Dal 1839 per quasi tre anni Wagner visse, tra molte ansie e difficoltà, una specie di esilio a Parigi. Nella sua vita, come si sa, nulla fu mai, né poteva essere, semplice e ordinario, sì che la grande capitale, raggiunta da Wagner come una meta finale e ben presto, invece, detestata quale mondana illusione e deserto dell'arte, quasi lo sospinse, all'indietro, verso la Germania. Parigi, dunque, soltanto su di lui ebbe un effetto quasi contrario a quello subito e accolto da tutti gli altri musicisti, maggiori e minori, dell'epoca: egli vi si sentì estraneo e inconciliabile. Sebbene ammirato presto non solo nella colonia degli intellettuali tedeschi, ma anche, con qualche comprensibile riserva e diffidenza, nel gran mondo cosmopolita della musica, a Parigi il giovane artista (aveva ventisette anni), ambizioso e scontento, intravide il suo cammino, anzi il suo destino di 'artista tedesco'. Così, nella costante tensione intellettuale e psichica verso la realtà spirituale alla quale sentiva di appartenere, Wagner concepì il progetto di un suo Faust, che concluse solo in parte (ma concepì anche e concluse il suo primo capolavoro, Der fliegende Holländer, L'olandese volante).
L'ascolto della "symphonie dramatique" Roméo et Juliette di Berlioz gli aveva fatto una profonda impressione (non in tutto positiva veramente: «[...] accanto alle più geniali invenzioni, si incontrano in quest'opera una tale mancanza di gusto e tali difetti nei procedimenti dell'arte [...]»), chiarendogli carattere e fini della nuova tendenza musicale sulla quale egli già rifletteva: la tendenza della musica a programma, del Poema sinfonico, di una musica strumentale, cioè, non più costruita secondo le forme musicali classiche, quelle della tradizione sinfonica, ma creata in forme libere su un 'programma' predisposto, su un contenuto letterario o su un'idea poetica, un quadro narrativo o figurativo. In queste condizioni interiori, ideali e affettive (l'accesa tensione verso il nuovo nell'arte e la fedeltà alla cultura tedesca), nacque il progetto di una 'Sinfonia' sul Faust, che avrebbe dovuto svolgersi in due parti, una sul personaggio di Faust e l'altra su Gretchen (noi diciamo Margherita). Che la seconda parte non sia andata oltre qualche abbozzo e che sulla prima Wagner sia tornato quindici anni dopo, nel 1855, per una energica revisione su consiglio di Liszt, ci dice di questa Faust-Ouverture che l'intenzione in sé e la coscienza dei mezzi espressivi per attuarla erano nel giovane Wagner ancora indecise: e nella musica si avverte.
Nell'introduzione è presentato il personaggio con un motivo musicale cromatico dolente e interrogativo (archi), che esprime l'anima angosciata ed oscura del 'protagonista' levandosi dalla zona profonda dell'orchestra (vedremo poi che l'idea di descrivere col cromatismo il carattere 'faustiano' tocca nella Sinfonia di Liszt un vertice di audacia linguistica per allora insuperabile). Segue la vera e propria raffigurazione musicale del personaggio, cioè la parte sostanziale del brano sinfonico, impetuosa e fosca. Ascoltiamo l'eroica e tragica sfida al mondo, lo slancio amoroso (un segmento anticipa un tema del Tristano!), la delusione, la redenzione: le tappe, insomma, di una vicenda byroniana che Wagner in quel tempo espresse con compiutezza ed efficacia molto maggiori nell'Holländer. Lo svolgimento sinfonico è ricco di drammatici chiaroscuri, specialmente nella contrapposizione tra il motivo tormentato dell'inizio (quasi un segno di identificazione del personaggio), spavalderie e demonismi di maniera, e un solenne corale in maggiore (la speranza di salvezza). L'ultima apparizione di una parte del disegno cromatico in una veste sonora ormai pacata conduce alla trasfigurazione finale (quasi identica alla definitiva conclusione del Preludio dell'Holländer).
Franco Serpa