Das Rheingold (L’oro del Reno), WWV 86a

Dramma musicale in un atto

Musica: Richard Wagner (1813 - 1883)
Libretto: Libretto: Richard Wagner

Ruoli:
Organico: 3 flauti (3 anche ottavino), 3 oboi, corno inglese (anche oboe), 3 clarinetti, clarinetto basso, 3 fagotti, 8 corni (anche 2 tube di Wagner in si bemolle e 2 tube di Wagner in fa), 3 trombe, tromba bassa, 4 tromboni (due tenori, un basso e uno contrabbasso), tuba contrabbassa, timpani, grancassa, piatti, triangolo, tam-tam, 18 incudini, macchina del tuono, 7 arpe, archi
Composizione testo: Albisbrunn bei Hausen (Zurigo), inizio ottobre 1851 - Zurigo, 3 novembre 1852
Composizione musica: Zurigo, 1 novembre 1853 - 26 settembre 1854
Prima rappresentazione: Monaco, Königliches Hof- und National-Theater, 22 settembre 1869
Edizione: B. Schott's Sohne, Magonza, 1861
Sinossi

SCENA PRIMA

Nel fondo del Reno Woglinde, Wellgunde e Flosshilde, figlie del fiume, nuotano, scherzano e cantano. Il Nibelungo Alberich sbuca da un crepaccio, le vede e le invita una dopo l’altra ad accoppiarsi con lui. Woglinde si allontana subito beffarda e va a nuotare poco lontano; Wellgunde si rivolge in modo carezzevole al nano, per poi sottrarsi rapidamente; Flosshilde lo alletta con unaspecie di serenata sentimentale che però improvvisamente volge al grottesco lasciando di nuovo il nano scornato e deluso. Improvvisamente l’oro che giace in fondo al Reno, illuminato dai raggi del sole, si ‘desta’ e sfavilla: le ondine cantano festose la bellezza incontaminata dell’oro. Incuriosito, Alberich chiede maggiori ragguagli e le tre gli rivelano incautamente il potere del tesoro da loro custodito: chiunque sarà capace di forgiare con l’oro del Reno un anello, dominerà il mondo. Per dar forma al terribile monile è però necessario rinunciare per sempre all’amore, cioè al legame che unisce ogni creatura alle altre. Alberich, attirato dall’idea del dominio assoluto – con il quale volendo potrà anche acquistarsi il piacere –, compie il furto, maledice l’amore e fugge. La scena è invasa dalle tenebre e dalla nebbia.

SCENA SECONDA

In un prato fiorito circondato da cime montane, Wotan riposa accanto alla moglie Fricka. Il giorno nascente illumina sempre più una rocca dalle merlature scintillanti che sorge su una vetta rocciosa oltre la valle del Reno. Quando il castello è diventato completamente visibile, Fricka si sveglia e lo nota spaventata. Nel dormiveglia Wotan, re degli dei, si compiace intanto della monumentale dimora costruitagli dai giganti Fasolt e Fafner. In cambio egli ha promesso loro la sorella di Fricka, Freia, dea della giovinezza e della fecondità: ella coltiva le mele d’oro che danno agli dei la gioventù eterna, senza le quali essi invecchierebbero all’improvviso e morirebbero. Fricka, che pure ha voluto anch’essa la nuova reggia con la quale spera di trattenere presso di sé lo sposo, eterno girovago, è però molto preoccupata per l’incauto impegno preso da Wotan.

Arriva di corsa Freia, inseguita dai giganti Fasolt e Fafner che esigono il pagamento convenuto. Consapevole di quanto Freia sia essenziale, Wotan non vuole accondiscendere alle giuste richieste dei giganti. Egli temporeggia, ma i giganti non cedono: Fasolt perché invaghito sinceramente di Freia, Fafner perché conosce le qualità della dea, necessarie ai numi. I fratelli di Freia, Froh (un equivalente di Apollo) e Donner, dio degli uragani, cercano di ribellarsi, tanto che Wotan deve interporre la propria lancia per sedare il conflitto. Giunge finalmente il dio Loge, che vaga fiammeggiando per il cosmo: egli narra di aver cercato inutilmente un sostituto da offrire ai giganti al posto di Freia. In nessun luogo egli ha trovato qualcuno disposto a rinunciare alla bellezza della donna e all’amore, tranne Alberich, il Nibelungo che ha rubato l’oro al Reno e si è foggiato l’anello che conferisce il potere supremo. Loge riferisce anzi a Wotan le recriminazioni delle ondine, le quali si rivolgono al più grande degli dei affinché faccia restituire l’oro rubato. Wotan, pensieroso, decide di conquistare l’anello per sé, e Loge gli suggerisce di sottrarlo ad Alberich con l’inganno. Fafner e Fasolt dichiarano di accettare l’oro in cambio di Freia, ma per precauzione portano in pegno con loro la dea piangente. In assenza dei frutti di Freia gli dei deperiscono immediatamente. Wotan si riscuote e accompagnato da Loge si inoltra nell’abisso, per conquistare oro e anello.

SCENA TERZA

Nel Nibelheim Alberich, divenuto signore dei Nibelunghi grazie al potere dell’anello, sta insultando il fratello Mime, abilissimo fabbro, che non gli ha ancora consegnato l’elmo magico che gli aveva commissionato. Rendendolo invisibile, consentendogli di assumere l’aspetto di qualunque altro essere, uomo o animale, o di essere trasportato da un luogo all’altro con la velocità del pensiero, questo oggetto gli eviterà di essere derubato durante il sonno dell’anello magico che porta al dito. Strappato l’elmo a Mime, Alberich lo prova e, resosi invisibile, percuote il fratello con una frusta. Scende quindi a spronare al lavoro il popolo dei Nibelunghi, affinché strappino l’oro alla terra accrescendo sempre più il suo tesoro.

Giunge Loge assieme a Wotan: Mime racconta loro che Alberich, foggiato l’anello, costringe i nani a lavorare senza interruzione nei pozzi. Fa ritorno Alberich, di nuovo visibile, con l’elmo magico alla cintola. Loge lo blandisce e astutamente gli chiede di mettersi alla prova: grazie all’elmo magico il Nibelungo dapprima si trasforma in un drago enorme, poi in un minuscolo rospo. Loge e Wotan immobilizzano il piccolo animale, gli strappano l’elmo e portano con sé Alberich prigioniero, restituito alle fattezze originarie.

SCENA QUARTA

Lo stesso prato della seconda scena, avvolto dalla nebbia. Loge deride il nano prigioniero, che deve sottomettersi per riottenere la libertà: Wotan gli intima di consegnargli il tesoro, l’elmo magico e infine l’anello. Prima di sparire nelle viscere della terra il Nibelungo maledice l’anello: chi lo possiederà sarà divorato dal timore di perderlo, chi ne sarà privo vorrà conquistarlo ad ogni costo, chi se ne impadronirà sarà destinato alla morte.

I due giganti si presentano all’appuntamento convenuto: essi hanno trattenuto Freia nel Riesenheim (casa dei giganti) e l’hanno rispettata, tuttavia ora esigono il pagamento della loro opera. Fasolt e Fafner piantano a terra due pali, dietro di loro viene messa Freia e davanti Loge, Froh e Donner incominciano ad ammucchiare l’oro. La dea è coperta dal tesoro, ma Fafner riesce a vedere ancora i suoi capelli lucenti e per impedirne la vista impone a Loge di gettare sopra il tesoro anche l’elmo magico. Fasolt vede ancora sfavillare l’occhio della dea e chiede a Wotan di consegnare l’anello che questi ha al dito. Ora il nume si trova nella stessa condizione in cui poco prima si trovava Alberich: è concentrato sull’anello che dà il potere sul mondo, replica incollerito a Loge che gli suggerisce di restituirlo alle figlie del Reno, e non vorrebbe più separarsene. Fasolt fa per afferrare Freia e portarla con sé. Una fenditura si apre tra le rocce: appare Erda, dea veggente della terra, madre delle tre Norne, filatrici del destino. Erda ammonisce Wotan a cedere l’anello per sfuggire alla maledizione del Nibelungo: ella gli ricorda la provvisorietà di ogni condizione e la fine di tutto ciò che esiste. Wotan, turbato, si slancia verso Erda per trattenerla ma questa sparisce inghiottita dalla terra. Il dio deve cedere e consegna ai giganti l’anello. Subito i due fratelli litigano orribilmente: Fafner, il più avido, comincia ad accaparrarsi il tesoro. Fasolt protesta inutilmente, poi, istigato da Loge, si impadronisce con la forza dell’anello. A quel punto Fafner vibra il suo randello sul capo di Fasolt, che crolla a terra con il cranio spaccato. Nell’atterrimento generale, si riappropria dell’anello, finisce di insaccare il tesoro e se ne va col bottino sulle spalle.

La nebbia si è levata e la rocca è di nuovo visibile. Fricka è contenta di andare ad abitare nella nuova casa, mentre Wotan è in preda a cupi pensieri. Con voce di tuono Donner chiama a sé le brume e i densi vapori: il suo martello rimbomba, il tuono si propaga e un fulmine placa e ricompone il cielo. Froh getta un ponte alato: un arcobaleno oltrepassa la valle del Reno giungendo fino al castello. Wotan saluta la rocca, rasserenato da un improvviso segreto pensiero: egli creerà una stirpe di eroi che toglierà l’anello a Fafner, e per difendere la rocca dalle trame di Alberich vi adunerà un gran numero di guerrieri. Il nume invita Fricka a seguirlo nel Walhall (aula degli eroi) e vi si avvia con gli altri dei. Nel corteo vi è anche Loge, il quale però sa quanto la speranza di Wotan sia fallace e d’ora in poi non comparirà più, se non sotto forma di fiamma. Dal Reno giunge il canto delle ondine che reclamano e rimpiangono l’oro perduto e con il loro canto riassumono tutto il dolore del mondo: «Oro del Reno! Oh lucesse ancora nel profondo il tuo puro gioco! Schietto, fedele solo è nel profondo: falso e vile è quel che lassù trionfa!».

Guida all'ascolto (nota 1)

Nel 1848, quando affrontò il ciclo nibelungico, Richard Wagner (Lipsia 1813-Venezia 1883) aveva già al suo attivo sei opere, tutte su libretto proprio, e una prolifica attività di scrittore: come ha sottolineato di recente Quirino Principe, se non fosse stato un grande compositore di musica, sarebbe stato comunque «uno dei sommi poeti tedeschi».

In quegli anni il mito dei Nibelunghi era stato da poco tratto dall’oblio da due germanisti insigni, Friedrich Heinrich von der Hagen (1780-1856), che aveva curato l’edizione critica del Nibelungenlied (1810), e Karl Simrock (1802-1876), che aveva già pubblicato un poema tardomedievale, Gudrun (1843), e si apprestava a farne uscire un altro, l’Edda (1851). La riflessione del compositore su questi nuovi temi trovò espressione nel Nibelungen-Mythus, una sintesi in prosa delle linee portanti del mito, elaborata nell’estate 1848.

Poco dopo Wagner cominciò la redazione dei quattro libretti che avrebbero costituito il suo Ring des Nibelungen, partendo dal nucleo tematico della morte di Siegfried e della restituzione purificatoria dell’oro al fiume (Siegfrieds Tod, cui l’autore avrebbe dato più tardi il titolo definitivo di Götterdämmerung) per procedere poi a ritroso con gli antefatti: la giovinezza dell’eroe (Siegfried), il suo concepimento (Die Walküre) e, origine dell’intera vicenda, il furto dell’oro al Reno (Das Rheingold). Tra l’autunno 1851 e il 3 novembre 1852 Das Rheingold fu steso dapprima come schizzo in prosa, poi ulteriormente rimaneggiato e infine versificato. Per la composizione musicale della Tetralogia, che lo avrebbe impegnato fino al 1874, Wagner seguì invece l’ordine narrativo, cominciando proprio col Rheingold, scritto tra il primo novembre 1853 e il 26 settembre 1854, seguito da Die Walküre (1854-1856), Siegfried (1856-1857, 1864-1865 e 1869-1871) e Götterdämmerung (1869-1874).

Das Rheingold (L’oro del Reno), Vorabend (vigilia, prologo) del Ring des Nibelungen, presenta i personaggi che danno origine all’azione. Vi sono i Nibelunghi, una stirpe di lavoratori dei metalli che abita crepacci e caverne tenebrose, cui appartengono Alberich e il fratello Mime; i giganti, mostri primitivi e violenti, preoccupati per l’attività dei Nibelunghi forgiatori di armi; e infine gli dei, che dai giganti ottengono la costruzione di una sede finalmente stabile e sicura, il Walhall.

All’inizio del Rheingold, che si apre con il celebre, prolungato accordo iniziale di Mi bemolle maggiore ispirato a una visione acquea, Alberich corteggia inutilmente tre affascinanti ondine. Mentre nel fiume sfavilla l’oro risvegliato dal sole, le figlie del Reno gli rivelano imprudentemente che colui che si forgerà un anello con quell’oro otterrà il dominio del mondo, purché rinunci all’amore. Respinto dalle fanciulle, Alberich ruba l’oro e maledice l’amore. Nelle scene successive i giganti Fafner e Fasolt esigono il pagamento del Walhall e trattengono Freia, la dea dell’amore e della giovinezza che era stata loro promessa. Su suggerimento di Loge, astuto dio del fuoco, Wotan scende a Nibelheim e sottrae oro, elmo magico e anello ad Alberich. Questi è costretto a cedere quanto aveva fatto forgiare, ma conferisce all’anello una maledizione che porterà morte al suo possessore. Gli dei saldano il loro debito con i giganti consegnando loro gli oggetti predati in cambio di Freia. Prima conseguenza della maledizione dell’anello, Fafner uccide Fasolt. In preda a sentimenti diversi, gli dei si avviano verso il Walhall: Fricka, moglie di Wotan, è lieta della nuova lussuosa dimora, Wotan rimugina su come riconquistare l’anello e Loge, in disparte, presagisce la rovina degli dei, mentre le figlie del Reno reclamano l’oro che è stato sottratto al fiume.

In una Nota sulla Tetralogia (Le regard éloigné, 1983) l’antropologo Claude Lévi-Strauss ha osservato che nel Rheingold si contrappongono Wotan e Alberich, figure parallele e al fondo equivalenti, che danno origine a dinastie rivali. Alberich rinuncia all’amore totale e si accontenta dell’amore fisico, che potrà ottenere con l’astuzia, avvalendosi dell’oro come esca. Nella terza scena dell’Oro del Reno il Nibelungo già prevede gli sviluppi che lo porteranno a sedurre Grimhilde, sovrana dei Ghibicunghi, la quale gli partorirà Hagen, figlio asservito al suo volere e destinato ad uccidere Siegfried nell’ultima giornata. Anche Wotan sembra inizialmente disposto a rinunciare all’amore rappresentato da Freia, la dea della sensualità e del desiderio carnale. Tuttavia, a differenza del nano, egli evita di farlo concretamente e cede l’anello ai giganti pur di tenere la dea presso di sé. Ma non rinuncia alla volontà di potenza rappresentata dall’anello: per riottenerlo avrà bisogno di creature libere in grado di riconquistarlo per lui e a tal fine anch’egli avrà una discendenza, le valchirie e i due gemelli Siegmund e Sieglinde, futuri genitori di Siegfried.

Nodo centrale della Tetralogia, complementare rispetto al tema fondamentale della libertà, è lo spirito di una legge universale incisa da Wotan sulla propria lancia, valida per uomini e dei: ogni possesso implica un costo e una rinuncia. Nel Rheingold è posto in primo piano il conflitto tra esigenze contraddittorie che le tre giornate successive cercheranno di risolvere, e fin da subito viene evidenziato il fatto che è proibito ricevere qualcosa senza dare nulla in cambio. A questa visione cosmicamente circolare sembra rimandare il titolo stesso del ciclo, L’anello del Nibelungo.

Das Rheingold debuttò nel Teatro di corte di Monaco il 22 settembre 1869, su sollecitazione del re Ludwig di Baviera, grande mecenate dell’artista. Fu rappresentato per la prima volta come parte dell’intero ciclo al Festspielhaus di Bayreuth il 13 agosto 1876.

Maria Giovanna Miggiani


(1) Testo tratto dal programma di sala della Fondazione Teatro La Fenice,
Venezia, Teatro La Fenice, 24 giugno 2011


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Ultimo aggiornamento 24 aprile 2024