditum. |
Chi tra gli uomini non piangerebbe Se la madre di Cristo vedesse In tanto supplizio? Chi non si potrebbe rattristare, La Madre di Cristo nel contemplare Dolente assieme al Figlio? Per i peccati della sua gente Vide Gesù tra i tormenti, E ai flagelli sottostava. |
| VI. Vidit suum
- con soprano Vidit suum dulcem natum morientem desolatum, dum emisit spiritum. |
Vide il suo dolce Nato Morente, abbandonato, Mentre lo spirito esalava. |
| VII.Eja Mater Eja Mater, fons amoris! me sentire vim doloris; fac, ut tecum lugeam. |
Madre, fonte dell'amore, Fa' che io senta la forza del dolore Fa' che con te io pianga! |
| VIII.Fac ut ardeat Fac ut ardeat cor meum; in amando Christum Deum ut sibi complaceam. |
Fa' che arda il cuore mio Nell'amore di Cristo Dio, A che gradito a sé divenga. |
| IX. Sancta Mater Sancta Mater, istud agas, crucifixi fige plagas cordi meo valide. Tui nati vulnerari, tam dignati pro me pati, poenas mecum divide. Fac me vere tecum flere, crucifixo condolore, donec ego vixero. Juxta crucem tecum stare, Te libenter sociare, in planctu desidero. Virgo virginum praeclara, mihi iam non sis amara, fac me tecum piangere. |
Santa Madre, ciò persegui, Del crocifisso infiggi le piaghe Al mio cuore con forza. Di tuo Figlio di ferite colpito Che tanto per me di soffrire ha consentito, Con me dividi le pene. Fa' che con te io pianga, Con Cristo crocifisso io mi dolga Finché sarò in vita. Vicino alla croce con te stare, Unito a te volentieri Nel cordoglio lo voglio. Vergine tra le vergini chiara, A me non essere amara, Fa' che con te io pianga. |
| X. Fac ut portem
- con soprano Fac ut portem Christi mortem, passionis fac consortem et plagas recolere. Fac me plagis vulnerari, cruce hac, inebriari Ob amorem Filii. |
Fa' che la morte di Cristo io porti, Della passione fammi parte E delle piaghe sempre mi sovvenga. Fa' che dalle piaghe io sia vulnerato, Fa' che dalla croce io sia inebriato Per amore del Figlio. |
| XI. Inflammatus et accensus Inflammatus et accensus per te, Virgo, sim defensus in die judicii. Christe, cum sit hunc exire, da per matrem me venire, ad palmam victoriae. |
Dalle fiamme e dal fuoco Da te, Vergine, io sia salvato Nel giorno del giudizio. O Cristo, nell'ora del mio passaggio, Possa la madre condurmi Alla meta gloriosa. |
| XII. Quando corpus
- con soprano Quando corpus morietur, fac ut animae donetur Paradisi gloria. Amen. |
Quando il corpo morirà, Fa' che all'anima sia data Del Paradiso la gloria. Amen |
| (traduzione di Emanuela Andreoni) |