Siegfried (orig.: Der junge Siegfried), WWV 86c

Dramma musicale in tre atti

Musica: Richard Wagner (1813 - 1883)
Libretto: Libretto: Richard Wagner

Ruoli:
Organico: 2 ottavini, 3 flauti, 3 oboi, corno inglese, 3 clarinetti, clarinetto basso, 3 fagotti, controfagotto, 8 corni (5. e 6. anche tube tenori e 7 e 8 anche tube basse); 3 trombe, tromba bassa, 4 tromboni, tuba contrabbassa, timpani, piatti, triangolo, tam-tam, glockenspiel, martello sull'incudine, 6 arpe, archi
Composizione testo: Zurigo, maggio - 24 giugno 1851 (rivisto durante la composizione musicale)
Composizione musica: Zurigo, estate 1851 - Tribschen, 5 febbraio 1871
Prima rappresentazione: Bayreuth, Festspielhaus, 16 agosto 1876
Edizione: B. Schott's Sohne, Magonza, 1875
Sinossi

ATTO PRIMO

Foresta. Il nano Mime, fratello del nibelungo Alberich, si trova nella caverna dove ha cresciuto Siegfried. Mentre cerca di saldare i tronconi di una spada, Mime pensa con nostalgia all’oro e all’anello che danno il potere sul mondo intero, ora custoditi dal mostruoso drago Fafner nel suo antro. Il nano accarezza loschi progetti: egli spera di servirsi di Siegfried per uccidere il drago, impadronirsi del tesoro e diventare così signore del mondo.

Con un orso al guinzaglio, Siegfried irrompe dalla foresta spaventando, divertito, Mime. Poi ribatte sull’incudine il lavoro inefficace del nano, mandando in pezzi, ancora una volta, la spada mal saldata. Per placare l’ira del giovane, Mime gli offre del cibo e gli ricorda untuosamente il proprio affetto e le cure che ha avuto per lui. Siegfried è nauseato dal nano. Infine Mime gli narra la tragica morte dei genitori, l’uccisione del padre Siegmund e la dolorosa sorte della madre Sieglinde, che morente gli affidava il piccolo Siegfried e che, a ricompensa delle sue cure future, gli consegnava i frammenti della spada Notung, spezzata nello sfortunato ultimo duello di Siegmund. Entusiasmo e tenerezza attraversano l’animo del giovane eroe. Ora che a Siegfried è stato tutto svelato, nulla più lo lega al luogo dov’è cresciuto: se ne andrà per il mondo, portando con sé la spada gloriosa del padre. Egli ingiunge a Mime di rinsaldargliela e scompare nella foresta, lasciando il nano solo e accigliato.

Si affaccia all’ingresso della caverna Wotan travestito da viandante, con un ampio cappello che nasconde l’occhio mancante e una lancia al posto del bastone. Nonostante l’accoglienza inospitale il dio siede al focolare e sfidato a morte dal nano risponde a tre quesiti che gli sono posti: quale razza abita il fondo della terra? (i nibelunghi), quale la sua superficie? (i giganti), quale le alture? (gli dèi). A sua volta Wotan pone al nano tre enigmi mortali: qual è la stirpe creata da Wotan e a lui sempre cara, anche quando le mostra sfavore? (i Velsunghi), quale spada potrà uccidere Fafner, custode del tesoro? (Notung), chi saprà ritemprarla?… Non essendo riuscito a rispondere all’ultima domanda, Mime si aspetta la morte. Il viandante però si allontana tranquillo con un’oscura predizione: Notung sarà ritemprata da chi non conosce la paura e a quella stessa persona è votata la testa di Mime. A questa notizia il nano è terrorizzato.

In preda all’angoscia Mime immagina la selva in fiamme e la fauci del drago che lo inghiottono. Ritorna Siegfried, cui egli narra la sua fosca visione nella speranza di suscitare in lui la paura. Ma il giovane non si scompone e si accinge a temprare la spada. Mime intuisce che proprio Siegfried è destinato a rinsaldare Notung e per salvarsi concepisce un nuovo piano: quando il giovane avrà ucciso il drago, gli farà bere un sonnifero e poi lo ucciderà. Mentre Mime prepara il filtro con droghe ed erbe, l’eroe lima e martella l’acciaio, rifà la spada e la batte sull’incudine, che si spezza in due. Il nano cade per terra sgomento.

ATTO SECONDO

Folto d’una foresta. A notte fonda Alberich è in agguato presso la caverna del drago. Egli riconosce sotto le spoglie del viandante il suo nemico Wotan (nel loro ultimo incontro Alberich era prigioniero e il dio gli aveva strappato l’anello dal dito) e furente gli ricorda la maledizione da lui emessa, che condanna a morte il possessore dell’anello. Con pacatezza Wotan lo mette invece in guardia da suo fratello Mime, un pericoloso rivale, il quale sta già giungendo con un giovane per uccidere Fafner. Se il drago rinunciasse volontariamente all’anello, potrebbe essere evitata una dura battaglia. Ma Fafner, svegliato a stento, non si rende conto del pericolo e risponde con presuntuoso orgoglio: «Io sto qui e qui possiedo!». Wotan e Alberich si dileguano.

L’alba comincia a biancheggiare quando appaiono Mime e Siegfried. Il nano ha condotto con sé il ragazzo per fargli conoscere la paura, ma alle descrizioni del drago e delle sue collere Siegfried resta imperturbabile e annoiato lo caccia via. Solo, nel silenzio, egli attende che il mostro esca a bere. Il giovane ha modo così di ascoltare il risveglio vibrante della natura. Un uccellino solitario canta e Siegfried tenta di imitarlo. Risvegliato, Fafner avanza mugghiando: Siegfried si slancia contro di lui e lo trafigge al cuore. Estraendo la spada si macchia le dita con il sangue bruciante del mostro, le porta alla bocca e succhia. Quel sangue prodigioso lo rende capace di comprendere il linguaggio degli uccelli e i veri pensieri celati sotto le false parole degli uomini. Ed ora, con una nuova voce, l’uccellino lo esorta ad entrare nell’antro di Fafner e ad appropriarsi dell’elmo magico e dell’anello.

Escono Alberich e Mime, che discutono la divisione del bottino. Riappare Siegfried con l’elmo magico e l’anello di cui, nella sua innocenza, non sa che fare. I due nibelunghi si nascondono di nuovo, mentre l’uccello della foresta svela a Siegfried la vera natura di Mime, traditrice e pericolosa. Al ritorno del nano, Siegfried è perciò capace di interpretarne le parole adulatrici. All’offerta del filtro da parte di Mime l’eroe lo colpisce a morte e trascina il suo corpo presso la caverna del drago. È mezzogiorno. Siegfried si sente solo e triste: la sua vittoria è priva di felicità. L’uccellino della foresta viene in suo aiuto e gli apre la visione della vergine dormiente sulla rocca del Wallhall. Il giovane si incammina nella foresta, verso l’amore, guidato dal suo compagno canoro.

ATTO TERZO

Regione selvaggia. Ai piedi di una montagna, nell’uragano che va placandosi, appare Wotan cupo e angosciato. Egli comprende che una sorte inesorabile condanna la stirpe degli dei e chiede consiglio a Erda, saggezza primordiale, madre di ogni essere. Dal fondo dell’eternità ove dimora in perenne sonno (ma il suo sonno è sogno e il suo sogno è pensiero), la dea onnisciente giunge a lui e gli suggerisce di interrogare piuttosto le Norne o Brünnhilde. Ma Wotan sa che le Norne nulla possono mutare e non può consultare Brünnhilde, che egli stesso per punizione ha addormentato sulla rupe infuocata. Il dio è sdegnato con Erda, che dovrebbe insegnargli una soluzione. Di fronte al rifiuto della dea, Wotan decide di rinunciare al suo potere e di abdicare: che importa se gli dei finiranno? Con un moto generoso egli vuole quella fine e volendola le è superiore. Inoltre Siegfried e Brünnhilde possono vincere la maledizione di Alberich e redimere il mondo, a loro Wotan cederà in letizia ed Erda può dunque continuare il suo sonno eterno.

L’uccellino che ha guidato Siegfried fino all’altura scompare, spaventato dai corvi di Wotan. Il dio cerca di impedire il passaggio all’eroe nipote: Siegfried si spazientisce e oppone la sua invincibile spada Notung alla lancia di Wotan, che si spezza. La potenza del padre degli dei è finita per sempre, ma la sua sconfitta è gioiosa perché chi lo ha vinto appartiene al suo stesso sangue. Siegfried sale baldanzoso attraverso le fiamme.

Giorno sereno. Brünnhilde dorme chiusa da elmo, corazza e scudo, poco distante riposa anche il suo cavallo Grane. Credendola un uomo, Siegfried la priva del suo apparato guerresco ed essa gli appare in tutta la sua bellezza. Stupore, timore, agitazione pervadono il cuore dell’eroe per la prima volta. Con un bacio Siegfried ridesta Brünnhilde, la quale saluta il sole, gli dei, il mondo. Il giovane esulta e la confonde con la madre morta. La vergine tenta di difendersi davanti all’ardore incalzante dell’eroe, fino a che un abbraccio appassionato li congiunge in abbandono infinito

Guida all'ascolto (nota 1)

Richard Wagner (Lipsia 1813-Venezia 1883) trasse l’argomento della Tetralogia, monumento capitale della cultura europea, dai poemi dell’Edda (secolo XIII) e dal componimento medievale Nibelungenlied. Mediante il mito, egli mirava ad un’arte che guardasse «a un mondo affratellato, libero dall’illusione della potenza, dal dominio dell’oro, i cui fondamenti sono la giustizia e l’amore» (Thomas Mann). Ma nel corso della lunga elaborazione, l’autore modificò punto di vista in modo sostanziale, passando da una visione ottimistica del futuro – figlia in buona misura dei moti rivoluzionari in Germania del 1848 cui il musicista aderì –, a una più pessimistica, intorno al 1854, influenzata dal pensiero di Schopenhauer, che lo indusse a modificare il finale del Ring des Nibelungen, monumentale Tetralogia in un prologo e tre giornate.

I primi appunti e la versificazione di Siegfried risalgono al 1851-1852. Nel componimento incentrato sul fanciullo, figlio di Siegmund e di Sieglinde, si narrano le vicende del giovane eroe che nella fucina di Mime, nano che si finge suo genitore, salda la spada Notung e giunge infine alla roccia fiammeggiante dove la valchiria Brünnhilde era stata addormentata dal padre alla fine della ‘giornata’ precedente. Wagner organizzò in modo fortemente simmetrico il libretto (l’atto primo ha tre scene, ciascuna con due personaggi, il secondo è formato pure da tre scene ma con tre personaggi, il terzo atto è speculare al primo con tre scene e due personaggi ciascuno). In questo lavoro dominano i tratti fantastici della fiaba: il giovane che non conosce la paura sfida il mondo che lo circonda quasi per gioco e apprenderà la vertiginosa sensazione non affrontando mostri o pericoli, ma attraverso la conoscenza di ciò che è ‘altro’, il principio femminile in contrapposizione a quello maschile. Il risveglio di Brünnhilde, come quello della Bella addormentata, rappresenta una conclusione netta, conchiusa, che segna il raggiungimento della perfetta felicità, destinata a corrompersi e a svanire solo nel corso della ‘giornata’ seguente.

A conferma di tale configurazione fiabesca nel Siegfried, si noti che un personaggio fortemente legato alla dimensione mitica della Tetralogia, come il padre degli dèi Wotan, appare qui deprivato delle sue caratteristiche di sovrano dominatore: egli si è trasformato in un viandante, che si sposta pressoché in incognito e che per scelta volontaria contempla gli avvenimenti piuttosto che agire in prima persona. Tuttavia, Siegfried costituisce un momento essenziale all’interno della vicenda complessiva e ai fini della realizzazione dell’«opera d’arte dell’avvenire». L’incontro amoroso tra Siegfried e Brünnhilde non è solo uno dei più grandi e celebri duetti nella storia della musica occidentale, ma celebra anche la possibile fusione tra elemento maschile (portatore di razionalità, calcolo, capacità di verbalizzazione e dunque letteratura e poesia) ed elemento femminile (inteso come intuito, gratuità, immediatezza aconcettuale offerta dalla musica). Nell’unione amante tra il poeta (Siegfried) e la musica (Brünnhilde) si attua pertanto, in uno slancio intriso di morte, il miracolo della conciliazione degli opposti e il ritorno all’unità perduta, la cui necessità era stata tante volte proclamata da Wagner negli scritti teorici.

La composizione musicale ebbe inizio nel settembre 1856, ma nel giugno 1857 Wagner interruppe il lavoro all’atto secondo, nel punto in cui Siegfried si riposa sotto un tiglio prima di affrontare il drago: per dodici anni, fino al 1869, l’opera restò incompiuta e fu ultimata solo nel febbraio 1871, dopo che egli si era cimentato con il Tristan und Isolde (1865) e i Meistersinger von Nürnberg (1868). Nonostante la lunga interruzione, Siegfried è sostanzialmente unitario. Soprattutto nell’atto primo, il compositore ricorre alle forme del Lied (ABA) e del rondò (ABACA), basate sulla ripetizione e sul contrasto e dunque più adatte al racconto di avvenimenti che allo scandaglio dei moti dell’animo: l’utilizzo di tali dispositivi si adatta particolarmente alla descrizione di psicologie sostanzialmente elementari e primitive come quelle di Siegfried e del nano Mime. Il prosieguo della ‘giornata’ rivela poi una maturità artistica, una saldezza costruttiva nell’impiego dei temi possibile solo all’autore del Tristan e dei Meistersinger. Nell’ultima parte di Siegfried, Wagner si dimostra capace di dispiegare una sorta di ‘diatonismo di secondo grado’, che non è certo rinuncia al cromatismo ma, anzi, suo superamento, in un’apparente semplicità: frutto di artificio raffinatissimo. Altro elemento che contraddistingue questa parte del Ring, risultato della maturazione stilistica avvenuta durante gli anni di pausa, è anche l’accresciuta maestria contrappuntistica nel presentare temi diversi in salda contemporaneità. La fiaba, sottratta al tempo storico e mitico, si esplicita infine in alcuni motivi caratteristici come il «mormorio della foresta», il «canto degli uccelli», lo «squillo del corno»: sagacemente accostati ad altri, propri della narrazione musicale precedente, i nuovi temi sembrano frapporsi con la loro vivida immediatezza all’inesorabile, per quanto dilatato, percorso armonico cadenzale e disegnare indimenticabili momenti di sogno.

Siegfried fu rappresentato per la prima volta a Bayreuth il 16 agosto 1876 in occasione della prima esecuzione completa del Ring des Nibelungen.

Maria Giovanna Miggiani


(1) Testo tratto dal programma di sala della Fondazione Teatro La Fenice,
Venezia, Teatro La Fenice, 14 giugno 2007


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Ultimo aggiornamento 19 marzo 2025