Dedicato a Winnaretta Singer (1865-1943), meglio nota come principessa Edmond de Polignac dal nome del marito, il Concerto in re minore per due pianoforti (1932) manifesta al più alto grado il virtuosismo compositivo e la spudorata quanto prodigiosa capacità di Francis Poulenc di giocare, nella sua prima maturità, con un ampio orizzonte di riferimenti stilistici e formali. Presentato al Festival della Società Internazionale di Musica Contemporanea di Venezia il 5 settembre 1932 (Francis Poulenc e Jacques Février, pianoforti; Orchestra della Scala diretta da Désiré Defauw), il Concerto divenne presto un brano di repertorio. Nell'Allegro ma non troppo, della forma sonata d'ordinanza non resta che un'ironica, profanata memoria. Dopo gli accordi d'attacco, i due pianoforti si producono in un brillante effetto gamelan e i primi elementi di idee tematiche hanno già l'aspetto di un episodio virtuosistico. Se esistesse un primo tema, la giocosa idea che s'ascolta successivamente potrebbe valere quasi come secondo tema, ma il ritorno dei motivi delle prime idee tematiche porta con sé una nuova idea canzonatoria, connotata dalle castagnette e sviluppata in una sezione percussiva. La parte centrale presenta un tema di marcia lenta, che finisce per perdersi in tremoli sommessi, e quanto segue ha effetto se non funzione di ripresa con un motivo di segnale, il ritorno delle idee tematiche e dell'idea canzonatoria. Poi la musica s'interrompe: c'è una transizione, presto troncata a sua volta, quindi il movimento si conclude con un nuovo effetto gamelan dei solisti che richiama l'inizio, ma in tempo molto più lento.
Il Larghetto è mozartiano nella forma e soprattutto nel nostalgico tema principale cantato dai solisti, da cui si passa a un'idea sognante e incantata su pedale, quasi raveliana, per tornare a Mozart nella chiusa della prima parte. La sezione centrale presenta un nuovo tema cromatico - dove a tratti sembra di udire echi da Rachmaninov - condotto in un climax orchestrale e quindi ricapitolato con variazioni. La ripresa ripropone il tema principale e l'idea sognante della prima parte, infine una reminiscenza (ai fagotti) del tema cromatico della sezione centrale.
Un'inarrestabile proliferazione di idee diverse caratterizza il Finale. Allegro molto. Non sarà la ridda del tema 1, ma l'energia scattante del tema 2, alternato a brevi episodi, a svolgere la funzione di refrain dell'umoristico rondò; si succedono quindi il tema 3, più morbido, e gli accenti perentori del tema 4. Il ritorno del tema 2 innesca il fraseggio cantabile del tema 5 e un gustoso episodio percussivo per i solisti. Un grande climax a pieno organico conduce al punto culminante dove risuonano gli accenti dissonanti del tema 4, seguito da un nuovo episodio. C'è ancora tempo per l'espressione spiegata del tema 6, prima che l'episodio conclusivo scaturito dal tema 2 porti, dopo un'improvvisa interruzione, all'epilogo: come una sigla, l'effetto gamelan dei pianoforti richiama l'inizio del concerto.
Cesare Fertonani
Il Concerto per due pianoforti rappresenta una sintesi delle tendenze neoclassiche in voga nella musica francese degli anni Trenta, il ritorno all'ordine predicato da Cocteau è uno slogan efficace per descrivere questa pagina, che esprime in maniera brillante lo spirito e l'intelligenza della personalità di Francis Poulenc.
Sulle origini del lavoro, un esempio eccellente delle qualità eclettiche di Poulenc, abbiamo la testimonianza diretta dello stesso autore, che ha raccontato i retroscena della composizione a Claude Rostand: "il Concerto è una commissione della Principessa de Polignac [l'ereditiera americana Winnaretta Singer] per il Festival di Venezia del 1932. Desiderando farci suonare a Venezia, Jacques Février e me, la Principessa ha avuto l'idea di un doppio concerto. La richiesta m'ha incantato e l'ho scritto molto rapidamente, in due mesi e mezzo. Avendo sempre suonato a due pianoforti con il mio vecchio amico d'infanzia Jacques Février, devo confessare, immodestamente, che la prima esecuzione [5 settembre 1932] fu impeccabile. Désiré Defauw, il direttore d'orchestra belga, dirigeva l'Orchestra della Scala. È stato un bel successo, dal momento che si tratta di un'opera gioiosa e diretta."
Malgrado la bella carriera del Concerto, amato dai solisti per la scrittura brillante della parte pianistica, Poulenc non annoverava la partitura tra i suoi lavori importanti, considerando quest'opera di circostanza come un semplice dìvertissement. La leggerezza dello stile del primo Poulenc si riflette nelle gags musicali sparse in questo lavoro, che voleva essere innanzi tutto un modo dell'autore di giocare con sé stesso come pianista.
Il primo movimento Allegro ma non troppo, inizia in maniera molto energica, con il sapore di una musica di stampo teatrale. La scrittura solistica risente degli influssi del linguaggio pianistico di Ravel, che aveva appena presentato a Parigi il suo Concerto in sol maggiore. Poulenc mescola in maniera originale parecchi spunti di carattere diverso, senza la preoccupazione di sviluppare a fondo il materiale tematico. La musica è luminosa ma non manca qualche zona d'ombra. Verso la fine del movimento si manifesta per esempio un misterioso episodio nel quale la scrittura cristallina dei due pianoforti viene intorbidita da uno sfondo spettrale di suoni armonici, sfiorati sulle corde dei violoncelli.
Il Larghetto rende omaggio al mondo di Mozart con una citazione talmente letterale, da sembrare una forma postmoderna di rilettura. Il movimento infatti è incorniciato da frammenti di un lavoro di Mozart, che Poulenc considerava il vero e proprio dio della musica.
Il finale, Allegro molto è ovviamente il tour de force della scrittura virtuosistica. I due pianoforti si lanciano immediatamente in un travolgente inseguimento, reso avventuroso dai vivaci inserimenti dell'orchestra, di volta in volta giocosa e sentimentale.
Oreste Bossini