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Danze polovesiane

Versione da concerto delle danze presenti nel secondo atto dell’opera Il principe Igor

Musica: Alexander Borodin
Organico: ottavino, 2 flauti, 2 oboi, corno inglese, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, tuba, timpani, glockenspiel, triangolo, tamburo piccolo, tamburo, grancassa, arpa, archi
Orchestrazione: N. Rimsky-Korsakov
Prima esecuzione: San Pietroburgo, 11 Marzo 1879

Guida all'ascolto 1

Ritratto di BorodinMusicista nato e scienziato di valore Borodin nasce a Pietroburgo il 12 Novembre del 1833 da una nobile famiglia di origini caucasiche.

Si laurea giovanissimo in medicina ed intraprende la carriera universitaria diventando a soli 28 anni titolare della cattedra di chimica (ancora oggi è ricordato nelle facoltà di chimica russe per i suoi meriti scientifici) e coltivando parallelamente la sua passione per la musica.

Sfrutta una serie di viaggi professionali in Europa per entrare in contatto con le più importanti correnti musicali dell’epoca divenendo amico di Liszt ed assistendo alle prime rappresentazioni di Wagner.

Rientrato in Russia entra in contatto con Balakirev vigoroso ed accorto rganizzatore, direttore d’ orchestra ed insegnante oltre che compositore che stava organizzando la Libera Scuola di Musica di San Pietroburgo in opposizione al Conservatorio zarista ed a tutto quello che rappresentava.

Da questa esperienza nasce il "Gruppo dei Cinque" formato da Balakirev, Cui, Moussorgski, Rimski-Korsakov e da Borodin con l’intento di trovare un linguaggio musicale russo che partendo dall’anima popolare si contrapponesse all’imperante moda della musica occidentale europea.

In questo contesto Borodin ritrova le sue radici orientali ed applicando la sua mentalità scientifica, diventa un profondo studioso del folklore orientale russo cogliendone gli aspetti più profondi che trasferisce nella sua musica senza tradirli.

Dopo il successo della sua prima sinfonia Borodin si sente attratto dalla storia dell’armata del principe Igor e della sua cattura da parte delle truppe polovesiane che rientrava in un’epopea russa del XII° secolo e che gli permetteva di unire il linguaggio russo con quello orientale.

In questo lavoro che occupa tutta la vita di Borodin e che resta peraltro incompiuto rientrano le danze polovesiane che vengono eseguite quando il kan dei tartari vuole intrattenere il suo nobile prigioniero Igor.

La prima danza - preceduta da una breve introduzione – è un "Andantino" pieno di grazia melodica; segue una vigorosa e ritmata danza degli uomini “Allegro Vivo” che sfocia in un rapido "Allegro" in 3/4 dai temi pulsanti e trascinanti. La quarta danza è un “Presto” in 6/8 vorticoso e fuggente dalla strumentazione ora leggera ed ora piena di ebbrezza. La festa nell’accampamento è qui al suo culmine, ma ancora si torna ai temi delle danze precedenti prima di giungere alla conclusione festosa e giubilante.

Terenzio Sacchi Lodispoto

Guida all'ascolto 2 (nota 1)

"Borodin è un professore cinquantenne di chimica all'Accademia di Medicina. Ancora un talento, perfino grande, ma perduto per colpa della mancanza di nozioni e di un destino cieco che l'ha condotto alla cattedra di chimica invece che a una vivace attività musicale". Così scriveva Cajkovskij nei primi anni Ottanta alla sua mecenate signora von Meck, che gli aveva chiesto di fornirle un ritratto dei compositori del Possente Mucchietto, a noi più noto come il cosiddetto "Gruppo dei Cinque", di cui Borodin faceva parte. Quest ultimo, in effetti, coltivò la musica da "dilettante" nei ritagli di tempo consentitigli da quell'attività di chimico che, oltre ad assicurargli il sostentamento materiale, gli dette anche vasta notorietà negli ambienti scientifici. La sua parabola creativa è ben rappresentata dall'unica, grande opera che l'occupò a intermittenza per oltre quindici anni e che nonostante ciò rimase incompiuta alla sua morte, Il Principe Igor. Completata e orchestrata da Rimskij-Korsakov insieme con Glazunov, fu messa in scena per la prima volta postuma al Teatro Marijnskij di Pietroburgo il 23 ottobre 1890. La pagina più nota, interamente strumentata da Borodin, sono le Danze polovesiane, che nell'opera si collocano alla fine del secondo atto, nella scena in cui il signore dei Tartari intrattiene con danze e canti il principe Igor suo prigioniero.

L'ambientazione "orientale" dei barbari polovesi è ricca di un acceso colorismo che avvicina Borodin, più che all'asciutta crudezza di Musorgskij, alla smagliante brillantezza di Rimskij-Korsakov, tanto è energica, chiara e vivace la sua rappresentazione: ora selvaggia e furiosamente ritmata dal coro dei vincitori - e il coro, ossia il popolo, russo o polovese che sia, è il protagonista assoluto dell'affresco dell'opera, con grande varietà di aspetti -, ora delicata e sognante, come nella prima danza Andantino, ora espansa melodicamente (il dolce e cantabile del Moderato alla breve), ora vorticosamente scandita, come nella chiusa vertiginosa Più animato. Sono immagini musicali di intensa, plastica suggestione, profondamente intrise di sentimento nazionale, giustamente divenute simbolo di un'epica collettiva.

Sergio Sablich

Guida all'ascolto 3 (nota 2)

«Io sono un compositore domenicale che si sforza di restare oscuro». Con queste parole il ventinovenne Aleksandr Borodin - brillante professore di chimica all'Accademia di Fisica di Pietroburgo, autore di importanti e apprezzati studi sui composti del fluoro, ma anche appassionato di musica e compositore "dilettante" - si presentò nel 1862 a Milij Balakirev, al quale l'aveva introdotto l'amico Musorgskij. Affascinato fin dall'infanzia dalle scienze, oltre che dalla musica (aveva iniziato a comporre a nove anni, studiando da autodidatta il flauto, il violoncello e il pianoforte), a sedici anni Borodin si era iscritto alla facoltà di medicina come libero auditore; laureatosi sei anni dopo, aveva fatto pratica per due anni come chirurgo in un ospedale militare, dove, nel 1856, aveva conosciuto il giovane Modest Musorgskij, ufficiale di turno. Nel 1859, deciso ad abbandonare la chirurgia per la chimica, aveva compiuto un viaggio in Europa per completare la sua formazione scientifica, frequentando i corsi prima ad Heidelberg e poi a Pisa. Al suo rientro in patria, nel 1862, lo stesso anno dell'incontro con Balakirev, era stato nominato, non ancora ventinovenne, professore di chimica all'Accademia di Fisica di Pietroburgo. A questa attività, che lo avrebbe impegnato fino alla fine della sua vita dandogli presto una fama internazionale, si sarebbero aggiunti l'impegno appassionato per il rinnovamento dell'Università e per l'emancipazione della donna (nel 1872 fondò la scuola femminile di medicina) e le lotte in favore degli studenti democratici. «Per alcuni» - scrisse una volta - «comporre significa lavoro, impegno, dovere e rappresenta il fine ultimo di tutta l'esistenza, per me, al contrario, comporre è riposo, divertimento e distrazione dalle cure del mio lavoro ufficiale di professore e di scienziato».

Un «compositore domenicale», dunque, ma non solo: «D'inverno» - si legge in una sua lettera di qualche anno dopo - «posso comporre soltanto quando non mi sento abbastanza bene da tenere le mie lezioni. Perciò i miei amici non si augurano mai che la mia salute sia buona, e quando mi incontrano dicono: "spero che tu sia malato..."». Un compositore "domenicale", "estivo" (sembra già di sentire le lamentele di Gustav Mahler, impegnato durante buona parte dell'anno come direttore d'orchestra) e "in malattia", quindi, ecco cos'era Aleksandr Borodin. Con premesse come queste non c'è da meravigliarsi del fatto che il suo lascito compositivo si limiti a non molte unità, pur se di pregevolissima qualità e fattura, e che più di una sua composizione sia giunta a noi incompiuta.

È il caso anche del Prìncipe Igor, l'opera considerata il massimo capolavoro della sua produzione («... eppure tutte le sue opere sono dei capolavori», ha scritto la musicologa Aleksandra Orlova): iniziata nel 1869, fu abbandonata e ripresa più volte nel corso degli anni e non era ancora terminata nell'inverno del 1887, quando Borodin, in una sera di carnevale, morì fulminato da un aneurisma durante una festa da ballo in casa sua. Nemmeno il successo con cui un primo frammento dell'opera (il Grande Coro di gloria del Prologo) era stato accolto dal pubblico, nel marzo del 1876, era valso a spingerlo a terminarla in tempi brevi, ma anzi aveva avuto l'effetto fastidioso di creare delle aspettative il cui peso si era rivelato opprimente per un dilettante «domenicale» che, come lui, si sforzava «di rimanere oscuro»: «Ora la gente sa che sto componendo un'opera. Mi trovo nella condizione di una ragazza che ha perso la sua innocenza e, in tal modo, acquista un certo genere di libertà. Ormai, bon gré mal gré, dovrò terminare questo compito».

Tuttavia, al momento della morte di Borodin, non mancava molto a completare Il Prìncipe Igor: l'Ouverture (già composta e fatta ascoltare agli amici, ma mai scritta su carta), qualche pagina del terzo atto, l'orchestrazione di alcuni brani e la revisione e correzione del tutto. Il compito toccò a Rimskij-Korsakov - che già negli anni precedenti aveva dato la sua collaborazione alla revisione e correzione delle parti ultimate da Borodin - aiutato dal suo giovane allievo ed amico Glazunov che si occupò, tra l'altro, di riscrivere a memoria l'Ouverture, avendola ascoltata direttamente da Borodin. L'opera andò in scena per la prima volta il 4 novembre (23 ottobre secondo l'antico calendario ortodosso) del 1890 al Teatro Mariinskij di Pietroburgo.

Il soggetto del Prìncipe Igor fu suggerito a Borodin da Vladimir Stasov, critico d'arte e amico dei Cinque, che aveva scovato nella Biblioteca Imperiale di Pietroburgo, dove lavorava come dirigente, un poema epico del XII secolo, Il canto della schiera di Igor: una sorta di chanson de geste sulla storia medievale russa in cui si narra della spedizione dei principi di Novgorod-Severskij, guidati da Igor Svjatoslavic, contro i Polovesi, un popolo pagano di stirpe tartara che, stabilitosi nelle steppe del Mar Nero, invadeva periodicamente le terre vicine. Nel secondo atto dell'opera il principe Igor è tenuto prigioniero nel campo polovesiano e il Khan Roncale, signore dei Polovesi, fa eseguire delle danze in suo onore.

Queste Danze polovesiane godono da moltissimi anni di una vita autonoma in campo concertistico e sono senza dubbio una delle pagine più amate dal grande pubblico.

Orchestrate anch'esse da Rimskij-Korsakov per un organico di ampie dimensioni - ottavino, flauti, oboi, corno inglese, clarinetti, fagotti, corni, trombe, tromboni, tuba, timpani, glockenspiel, triangolo, tamburino, tamburo, piatti, grancassa, arpa e archi - prevedono in alcuni episodi l'intervento del coro che può essere omesso nelle esecuzioni concertistiche.

Le Danze si aprono con la Danza, delle fanciulle polovesiane dai movimenti flessuosi (Introduzione. Andantino): dopo un breve sipario di quattordici battute, i soprani insieme all'oboe intonano una delicata melodia (prescritta «con espressione e dolce») sul morbido sostegno dell'arpa; una melodia divenuta celeberrima anche grazie a Wright e Forrest che l'hanno riutilizzata nel musical Kismet trasformandola nella canzone Stranger in Paradise («Take my hands, l'm a stranger in Paradise») entrata nel repertorio di molte stars della musica leggera. Dopo una risposta più "scura" affidata ai contralti e al corno inglese sulle note lunghe dei violini, la melodia si apre a tutta l'orchestra, tornando a farsi ancora più chiara: insieme ai soprani questa volta cantano i violini primi e i flauti, con i piccoli tocchi di colore del triangolo e un intenso controcanto delle viole.

Il brano si spegne dolcemente sfociando direttamente nella Danza degli uomini (Allegro vivo), pagina dal tono rustico e popolaresco basata su di una trascinante idea esposta dal clarinetto solo alla quale se ne sovrappone subito un'altra più decisa e incisiva affidata a corno inglese, clarinetti e fagotti. Le due idee vengono riprese poi a piena orchestra in un parossistico crescendo di sonorità sui sussulti in contrattempo del tamburello: il gruppo compatto degli archi espone la prima idea e quello dei legni la seconda che passa ai tromboni e alla tuba, "costringendo" così i legni ad unirsi agli archi nel perorare la prima idea.

Dopo una breve pausa, quattro battute in crescendo del timpano e della grancassa soli portano dal pianissimo allo scoppio selvaggio di tutta l'orchestra e del coro al completo nella Danza generale (Allegro), pagina esaltante che esprime una gioia dai toni furiosamente barbarici che, dopo un breve episodio di carattere più disteso affidato al personaggio del Khan Koncak (basso) e alle voci femminili del coro, esplode una seconda volta per poi spegnersi gradualmente fino a tornare al pianissimo iniziale con una lunga nota di corni ed arpa.

È ora la volta della Danza dei ragazzi (Presto), aperta sommessamente dal ritmico accompagnamento dei violini («leggierissimo, saltando») e del tamburo su cui si staglia quasi come un richiamo la voce dell'oboe e del clarinetto, che si trasforma presto in una sorta di inebriante cavalcata di tutta l'orchestra e delle voci maschili.

Gradualmente l'impeto e le sonorità si stemperano per fare posto alla rapida ricomparsa di alcune idee dalle danze precedenti che si presentano però con una tavolozza di colori sempre nuova e ricca di fascino: la splendida melodia della Danza delle fanciulle (Moderato alla breve), ad esempio, esposta subito a piena orchestra, con i soprani che cantano insieme all'oboe e alle viole sostenuti dalle lunghe note dell'arpa, dei corni e dei violoncelli, si accende presto di scintillanti brillìi grazie ai lunghi trilli dei violini, ai bagliori improvvisi dell'ottavino e dei flauti, alla ritmica, sommessa presenza del tamburo, ai rapidi squarci di luce del triangolo e del glockenspiel.

Ricompaiono poi la Danza dei ragazzi (Presto) e la Danza degli uomini (Allegro con spirito) che conducono rapidamente il brano alla sua conclusione in un clima di esaltazione crescente.

Al di là del successo popolare e del loro utilizzo in ambito canzonettistico, le Danze polovesiane, pur nella loro "leggerezza", basterebbero da sole a rendere evidente il peso del compositore Borodin. Aveva senz'altro visto giusto Franz Liszt, grande ammiratore del musicista russo, che nel rispondere al più giovane collega che umilmente gli si presentava definendosi ancora una volta un «musicista della domenica» disse: «Ma la domenica è sempre festa».

Carlo Cavalietti


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 16 Dicembre 2004, direttore Yuri Temirkanov
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 19 Dicembre 1996, direttore Yuri Temirkanov
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