Annibale in Torino, R.1.26
Dramma per musica in tre atti
Testo del libretto
АTTO PRIMO
Scena prima
Sacro, e denso Bosco di quercie in vicinanza della Città.
Tutti i grandi alberi sostengono diverse faci statevi appese
nel tempo de' Sagrificj. Are diverse all'intorno composte di
sassi, e di vimini. Vittime sagrificate, Sacerdoti, Bardi,
Aruspici, ed Auguri, parte de' quali esaminano le vittime, ed
altri osservano il volo degli uecelli, che passano pel bosco.
Concorso di popolo, e di soldati.
Artace solo.
Artace
No, non siam vinti, amici. Invan con questi
Suoi presagi funesti
Ci minaccia la sorte. Ah non sia vero,
Che un popolo straniero
Orme in Italia impunemente imprima,
O in vergognosa servitù ci opprima.
S'aspetta a noi del rapido torrente,
Cui l'argine dell'alpi
Ad arrestar già non bastò, l'insano
Impeto trattener. Dolci saranno
Le fatiche, i perigli,
Se debellando l'Africano audace,
Al valor nostro, e ai providi consigli
Dovrà l'Italia e libertade, e pace.
Cava la spada; i Bardi s avanzano, suonano le trombe,
e tutti i soldati, e il popolo battono gli scudi in segno
di battaglia, raccolgonsi in ordinanza, e seguono Artace,
che in atto di partire, viene arrestato da Edlige.
Scena seconda
Edlige, e Artace.
Edlige
Dove corri, o Signor? perchè di guerra
L'orrido suon s'intende, allorchè strage
Presenta a noi l'invido fato? Io vidi
Entro nubi ondeggianti
Errar sul vicin colle
Pallide, e sanguinose
De' nostri antichi Eroi l'ombre famose,
Ripiegar inquiete i foschi rai,
Fremere, e minacciar vidi, e tremai.
Artace
Dal tiranno straniero
Oggi la pace io comprerò col prezzo
Della mia libertà? servir dovranno
Di un empio Duce ignoto ai rei disegni
I bellicosi figli
Del fluttuoso Po? Compagni, a cui
Ne' conflitti frequenti
La vittoria è seguace,
Chi v'è, che a questo prezzo ami la pace?
I Soldati battono di nuovo gli scudi in segno di battaglia.
Edlige
Dunque corri alla pugna. Ah forse i Numi
Della patria custodi
Combatteran per noi. Torna, o germano,
Ritorna vincitor: risplenda adorno
Poi di spoglie Africane il tuo soggiorno:
Queste aggiungansi alfine
A tante Insubri spoglie, e alle Latine.
Scena terza
Adrane, e detti.
Adrane
Ah questa spoglia, Artace,
Rendi agl'Insubri almen: più non l'usurpa
A un genitor, che la desia. Qual mai
Speri ornamento a' tuoi trionfi, o quale
Gloria acquistar novella,
Prigioniera serbando una donzella?
Artace
Ma de' trionfi miei
L'ornamento più bello oggi tu sei.
Sperai con lunghe prove
Di tenera amistà renderti un giorno
Sensibile al mio amor, dagli occhi tuoi
Dileguar il nemico, e farti il padre
Dolcemente obliar . . . . Lasciami almeno
Per pietà del mio affanno,
Lasciami, o cara, in cosi dolce inganno.
Adrane
E ti lagni di me? con cento schiere
Avido ognor di guerra
Giugni al Ticino; orror conduci, e morte
Su i passi tuoi: vinci, debelli, opprimi,
Fugge Jaffarte, ed indifesa io resto
Tua preda, e qui mi traggi: il cambio offerto
Per la mia libertà ricusi: invano
Io mi affanno, e sospiro, anzi di nuovo
Contro del genitore
Guerra prepari, e da me chiedi amore?
Edlige
Non ostinarti, o Sire,
A ritentar d' una beltà ritrosa
L'orgoglioso cor.
Artace
Questo configlio
Non perfuade, Edlige. Oggi che Oscarre
A me infido, e al tuo amor segue i vessilli
Del tiranno stranier, se indifferenza
Uguale io trovo in te, forse l'esempio
Convincermi potrebbe.
Edlige
Oscar! l'amico,
Il cliente d'Artace! Ei, che sincero
Mi promise . . . . ed è ver?
Artace
Germana, è vero.
Edlige
Ah traditor! Cercalo, Artace, e in mezzo
A sue ribelli schiere
Gli rinfaccia i miei torti, e'l suo delitto.
E poi da te trafitto
Ei cada .. . . ah no! qui disarmato il guida,
Ch'io lo vegga arrossir, ch'io possa ancora
Dirgli barbaro, infido, e poi ch'ei mora.
Se mai pietà ti chiede
Quel traditor già vinto
La sua tradita fede
Tu gli rinfaccia allor.
Io non lo bramo estinto,
Ma solo oppresso io voglio
Il barbaro suo orgoglio,
Il perfido suo cor.
Se ecc.
(parte.)
Scena quarta
Artace, e Adrane.
Artace
De sguardi miei l'incontro
Perchè tu fuggi, Adrane ? Odioso tanto
A te dunque son io . . . .
Adrane
Ma quando mai
Dissi d'odiarti? il mio dover . . . la sorte
Che ci vuole nemici . . . . il padre . . . oh Dio!
Rendimi al genitor.
Artace
Ma quel sospiro,
Che mai vuol dir? se raddolcir potesse
Quel duro cor, saria felice Artace!
Adrane
Rendimi al genitor, lasciami in pace.
Scena quinta
Oscarre, e detti.
Oscarre
Sire, spuntò del terzo dì l'aurora
Prescritta alla tua scelta. O vieni Amico
Dell'Africano Duce
Le imprese a secondar, o a' danni tụoi
Ei muove le sue schiere, egli, che adduce
Per soggiogar la terra,
Africa adusta, e mezzo Europa in guerra.
Artace
Queste animose squadre al tuo tiranno
Della mia scelta apportatrici invio.
Tu del nemico mio
Seguace, e difensor tu ardisci, Oscarre,
Di presentarti a me?
Oscarre
Se 'l Duce invitto
Seguii per l'alpi faticose, io sono
Grato a chi pria mi stabili sul trono:
Ma s'egli è tuo nemico, Oscarre allora
Saprà costante, e forte
Correr teco, o Signor, l'istessa sorte.
Artace
Prence fedel! ma Annibale tu credi,
Che invincibile sia?
Oscarre
Nulla finora
Resistergli potè. Tremò l'Iberia
Da lui percossa, e fu suo scampo a lui
Sottometter se stessa: invano i Galli
Gli s'oppongon frequenti, invitti, ei passa,
Vede, vince, debella: ergesi invano
L'ostacolo dell'alpi,
Che confinan col ciel: le non tentate
Ripide anguste vie, ch'or da pendenti
Massi son chiuse, or dalla neve ingombre,
Che condensò 'l verno perenne, i cupi
Seni d'erti dirupi
Ei valica, scoscende, e l'oste immensa
Seco ne tragge. I rovinosi monti
D'uman vestigio non impressi ancora
Parver di tanto ardir stupire allora.
Nel fertil piano alfin l'Eroe declina:
Trema Italia, che vede
La non pensata servitù vicina.
Adrace
Troppo è di guerra avido Artace: egli ama
L'aspetto ancor del suo periglio, e svena
Ogni altro affetto in lui.
Artace
Giusta è la guerra,
Che a libertà conduce; io l'util pace
Non ricuso però.
Oscarre
Ma ti condanna
Jassarte omai, che tu la pace offerta
Ricusi sol, per ritener soggetta
Adrane all'amor tuo.
Artace
Come! codesto
Sospetto ingiurioso
Esagera a mio scorno? Oscarre, al campo
Torna, dì, ch'io difendo
Della patria, e d'Italia
La contrastata libertà, che l'armi
D'Annibale non temo,
Nè sì facil conquista è questa terra,
Ma se guerra egli vuole, abbiasi guerra.
Vanne, Adrane ti segua, all'inquieto
Suo genitor rendi la figlia, e digli,
Ch'è ver, che l'amo, ammiro i pregi suoi,
E le virtù, che non ritrovo in lui.
A consolar tue pene
Vanne, mio dolce amore,
Ma pensa, che sen viene
L'anima mia con te.
Rammenta al genitore,
Ch'un odio reo fomenta,
E la pietà rammenta,
Che tu negasti a me.
A consolar ecc.
Parte col seguito di sue truppe, le quali le quali levano le faci dai sacri alberi.
Scena sesta
Adrane, e Oscarre.
Adrane
(Qual insolito affanno
Al suo partir sul cor mi cade)
Oscarre
Alfine
Son sciolti, o Principessa, i lacci tuoi
A momenti già puoi
Il padre riveder . . . . ma tu confusa
Ne dimostri dolore!
Adrane
Lasciami respirar dal mio stupore.
Oscarre
Ma non ti alletta, Adrane,
La libertà, che acquisti, e al padre appresso
Ritrovrar la tua pace?
Adrane
Io non so più ciò, che mi alletta, o spiace.
A palpitarmi in petto
In questo istante io sento
Tenero ignoto affetto,
Che non provai finor.
Già queste sponde istesse,
Ch' erano il mio tormento,
Dolci nell'alma impresse
Io porto al genitor.
A palpitarmi ecc.
(Parte con Oscarre.)
Scena settima
Magnifico Padiglione di Annibale riccamente
adornato di rabeschi, d'insegne, e di pendenti frangioni d'oro, aperto in prospetto
donde si scopre una parte dell Esercito schierato.
Annibale solo.
Annibale
Compagni invitti, ecco l'Italia, a cui
Fra l'armi, e fra i contrasti
Di popoli nemici, e di frequenti
Rapidi fiumi, e dirupati monti
Mercè del valor nostro alfin siam giunti.
Dalla patria lontani, in mezzo a tante
Forti indomite genti,
Che contro a noi Roma, ed Italia appresta.
A vincer solo, od a perir ci resta.
Ma de' rischi a misura
In noi cresca l'ardir. Sempre indivisa
La vittoria ci segue: oggi a noi giova
Su l'ingresso d'Italia il farne prova.
A un cenno si abbassa il padiglione, e si ritira l'Esercito.
Scena ottava
Annibale, e Jassarte.
Annibale
E' giunge Oscarre ancor?
L'indugio è prova,
Che alfin vuol guerra Artace,
Che altero, e contumace
Ei disprezza ugualmente
Le mie minacce, e le promesse. Ah troppo
Già di me s'abusò. Tanti sconfitti
Duci, e popoli invitti
Non gl'insegnano ancora
Annibale a temer?
Si corra all'armi,
Si debelli, s'opprima
Chi audace osò di provocarmi a sdegno,
E Italia, che tremante ormai si scote,
Riconosca la man, che la percote.
Jassarte
Io tel dissi, o Signor, che Artace amico
Era vano a sperar. Tutte di guerra
Son le sue cure, e le secondan sempre
Sue bellicose genti,
L'ardir, ch'ei vanta, e i suoi felici eventi.
Fermo nel poter suo vindice ei fassi
Degl' Italici dritti, e dell'antica
Origine de' suoi.
E chiama usurpatrice oste nemica
I Cenomani, i Levi, Insubri, e Boi.
Conosco alfin, che spero invan la figlia
Da un tal nemico racquistar.
Annibale
Da mille
Schiere difeso il suolo ostil tu premi,
Teco Annibale pugna, il vedi, e temi?
Oggi dal braccio mio
Saran gli audaci tuoi nemici oppressi,
E del lor sangue il Po spumante, e pieno
Passerà minaccioso ad Adria in seno.
Scena nona
Oscarre, e detti.
Oscarre
Duce, sul labbro mio ti parla Artacе:
Perchè tu chiedi pace
Con chi guerra non hai? Se amico il brami,
Perchè tu vieni pien d'orgoglio insano
Amicizia a cercar coll'armi in mano?
Annibale
Ricusò dunque al mio Legato in faccia . . .
Oscarre
Un'amistà, che servitù minaccia.
Annibale
Superbo! ormai di stragi
Io questi campi innonderò: sian svelte
Della città le non ben ferme mura:
Parli la sua sciagura
A Italia tutta, ed ai lontani Regni,
E ad Anniballe ad ubbidire insegni.
Jassarte
Refpiro. Adrane alfine
Rivendicar potrò, poich'ogni offerta
Per la sua libertà con rei pretesti
Ricusa quel ribelle
Prode conquistator delle donzelle.
Oscarre
Non oltraggia un Eroe, le cui vittorie
Comincian da se stesso. E' senza prezzo
Libera Adrane: ella è nel campo.
Jassarte
Ah come!
M'affretto a lei . . . Ma non m'inganni? adesso
(Non senza pena il dico)
A temer io comincio il mio nemico.
La fiamma del suo core
Allontanar da se,
E' prova di valore,
Che paragon non ha.
Rendersi altrui soggetto
Arduo così non è,
Come domar l' affetto,
Che ispira una beltà.
La ecc.
(parte.)
Scena decima
Oscarre, e Annibale.
Oscarre
Signor, se Roma a conquistare aspiri
A che sospendi a' tuoi trionfi il corso?
Qual pro, che Artace a te divenga amico
Per timor, non per scelta?
Annibale
Invan io spero
Italia soggiogar, se a me soggetta,
Od amica non è questa d'Italia
Parte forse miglior. S'oppone Artace
Temerario a' miei voti: ei cada, e scorra
Per le province sue rovina, e duolo.
Oscarre
Cada, ma non invendicato, e solo.
Cade dal monte appena
Altera quercia annosa,
Che rovinosa -- mena
Parte del monte ancor.
E rapida declina
Giù nella valle ombrosa,
E della sua rovina
Tutta l'ingombra allor.
Cade ecc.
(parte.)
Scena undicesima
Annibale, indi Jassarte, ed Adrane.
Annibale
Minaccia Oscarre, e sostener d'Artace
Forse i dritti pretende.
Jassarte
Eccelso Duce,
A me la figlia il Re nemico invia,
E ci sorprende intanto. Ei già s'avanza
Al meditato insulto,
E delle schiere sue s'ode il tumulto.
Adrane
Signor, dono è d'Artace
La libertà, che godo: al suo gran core
Debitrice io ne sono,
Nè in se racchiude insidie un simil dono.
Non paventar, che con inganno ei tenti
Sorprenderti giammai: d'una vittoria,
Che tutta non dovesse al suo valore,
Quell'alma generosa avria rossore.
Annibale
Ma della pugna intanto
Con folle ardir tenta la sorte, e sfida
Chi opprimerlo potrà. Deh Principessa,
Che degna sei dell'amor mio, qual mai
Per un nemico altero
Tu fomenti pietà? Mentre feroce
Guerra, e stragi ei rinnova,
Difesa ancor sul labbro tuo ritrova?
A debellar l'audace
Già le mie squadre affretto:
No, non avrà più pace,
Ma lo vedrai soggetto
Chiedere invan pietà.
E' reo, perchè ti piace,
Perchè m'insulta altero,
E ad un più forte impero
Cedere ancor non sa.
A debellar ecc.
(parte.)
Scena dodicesima
Jassarte, e Adrane.
Jassarte
No, libera non sei: solo cambiasti
Le catene, che pria portavi al piede.
Or t'aggravano il core.
Adrane
E donde, o padre,
Questo sospetto? . . . .
Jassarte
Assai dicesti: amore
Sul tuo labbro parlò, quando d'Artace
Tu parlasti in difesa. Odialo, o figlia,
E' mio nemico.
Adrane
Il vendicare altrui
Contro dell'impostura,
E' dover, non amore.
Jassarte
Ormai gli affetti
Di Annibale seconda: ama, rispetta
Il mio sostegno in lui.
Adrane
(con impeto.)
Come? degg'io
Amare a voglia tua? Tutto il mio sangue
Io verserò, se vuoi, ma se disponi
Del mio cor, non t'ascolto.
Jassarte
Audace! invano
Tu ricusi ubbidir chi ti consiglia.
Adrane
Dunque tua schiava io sono, e non tua figlia!
No, che negar non dei
La libertà del cor.
Poveri affetti miei!
Barbaro genitor!
Lasciami l'alma in pace,
Se un barbaro non sei.
Poveri affetti miei!
(Ah mi tradisce amor!)
Mio genitor, perdono,
Ingrata a te non sono,
Modera il tuo rigor.
No ecc.
(parte con Jassarte.)
Scena tredicesima
Vasta campagna terminata in prospetto da un
sobborgo, che viene diviso dal fiume Dora.
Ai lati della Scena compaiono fra gl'intrecci
degli alberi alcune rustiche case.
Veggonsi in fondo della Scena schierate in
ordinanza da una parte le truppe de' Taurini.
Oscarre, e Artace.
Oscarre
Guidami dove vuoi: bella al tuo fianco
Sia la morte per me.
Artace
Vieni, s'affretti
Dunque la pugna: alle nemiche schiere
Si contenda il tragitto almen del fiume.
Ma dimmi, i passi tuoi
Come Adrane seguì? quando del padre
Agli amplessi tornò, che fe', che disse,
Che ho da sperar?
Oscarre
Da te partì, ma lenta,
Ma confusa partì. Forse le spiacque
La libertà, che a lei rendesti: invano
Dissimularlo ella tentò.
Artace
Ma intanto
Di un padre austero a fronte, e d'un rivale,
Che cospirano entrambi
Contro di me . . . . povera Adrane! amico,
Rischio non v'è, ch'or mi sgomenti: io sento,
Che d'insolito ardir m'accende il core
La mia gloria, il dover, la patria, amore.
Vado a pugnar da forte
Ove il dover mi chiama,
Bella sarà la morte,
Che a cimentar men vo.
Saprò di lei, che m'ama,
Or consolar l'affanno,
E ad un crudel tiranno
Io contrastar saprò
Vado ecc.
(Si ritira con Oscarre verso le sue truppe.)
Scena quattordicesima
Al suono di una marcia militare di trombe,
di timpani, e di barbari istromenti si avanza
l'esercito Africano in ordine di battaglia,
nel centro del quale si vede Annibale seduto
sopra un elefante magnificamente allestito,
e viene ad incontrare l'esercito de' Taurini,
che anch'esso con movimenti diversi s'avanza
e mentre le ale degli Africani composte d'Insubri,
e di Galli tentano d'invilupparli, escono gli
Allobrogi da un bosco, ed attaccano il fianco
degl'Insubri, i quali si ripiegano lentamente
ritirandosi, quindi s'avanza la cavalleria
Mora, che vien incontrata dalla Taurina, e si
forma una mischia generale, nella quale pende
la vittoria a favor de Taurini, che ritornano
verso la loro città.
Annibale, e Jassarte.
Annibale
Va, raccogli le schiere; è periglioso
Il nemico inseguir nel denso orrore
Dell'intrelciato bosco;
Là si tendono insidie, io lo conosco.
Jassarte
Signor, l'altero Artace
Le disperse sue squadre ancora aduna
Nella spiaggia vicina,
Dove lenta la Dora in Po declina.
Fremer l'udii colla terribil voce,
E dal pendío degl'imminenti colli
Scender folto d'armati un nembo io vidi,
Come sboccando rapidi dall'alpi
Ondosi rivi con mugghianti spume
Vanno confusi a rigonfiare un fiume.
Annibale
Non s'indugi, e d'assedio
Si stringa la città: cadano a terra
Le torreggianti mura, e il cor d'Artace
Cosi tremi una volta. Io so, che poi
Aspirerà feroce alla vendetta,
Ch'ei non cadrà, se non coll'armi in mano,
E di stragi innondando il colle, e 'l piano.
Fiero sorge leone, s'avventa,
Rugge, e scote la chioma sul tergo,
Quando tenta -- nell'orrido albergo
Assalirlo l'audace pastor.
Morde l'asta, spalanca le canne,
Sferza i fianchi, le luci raccende:
Colle zanne -- ch'irato distende,
O si vendica, o solo non muor.
Fiero ecc.
Fine dell Atto primo.
ATTO SECONDO
Scena prima
Cortile di un palazzo occupato da Annibale
fuori della città, formato con rozza architettura,
alle colonne del quale sono appese diverse spoglie
tolte dai Taurini ai Romani in tempo della guerra
Gallica Cisalpina.
Adrane, e Edlige seguita da alcune Guardie Insubri, che l'accompagnano.
Adrane
Sei tu, vezzosa Edlige? in mezzo a questo
Bellicoso tumulto
Di tante audaci schiere, e vincitrici
Tu ardisci penetrar fra tuoi nemici?
Edlige
E' la patria in periglio,
M'abbandona il german, l'amante istesso
Spergiuro mi tradì. L'unico bene,
Che mi resta a sperar è una vendetta
Degna di me. Di rinvenire altrove
Oscarre io dubitai: qui per punirlo
De' tradimenti suoi,
Vengo l'ingrato a ricercar fra voi.
Adrane
Ingrato Oscarre! ei, che del tuo germano
Volle il fato seguir! Ma pur d'Artace
Che avvenne mai?
Edlige
Nol so: dopo il conflitto,
Da cui n'usci ne vincitor, ne vinto
Errò, più nol rividi, e'l temo estinto.
Adrane
Giusti Dei, che mi narri! onde il sospetto?
Parla . . . . . (Misera me!)
Edlige
Ma, Principessa,
Tu impallidisci? alfin perdi un nemico,
Che t'aggravò di barbare catene.
Adrane
Un mio nemico Artace? (Ah ch'e'l mio bene!)
Annibale s'appressa. A ravvisarti
S'ei giugne . . . . io non vorrei . . . .
No, che infelice al par di me non sei.
Scena seconda
Annibale, e le suddette, indi Jassarte, e Guardie.
Annibale
Forse a momenti il tuo diletto Artace,
Adrane, rivedrai. Ne' lacci miei
Convien, che alfine ei cada. Io la sua testa
In dono t'offrirò. Poichè al tuo core
Tanto odioso io sono,
Grato rendermi vuo' con questo dono.
Edlige
(Barbaro!)
Adrane
(Inorridisco!)
Jassarte
A te domanda
Sollecito l'ingresso
Guerriero ignoto: al portamento, agli atti
Uom d'alto affar rassembra.
Annibale
Ei venga
(Jaffarte ricevuto l'ordine parte.)
E questa
Gentil donzella, Adrane,
Donde venne: che vuol?
Adrane
A me compagna
Nel mio destin crudele
E' delle amiche mie la più fedele.
Annibale
Di che lagnarti dei?
(Ad Adrane con ifdegno.)
Edlige
Basta un tiranno
Per rendere infelicе
Una gente infinita,
Sino a ridurla ad odiar la vita.
Scena terza
Artace, e detti.
Artace
(Ecco la mia nemica; in lei ritrovo
Sempre nuova beltà . . . Che miro! Edlige!
Come qui venne? . . . Or io mi celo invano.)
Adrane
(E' desso, è Artace, oh Dio!)
Edlige
(Numi, il germano!)
Artace
Duce, se Artace solo
Tuo nemico divien, perchè ricusa
Sacrificare all'empio tuo disegno
La gloria sua, la libertade, e'l Regno,
Dunque lo scopo ei sia
Solo del tuo furor. Singolar pugna
Le contese decida:
Vieni, Artace ti asperta, egli ti sfida.
Annibale
Verrò, ma colle squadre
Assalitrici io ne verrò. Non basta
Di Artace il sangue a vendicarmi: è d'uopo
Anche il sangue de' suoi. Sotto sue mura
Digli, che ormai m'attenda,
Ivi se stesso, e la città difenda.
Con temerari inviti
Un' altra volta impari
A sfidar solo i barbari suoi pari.
Artace
Barbaro noi diciam chi insidia, opprime
La libertade altrui. No, che natura
Schiavi non fe' giammai; forse tu sei,
Che pensi aver più autorità di lei?
Han di governo d'uoро
Gli uomini sol, perchè malvagi: è dunque
Sol dover di chi regna il fargli amıci,
Formarli saggi, e renderli felici.
Il barbaro sei tu, ch'avido vieni
Contro chi non t'offese a muover guerra,
E tutta brami imprigionar la terra.
Adrane
(Ah ch'ei si perde!)
Edlige
(Io tremo!)
Annibale
Ognor la forza
E' la ragion delle conquiste. Assai
Gl'insulti tuoi soffersi: un tanto orgoglio
Oggi spento sarà. Torna ad Artace,
Digli, che in pochi istanti egli sia vinto,
Ch'oggi lo voglio o prigioniero, o estinto.
(parte.)
Scena quarta
Artace, Adrane, e Edlige.
Adrane
Fuggi, o Signor: se alcun ti scopre, oh Dio!
Perduto sei.
Artace
Già son meno infelice,
Allorchè m'ama Adrane.
Adrane
E chi tel dice?
Artace
Il tuo timor, l'istessa
Premura tua, che quindi io fugga. Edlige,
Come qui fra nemici?
Edlige
A vendicarmi
D'Oscarre io venni: è un traditor.
Artace
Il fido,
L'unico amico mio, ch' espon se stesso,
E i suoi seguaci a nostro pro, condanni?
Ei t'ama, e ti difende.
Edlige
E non m'inganni?
Artace
Vanne al campo, e lo vedi.
Edlige
Ah no, capace
Di tradirmi non era
Quell'anima fedel! So, che di lui
A torto dubitai. Tutto funesto
Era dianzi per me, ma in un momento
Passo da un grande affanno a un gran contento.
Minacciando il vento, e l'onda,
Sovrastava il mio periglio,
Porto più non v'era, e sponda,
Ero tratta a naufragar.
Quando chiara sul mio ciglio
Splender veggo la mia stella,
E la torbida procella
Dileguarsi in mezzo al mar.
Minacciando ecc.
(parte.)
Scena quinta
Artace, e Adrane.
Artace
Addio, mia Principessa. Alfin m'affretto
Ove la patria, e'l mio dover mi chiama.
Qualche volta a chi t'ama
Tu pensa almen.
(In atto di partire.)
Adrane
Dunque mi lasci, e forse
Non ci vedremo più! Deh se sapessi
Tutto l'affanno mio!
Vorrei . . . ma il mio dover . . . ma il padre . . . addio.
Artace
Almen dimmi, che m'ami, e lieto io vado
Incontro al mio destin.
Adrane
Sai, che nemici
Noi siam: se misurar gli affetti miei
Dovessi dal mio cor . . . . Misera, oh Dio!
Che mai dirti poss'io? Tu vedi, Artace,
Il mio dolor: salvati, vinci, opprimi
Il tuo nemico, e a me non pensa.
Artace
Ah come!
Senza te non vivrò, nè senza amarti.
Adrane
Deh più non tormentarmi! Amami, e parti
Artace
Quella pietà, che in seno
Del tuo dolore io sento,
Bella mia speme, almeno
Sentila ormai per me.
Eguale è 'l mio tormento,
E tu, mio ben, l'intendi.
La pace a me se rendi,
L'acquisterai per te.
Quella ecc.
(Partono da diverse parti.)
Scena sesta
Campagna al meriggio della città: da una parte le mura della
medesima difese da torri, e da macchine militari con porta, e ponte
alzato: in prospetto il fiume Po con ponte rustico, per cui si passa
alle imminenti colline rendute amene per la varietà degli alberi
verdeggianti, e de' casini, che compaiono su gl'ineguali poggi delle medesime.
All'aprirsi della Scena vedesi di già attaccata la città da Annibale
alla testa de' suoi con arieti, catapulte, e baliste, dalle quali si
lanciano sassi continuamente dentro la medesima vigorosamente bersagliata.
I Taurini abbassano il ponte levatoio, e fanno una sortita per incendiare
le macchine de nemici, ma respinti da Annibale rientrano, e s'impegnano
alla difesa della città. Quindi gli assediati gettano palle infuocate
per bruciare le macchine degii aggressori, e questi a vicenda ne gettano
per ardere quelle de' Taurini, e intanto parecchi degli Africani approssimano
le scale alle mura, e gli uni sopra gli altri ricoprendosi cogli Scudi si
sforzano di salire; ma battuti dai Taurini retrocedono. Mentre è così
impegnato l'assedio, da un lato della città esce improvvisamente Oscarre
col seguito de suoi Allobrogi, attacca gl'Insubri, li disordina, e li fa
ritirare. Vi compare pure Artace con una Squadra de suoi, e si avventa a
levare a nemici qualche macchina, e trasportarla fuori del campo. In
lontano si avanza poi la cavalleria de Taurini per assalire in fianco il
nemico, che però viene sostenuto dalla cavalleria Numida, la quale esce
dalla parte opposta, e si forma quindi una generale mischia con qualche
discapito degli Africani, i quali si ritirano in disordine, Annibale fa
suonare a raccolta, leva l'assedio, e fa ritirare i suoi soldati.
Annibale, e Jassarte.
Annibale
Il tuo consiglio, o Sire,
Abbraccierò: senza le squadre esporre
A più lungo cimento,
Per la segreta sotterranea via,
Che alla città conduce,
Introdurci possiam.
Jassarte
Si, la vittoria
E' sicura per noi.
Annibale
Col valor mio
Vincer d'Adrane il cor pur non poss'io!
Jassarte
Ma proverà la figlia
Come comandi un Re, se contumace
Non ode il genitor, che la consiglia.
La chiami il tuo foco,
Le doni il tuo core,
Ti crede sì poco,
Ti sprezza così!
O semplice ancora
Amor non intende,
O altera pretende
Di vincerti un dì.
La chiami ecc.
(parte.)
Scena settima
Annibale solo.
Annibale
Anco fra l'armi amor s'avanza, e forse
Con qualche sua beltà può Italia un giorno
Suoi torti vendicar. Facile affetto
Al comparir d'Adrane
Tal per segrete vie mi giunse al core,
Ch'io lo credei pietade, ed era amore.
Niun amante mai s'avvede
Quando amor nascer si sente,
Ma pietà prima lo crede,
O un affetto, che innocente
Non gli penetra nel cor.
Lo conosce allor che spesso
Da timor passa in timore,
E obbliando infin se stesso,
Un ardor si sente al core,
Che l'affanna, e piace ognor.
Niun ecc.
(parte.)
Scena ottava
Veduta al mezzo giorno in lungo del Po: da una parte
rovine d'un antico Ippodromo, in cui si esercitava la
cavalleria de Taurini: dall'altra le falde delle soprastanti
colline occupate da' Cartaginesi: ponte rustico sul fiume
in prospetto.
Artace, ed Oscarre.
Artace
Vanne, le squadre aduna, e non fidarti
A un'ombra di vittoria. Ah che 'l nemico
Potea di noi più forte in pochi istanti
Espugnar la città! Chi sa, qual'altra
Ei mediti rovina?
Oscarre
Ad ogni evento
I fidi tuoi Soldati
Son preparati, o Sire. Offrono tutti
Il lor sangue a tuo pro. Son nomi sacri
Per lor la patria, ed il Sovrano. Assai
La lor fede ti è nota: ovunque un solo
Tuo comando li porti,
Basta la tua presenza a farli forti.
Il popolo, e le squadre
Trovano in te, Signor, l'amico, e il padre.
(parte.)
Artace
Merita l'amor mio
Popolo sì fedel. Ma qual tumulto . . . .
(Si ode strepito d'armi, e scopre Artace
una truppa d'Africani, che si avanza, egli
sta con impazienza osservando all'intorno.)
Che strepito . . . . qual gente . . . . almen . . . . ma tosto
Veggo ogni scampo: ambe del Po le sponde
Occuparo i nemici. In mia difesa
Ho solo il mio valor; ma contro a tanti
Chi resister presume?
Vorrei . . . . non so . . . . mi scaglierò nel fiume.
(Nellatto di portarsi verso il ponte è quasi
sorpreso dagli Africani.)
No, ch'io non cedo, o la vittoria almeno
Sarà per voi funesta.
(Giunge al ponte, e in quesio mentre esce
frettolosa Adrane.)
Adrane
Empi, fermate, olà. Signor, t'arresta.
(Artace si getta dal ponte, e gli Africani
passano immediatamente di là. Adrane osserva attonita
la caduta di Artace, poi disperata si raggira per la Scena.)
Misera, ch'ei perì! così gli audaci
Suoi nemici deluse?
Piombò nel fiume, e rintronò la sponda,
Si aperse l'onda, e sopra lui si chiuse!
Si, perduto è chi adoro. Astri nemici,
Sarete paghi alfine! Ora del padre
Al barbaro voler contrasto invano.
Porger devo infelice!
All'oppressor dell'idol mio la mano.
No, non sia mai: piuttosto
La morte incontrerò . . . Ma non potrebbe
Esser salvo il mio ben? L'impeto forse
(Accostandosi verso il fiume, ed osservando con affanno.)
Vinse de' flutti, e ne scampò per qualche
Incognito a' nemici ermo sentiero;
Ed io, misera, ed io già ne dispero!
Onde amiche, deh scorgete
Il mio bene a queste sponde.
Voi potete . . . .
Ah 'l dolor gia mi confonde!
Non ho più che sperar: si torni al padre,
S'accetti alfin lo sposo,
Ch'ei mi destina . . . . E soffrirà 'l mio core
Si crudel violenza? Oh giorno, in cui
Ho mille furie intorno!
Vadasi . . . e dove? Oh mia sventura! Oh giorno!
Smarrita . . . tremante
Non trovo consiglio.
Il padre . . . l'amante . . .
La sorte . . . il periglio . . .
Che fiero tormento!
Mi sento -- gelar.
Se ognora m'affanna
Tiranna -- la sorte,
E' meglio la morte,
Che tanto penar.
Smarrita ecc.
Se ne va agitata sul ponte, e mentre tenta
gettarsi nel fiume, si arresta sorpresa al veder
d'improvviso una nube, che si apre, e lascia
vedere Fetonte (il fondatore di Torino fecondo
la favola) in un luminoso cerchio di luce. Nello
stesso tempo dai pioppi, che adornano l'amena sponda
del Po, escono le quattro leggiadrissime sorelle di
Fetonte state convertite in simili alberi, secondo la Mitologia.
Esse prima si affrettano sul ponte, e con
varj atteggiamenti d'allegrezza incoraggiano
Adrane, e l'accompagnano un tratto, dove
accolta da suoi seguaci, entra nelle scene,
ed esse ritornano donde partirono, ed accolgono
Artace, che vien portato fuori delle acque
dal Genio del fiume Po sedente sopra la sua
urna, e accompagnato da altri tre Geni dei
fiumi Dora, Orgo, e Tanaro. Allora discende
Fetonte dalla sua nube accolto con rispettose
dimostrazioni, accenna ad Artace di ritirarsi
verso la città, e questi partito, essi
intrecciano una breve, ma allegra danza, e si dileguano.
Scena nona
Edlige osservando con impazienza all'intorno, indi Oscarre.
Edlige
Dove mai si celò? pur quindi il vidi . . .
Ei mi seguía poc'anzi . . . Oscarre? ah forse
Da' nemici sorpreso . . . .
Oscarre
Amata Edlige,
Pur ti riveggo. Oh quanto
Penai lungi da te! Questo momento
Sospirai mille volte,
Per dirti, che 'l mio cor sempre ti adora,
E per sentir da te, se m'ami ognora.
Edlige
Perdono, Oscar, son rea:
Io dubitai della tua fede; io volli
Ebra di gelosia, di sdegno, all'ombra
D'un mio sospetto un innocente, oh Dio!
Sagrificar.
Oscarre
Scusabili son queste
Ineguaglianze al sesso tuo frequenti,
Che il perdonar dolce è talora. Il mio
Dimorar col nemico,
Lo so, che t'adombrò; basta sì poсо
Le amanti donne a ingelosir. Ma tutte
Si delicato han senso, e tutte han l'alma
Sensibile cosi, che un solo accento,
Un sospetto, un' idea basta sovente
Mille tumulti a recar loro in mente,
L'anima lor somiglia all'onda pura
Di un trasparente rivo, in cui tranquilli
Si dipingon gli oggetti al rio vicini:
Ma s'anche una sol fronda
Viene a cader nell'onda,
S'agita lievemente, e tutti allora
Gli oggetti vacillar sembrano almeno,
Che l'onda chiara ha ricopiato in seno.
Ah che 'l piacer di restar teco, Edlige,
Mi comincia a sedur. Del tuo germano
In difesa m'affretto.
Edlige
E come?
Oscarre
Ei troppo
Di se stesso sicuro un stuol nemico
Fin nel campo inseguì; ma stanco, e solo,
E dal numero oppresso
Prigioniero restò.
Edlige
Misera!
Oscarre
Addio.
Conservati, ben mio . . . .
Edlige
Tu n'abbandoni
Sola cosi . . . .
Orcarre
Dovrei . . . . potresti . . . . è vero,
Pria scorgerti degg'io . . . . seguimi: alfine
Sì preziosi istanti,
Se all'amor tuo consacro, o non è colpa,
O di scusa ella è degna. Ah che tu sei
Il più dolce pensier de' pensier miei.
Se a te sol penso adesso,
Non mi condanni ancora
Chi già dagli anni oppresso
Sente agghiacciarsi il cor.
Non gli sovvien, che allora
Che a lui fioriva il ciglio,
Gli diè virtù consiglio,
Ma che lo vinse amor.
Se ecc.
(partono.)
Scena decima
Appartamenti del palazzo occupato da Annibale fuori della città.
Annibale, indi Artace incatenato fra le guardie.
Annibale
Appressa, Artace: or da vicin poss'io
Il mio nemico ravvisar, che ignoto
Dianzi lasciai fuggir. Dov'è 'l tuo fasto,
Dove l'orgoglio antico?
Grazie, o Dei, che umiliaste il mio nemico.
Artace
Non tanta fretta, o Duce. Io sgomentarmi
Giammai non seppi alle minacce altrui,
Vinto ancor non mi chiamo, io son qual fui.
Annibale
Che puoi tentar fra i lacci
Da' tuoi diviso? E vi sarà chi adesso
Osi più farmi guerra?
Artace
Si, d'Artaci feconda è questa terra.
Annibale
Ma dalla mia vendetta
Chi salvarti può mai? Tutto il tuo regno
All'eccidio esponesti,
Provocandomi all'armi: è la tua morte
Necessario tributo
Alla giustizia mia.
Artace
Tu violento
Della giustizia ascondi
Entro nube crudel la sacra faccia,
E sol veder di lei
Ci lasci poi le sanguinose braccia
Usa de' dritti tuoi:
Non ti pavento,
Anzi ambisco una morte,
Che serve ad avvilir chi mi condanna.
L'ambizion tiranna
Avrà sua pena, e fuor d'Italia un giorno
D'onor, d'amici privo
T'affretterai sconfitto, e fuggitivo.
Annibale
Superbo! anche gl'insulti aggiugni alfine
Erudirti sapran le tue rovine.
(parte.)
Scena undicesima
Artace, indi Adrane.
Artace
Si mora alfin, ma la mia morte isteffa
Animerà tutti i vassalli miei
La patria a vendicar.
Ch'altro è la vita,
Che un deposito sol, di cui s'ignora
L'istante, in cui sia chiesto, e allora in vece
Il profitto a noi resta,
Che ognun per saggia economia ne fece.
Adrane
Signor, dunque degg'io vederti solo
Quando in rischio tu sei? Ma la tua morte
Con qual ragion si vuol?
Artace
Hanno i tiranni
Le lor idee per legge,
Per prova il lor potere, e per ragione
La lor fortuna. Oh Dio! tu piangi, Adrane?
No, non negar, che m'ami . . . .
Adrane
Ah non comincio
Oggi solo ad amarti. Assai costommi
Il celarti finora
Quei teneri, e non mai liberi moti
Soliti ad ogni istante
Dolcemente a tradir femmina amante.
Ma che puo mai ragion, se acceso il core
Sempre parla importuno! In altri appena
Io mi veggo talora,
Ma in te, Signor, io mi ritrovo ognora.
Artace
Non più, cara, non più. Perchè mi scopri
Tanto amor nell'istante,
Ch'io ti debbo lasciar? Crudel mi rendi
Una morte, che pria
Tranquillo io desiai.
Adrane
Ma se tu muori,
Adrane non vivrà. Si, di salvarti
Almen si tenti.
Artace
E per qual via?
Adrane
La fede
De' Custodi sedur.
Artace
Lo speri?
Adrane
Amore
Ingegnosa mi fa.
Artace
Deh non ti perdi,
Cara, per me!
Adrane
Priva di te, la vita
Odiosa mi saria.
Artace
E m'ami a questo segno, anima mia
Fra tante pene, e tante
Rendi al mio cor la calma,
E spera già quest'alma
La pace, che perdè.
Adrane
Da quel felice istante,
Che prima io ti mirai
Di te divenni amante,
Io sospirai per te.
Artace
Lasciar si grato core,
Adrane
Perder sì caro bene,
Insieme
E' un barbaro dolore,
Ch'eguale, oh Dio! non ha.
Bella mia speme, addio:
Di questo affanno mio
Avranno i Dei pieta.
(partono da diverse parti.)
Fine dell Atto Secondo
ATTO TERZO
Scena prima
Strada sotterranea, che serviva anticamente d'acquedotto, che
s'introduceva nella città, costrutta di muscosi sassi in parte
rovinati, e sostenuta da rozzi archi di pietra.
Passaggio da un lato verso la città.
Oscarre, che tiene Edlige per mano.
Oscarre
Principessa, t'affretta. Orrore, e morte
Occupa la città: già del nemico
E' preda la tua patria. Ecco la via,
Onde il turbo passò, ch'ora ci opprime.
Col soggiorno d'Adrane essa confina;
Va, presso lei ti salva, o almen, se intanto
Morir tu dei, muori al germano accanto,
Edlige
A quanti affanni, o Prence,
Nata son io! per quanti
Ho da tremar!
Oscarre
Della città tradita
Vado a morir sulle rovine anch'io.
Vivi, ma non per me: salvati, addio.
(parte.)
Edlige
Che per lui più non viva? Ah che sarebbe
Un supplizio la vita! almen . . . ma ascolto
Un calpestio . . gente s'appressa, e appunto
Da quel cammino istesso,
Che a me giova tener. Celarmi è d'uopo
Colà dietro quel sasso.
Ah che morir mi sento a ciascun passo!
(Si ritira in disparte.)
Scena seconda
Artace, Adrane, e Edlige in disparte.
Artace
Seguimi, non temer: l'occulta via
Nella città conduce.
Ora incomincio
La vita ad apprezzar, sentirne un dolce
Non provato sollievo,
Poich'oggi a te questa mia vita io devo.
Adrane
Dunque tu n'abbi in avvenir più cura,
Pensa a chi dei serbarla.
Artace, io temo,
Che ci sorprenda alcun. Salvati, fuggi,
Più non farmi tremar.
Artace
Ma se tu resti,
Neppur io partirò.
Adrane
Vanne, non posso,
E non deggio seguirti.
Artace
E vuoi, ch'esposta
Ad un rival ti lasci, a un padre irato . . .
Adrane
Vanne . . . . . parmi sentir . . . salvati, ingrato.
Artace
Si, partirò . . . ma poi da te lontano,
Chi sa . . . . ?
Adrane
Deh fuggi!
Artace
Addio.
(S'incammina, e s'incontra in Edlige.)
Edlige
Dove, o germanо?
Artace
Edlige!
Adrane
Oh ciel!
Edlige
Per liberar te stesso
Sempre dei cimentarti,
O se quindi tu resti, o se tu parti.
Della città scorre il nemico, e innonda
Le popolose vie: tumulto, e strage
In ogni angolo serve. Or le tue genti
Sol di morir pugnando hanno la gloria,
E di far che 'l nemico
Compri con molto sangue una vittoria.
Artace
Misero me! povera patria! almeno
S'altro far non poss'io, vuo' perir seco.
(In atto di partire.)
Scena terza
Jassarte con seguito d'Insubri, e detti.
Jassarte
Ferma, tu cerchi morte, io te la reco.
(Gli s'avventa per ferirlo.)
Artace
No, traditor, non morrò solo.
(Si pone in difesa.)
Adrane
Ah padre!
Jassarte
Taci, figlia infedel. Col mio nemico
Fuggir dunque speravi: Olà, soldati,
Quest'alme ree senza pietà svenate.
(I Soldati s'avventano ad Artace, il quale si
pone innanzi di Adrane, e di Edlige per difenderle,
e viene improvvisamente soccorsо da Oscarre.)
Adrane
Genitore inumano! . . . .
Scena quarta
Oscarre con seguito di Altobrogi, e detti.
Oscarre
Olà, fermate. No, non ci sono ancor si avversi i Dei,
Poichè tu vivi, e in liberta tu sei.
Artace
Questa vita che pro? Tutto è perduto,
E vuò morire almeno
Fra le rovine alla mia patria in seno.
(parte.)
Scena quinta
Jassarte, Adrane, Edlige, Oscarre.
Jassarte
Vanne, i tuoi passi omai
Vede morte, e ti segue ove ten vai.
Adrane
Sei vendicato, o padre,
Con me ti placa alfin.
Jassarte
Taci, imperfetta
Finchè tu vivi, è ancor la mia vendetta.
Edlige
Al suo destino incontro
Va rovinoso Artace,
Oscar il vede, e non si muove, e tace!
Oscarre
Ma in tanto riachio, Edlige,
Dovro lasciarti?
Edlige
Il rischio mio fatale
Alla patria non è. Seguilo, o vinci,
Oppur cadi con lui. So ben, che mai
A timor non soggiace il tuo valore.
Oscarre
E in me tu arrivi a immaginar timore?
Sfida altera, insulta, e sprezza
Il rigor d'avversa sorte
Alma forte -- sempre avvezza
Di se stessa a trionfar.
Fra i perigli ognor costante
Va con placido sembiante
Il suo fato ad incontrar.
Sfida ecc.
(parte.)
Scena sesta
Adrane, Jassarte, Edlige.
Adrane
Signor, dunque son rea,
Perchè ad un mio liberator pietosa
La libertà rendei?
Jassarte
Tu n'usurpasti
Un diritto non tuo; del nostro Duce
T'opponesti al voler: seguimi, Edlige.
Figlia ingrata, io m'affretto in questo istante
A unire al scempio tuo quel dell'amante.
(Parte con Edlige.)
Adrane
Fermati, o padre, e se di sangue hai sete,
Ferisci, ecco il mio seno,
Ma Artace, ma il mio ben salvami almeno.
Ah non m'ode il crudel! già la mia morte
Forse comincia altrove
Dall'idol mio . . . . ma pria vadasi . . . e dove?
Qui m'è tolta ogni via. Padre inumano,
La cagion tu ne sei . . . . Numi inclementi,
Meritan gl'innocenti una tal guerra?
No, non v'è fede in terra,
Non v'è giustizia in ciel: io 'l provo, io 'l miro
Ahi, misera, che dissi . . . ! oh Dio, deliro.
Almen se ognor la sorte
Congiura a danno mio,
Almen dov'è la morte?
Un fulmine dov'e?
Ah no, che non son io,
Che parlo del mio danno!
L'eccesso dell'affanno
E' quel, che parla in me.
Almen ecс.
(parte.)
Scena settima
Annibale, ch'esce dalla parte della città difendendosi
da alcuni Taurinı, da' quali fu sorpreso, e l'inseguiscono,
indi Artace.
Annibale
Barbari, ancor non cedo. Oh mia aventura,
Il ferro m'abbandona!
(Gli cade di mano la spada, ed uno degli aggressori
avventandoseglı, vien trattenuto da Artace.)
Artace
Empio t'arresta.
La vita d'un Eroe, benchè nemico,
Si rispetti da voi. L'esempio altrui
Non v'insegni a tradir. Vincer tentate
Ma con valor, non coll'inganno. Andate.
Prendi, o Duce il tuo ferro.
(Leva da terra la spada di Annibale, e gliela presenta.)
Meco pugnar tu dei. Più che la speme
Della vittoria, m'occupa l'idea
Di gloriosa morte. Or cessa alfine
Al popol mio moltiplicar rovine.
Annibale
Ferma, Eroe generoso. Oggi ricevo
Questa vita da te: vuoi, che a tuo danno
Or rivolga il tuo dono?
No, tanto ingrato, e sì crudel non sono.
(Compaiono alcuni Africani in difesa di Annibale.)
Ammiro tua vırtù. D'esserti amico
Non negarmi l'onor. Ola, sia nota
Alla città la pace, e in un istante
Cessin le stragi. Un'amistà servile
(Ricevuto l'ordine, alcuni de' suddetti s'avviano alla volta della città.)
Annibale da te più non pretende,
Ma regno, e sposa, e liberta ti rende.
Artace
Magnanimo Signor! deh quanti adesso
Saran meno infelici!
Quanti giungo a salvar sudditi, e amici!
Col lieto avviso alla città m'affretto;
Duce, per onorarti ivi t'aspetto.
Torna ad un regno oppresso
La dolce pace ancora,
E 'l suo piacere istesso
Il piacer mio si fa.
Quanto ad un Re pur lice
Io collocai finora
Nel fare altrui felice
La mia felicita.
Torna ecc.
(parte.)
Scena ottava
Annibale, indi Edlige.
Annibale
Ammirabile Artace! Ei regna solo
Pel vantaggio del regno, e per la dolce
Felicità de' suoi. Siede sul soglio
Infra le leggi, e libertà: ne forma
Col suo esempio gli Eroi: l'amor lo segue
De' suoi sudditi invitti, amor, che sempre
Ad un buon Re dovuto,
E' 'l tributo maggior, d' ogni tributo.
Edlige
Ah per pietà, Signor, t'affretta. Adrane
E' in gran periglio adesso,
E l'uccide, se indugi, il padre istesso.
Annibale
Principessa, non temi: è tutto in pace.
Torna al germano omai, riedi al tuo Sposo
E vivi alfin sicura:
Della sorte il furor passa, e non dura.
S'annera il cielo, e freme,
E romoreggia intorno,
Ma poi rinasce il giorno
Il cielo a serenar.
Fulmini avventa insieme
Dai gravi nembi ardenti,
Ma spesso in preda ai venti
Son gioco all'aria, e al mar.
S' annera ecc.
(parte.)
Scena nona
Edlige, indi Oscarre.
Edlige
Qual cangiamento, oh Ciel! Ma lusingarmi
Potrò della sua calma?
Io sempre usa all'affanno,
Ogni ombra di piacer credo un inganno.
Oscarre
Amata Edlige, il turbine crudele
Alfin si dileguò. Tutto già spira
Pace, e piacer: che fortunato giorno
Sarà questo per noi! Vieni.
Edlige
Ma dunque
Il ver mi narri? Ah crudeltà saría
L'ingannarmi così! Ma chi produsse
Questa subita pace?
Oscarre
Altrove nota
La cagion ti sarà. Dubiti ancora
Che indugi più?
Edlige
Tal cangiamento, Oscarre
Mi sembra un sogno: io la cagion non trovo,
Temo detestarmi, e sospirar di nuovo.
La sorte mia funesta
Cosi m'oppresse ognora,
Ch'oggi pavento ancora
L'istesso suo rigor.
Dopo crudel tempesta
Tratto il nocchiero a sponda,
Volgendo il guardo all'onda,
Trema sul lido ancor.
La sorte еcс.
(partono.)
Scena decima
Gran piazza nella città di Torino: in prospetto
veduta d'una parte del Regal Palazzo, che poi s'illumina:
ai lati portici con logge praticabili.
All'alzarsi della scena si veggono le suddette
designate logge piene di popolo spettatore, e quindi
al suono di bellici stromenti si avanza la cavalleria
de' Taurini, e i loro fanti con insegne di pace: dopo
vi seguita la cavalleria Africana, e l'infanteria
dell'esercito d Annibale, e degl'Insubri, parimente
con insegne di pace, dietro cui vi seguitano gli elefanti
con torri piene di gente, e adornate di pacifiche insegne;
e finalmente vi comparisce Annibale seduto sopra il suo
elefante con una соrona d'olivi in capo, ai lati del
quale vi assistono alcuni Regoli, e parecchi soldati
portanti i loro scudi. La marcia vien chiusa da una
squadra di Taurini, e di Cartaginesi insieme accompagnati.
Fattosi dalle divisate squadre il giro del Teatro,
giunto Annibale a segno, i soldati, che circondano il
suo elefante, gli fanno scala co' loro scudi, per mezzo
de quali egli discende, ed in questo mentre è ricevuto
da Artace, ed Oscarre.
Annibale, Artace, Oscarre.
Annibale
Sire, la tua costanza
L'ira mia disarmò. T'abbraccio, e sei
Emol degno di me. Secondi il cielo
I miei sinceri voti,
E scenda tua virtù ne' tuoi nipoti.
Qui cresceran frequenti
Le prove di valor: sarà dimora
Su queste sponde la vittoria ognora.
Artace
Duce ogni Re fra noi
E' per costume antico
Cittadino, guerrier, padre, ed amico.
Tal io mi vanto, e 'l ravvisasti forse
Da quanto oprai. Se insidioso ancora
Annibale tornasse al primo eccesso,
Io tornerei di nuovo a far lo stesso.
Annibale
Vano è 'l sospetto, e giova
Opporsi invitti ad un comun nemico,
Che tutta aspira a dominar la terra.
Roma in perpetua guerra
Vive, ognor violenta, ond'ella deve
O perir tosto, o soggiogar le genti,
C'orda guerra alternando, ora la pace,
Atte così non sono
Ad assalir chi le vorrebbe oprresse,
Ne preparate a vendicar se stesse.
Il tuo Re difendesti Oscar, ne ingrato
A me, nè reo tu sei,
E in te pur amo i benefici miei.
Oscarre
Frenar se stesso, e usar ragione, allora
Che vendicarti puoi,
E' virtù, ch'è concessa ai soli Eroi.
Artace
Ma Jassarte non vien: ma non mi rende
Adrane ancor! forse depor ricusa
Egli l'antico sdegno . . . .
Scena ultima
Jassarte, Adrane, Edlige, e detti.
Jassarte
Ecco la sposa tua di pace in pegno.
(Gli presenta Adrane.)
Artace
Principessa adorata,
Posso alfin dir, che mia tu sei. L' eccesso
Del mio contento il può spiegar chi solo
Lunge penò dalla sua fiamma incerto,
Se ancor la rivedrà dove soggiorna,
E a rivedere, e ad abbracciar la torna.
Ma tu nulla mi dici?
Adrane
Artace, e come,
Ritrovar tu non sai ne sguardi miei,
Nel volto mio ch'è dal piacer commosso,
Ciò, che dirti io vorrei, ma dir non posso?
Alfin sei mio: pur si placò la sorte:
Oh ben sparsi finor pianti, e sospiri!
Tutte in piacere or convertirsi io sento
Fin le memorie, oh Dio! de'miei martiri.
Oscarre
Adorabile Edlige,
Io ch'ognor più per te d'amor mi accendo,
Da un tuo sospir mille segreti intendo.
Alfin da te piu non vivrò lontano.
Edlige
Caro, vivremo insieme: ecco la mano.
Annibale
Regnate anime invitte, e i vostri Regni
Popolate d'Eroi. Vi rammentate
D'Annibale talor, che fuggitivo
Dall'Africa natia
Va per tutta la terra ancor non doma
Un nemico a cercar contro di Roma.
Coro
Verrà fra noi d'Artace
La generosa prole,
E chiara più del Sole
La fama sua sarà.
Verrà con lei la pace
De' popoli 'l sostegno:
Sarà l'onor del Regno,
Delle future età.
IL FINE
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Ultimo aggiornamento 10 novembre 2025