Per capire il Gloria bisogna ricordarsi chi era Poulenc prima del 1936, prima cioè di quando la morte improvvisa di un amico caro avvicinò il compositore alla fede cattolica, trasformandolo nel prolifico creatore di musica sacra che firmò le Litanies à la Vierge Noire (1936), la Messa in sol (1937), i Quatre motets pour un temps de pénitence (1939), l'Exultate Deo (1941), il Salve Regina (1941), lo Stabat Mater (1950), i Quatre motets pour le temps de Noël (1952) e dunque il Gloria (1959).
Poulenc era stato il compositore autodidatta che dell'assenza di una formazione accademica aveva fatto il punto di forza per una curiosità e una voracità allegra ed onnivora. Senza i freni inibitori che si acquisiscono normalmente frequentando i Conservatori, Poulenc si era trovato particolarmente a suo agio nel Gruppo dei Sei che faceva scalpore nella Parigi degli anni Venti, rapido nel seguire gli esempi irriverenti del Satie che scriveva i Tre pezzi in forma di pera, pronto nel collaborare con Jean Cocteau e con il suo teatro dell'assurdo. Capace di spaziare dalla colonna sonora alla musica da camera, di creare un'opera surrealista come Les mamelles de Tirésias ma anche di manifestare il suo amore per la musica barocca nel Concert champêtre per clavicembalo e orchestra, Poulenc aveva un'idea vitale, persino vitalistica della musica e prediligeva l'invenzione alla ripetizione, la sorpresa alla prevedibilità formale. Le citazioni di musica altrui, i prestiti, lo scorrere a piacimento il catalogo della storia della musica dal canto gregoriano al burlesque non erano per lui ammiccamenti, doni segreti per ascoltatori preparati, ma piuttosto manifestazioni d'affetto, che segnarono tutta la sua carriera e non soltanto gli anni giovanili, quando è più frequente che i compositori si appoggino al repertorio esistente nell'affinare le proprie armi e forgiare il proprio stile: le sue tarde Sonate per clarinetto e per oboe, ad esempio, evocano coscientemente le qualità distintive di Prokof'ev e di Honegger, senza per questo rinunciare ad essere fortemente tipiche del suo stile. Come Stravinskij, Poulenc sapeva cogliere qui e là ciò che di volta in volta gli serviva, sempre, beninteso, con la grazia e l'allegria di chi ama, non di chi rapina.
Sono dati che vanno tenuti presenti nell'avvicinarsi al suo Gloria perché, per certi versi, qui si tratta di una appropriazione non di caratteri musicali altrui ma del testo stesso, dell'idea del Gloria di una messa latina da applicare alla propria musica. Verrebbe da dire che Poulenc non ha messo in musica il testo sacro ma ne ha utilizzato il suono, il ritmo, aggiungendoli alla propria paletta sonora. Si ascolti dove cadono gli accenti, ad esempio: quel Gloria in èxcelsis Deo, quei Benedicimùs te che fecero storcere il naso a certa critica, guadagnando al compositore accuse di irriverenza. Lui reagì con l'intelligenza e con la delicatezza che gli erano proprie, rispondendo: "Nello scrivere ho semplicemente pensato a quegli affreschi di Bozzoli nei quali gli angeli tirano fuori la lingua e anche a quei seri monaci benedettini che un giorno sorpresi a giocare a pallone".
Una buona dose di spregiudicatezza investe anche gli interventi del soprano nella terza e nella quinta sezione, che presentano all'ascolto melodie splendide ma spigolose, con intervalli pericolosamente ampi, nei quali il testo si inserisce talora più come ornamento che come motore primo; e di una continua sorpresa bisogna parlare per la quarta parte, che non arriva a un minuto e mezzo di durata, dove si alternano una piccola serie di brevi melodie, sapientemente incastrate, e tutto si può temere tranne che di annoiarsi.
Accade così anche nel Qui sedes ad dexteram patris, la cui conclusione è del tutto imprevedibile: a dare un colore inatteso all'Amen finale, quasi ad esplorarne le diverse possibilità di intonazione, dopo le precedenti affermazioni perentorie del coro e dell'orchestra, il brano infatti scarta di lato e affida al solista una melodia sinuosa (ripresa dalla Messa in sol) che inviterà il coro a una conclusione sussurrata, inimmaginabile dopo ciò che si era ascoltato pochi istanti prima.
Come quasi sempre nella sua produzione, dunque, anche nel Gloria la destinazione sacra non trasforma la musica in veicolo della preghiera, taxi per il testo: è la musica stessa ad assumere su di sé la funzione religiosa, e lo fa in modo potente e bellissimo, con una forza di fronte alla quale è diffìcile rimanere indifferenti.
Nicola Campogrande