Il Mottettorum Liber Tertius a cinque, sei e otto voci (Venezia 1575), come i due libri precedenti di mottetti, rispecchia un ampio arco compositivo palestriniano, anteriore anche di molti anni alla data di edizione. Tale attività di raccolta editoriale, visibilmente intensificatasi nella seconda metà degli anni Sessanta, è stata interpretata quale espressione di intenti antologizzanti, il che ha conferito alle composizioni presenti nella silloge un valore esemplare ed emblematico, o per la loro fortuna esecutiva, o per i loro caratteri strutturali. Una strategia compilativa che appare sposarsi anche con evidenti esigenze "commerciali", assecondate mediante l'offerta di diversi organici e la vasta fruibilità liturgica che, nel caso di questo libro Terzo, va da brani per le celebrazioni di tutti i giorni, ad altri per il santorale (Santa Cecilia, Santa Caterina da Siena, San Giovanni, San Giacomo, San Bartolomeo, San Nicola da Tolentino, San Francesco d'Assisi, e altri), per il comune degli Apostoli, per la dedicazione della chiesa, o per le principali feste dell'anno (Pasqua, Natale).
Anche Surge illuminare Jerusalem può a ragione dirsi brano emblematico: esso è infatti il più grandioso fra i mottetti palestriniani. Come parte della liturgia natalizia, era eseguito in Cappella Sistina nell'Epifania. Nell'ambito dell'edizione originale apriva la sezione dei mottetti a otto voci, ma la sua ampiezza non era del tutto manifesta dal momento che vi compariva privato della secunda pars (Et ambulabunt gentes), pubblicata solo nell'Ottocento, e in questa occasione comunque eseguita.
L'impianto a otto voci è chiaramente concepito per due cori (soprano I, contralto I, tenore I, basso I; soprano II, contralto II, tenore II, basso II), sebbene non esplicitamente indicato nell'edizione originale (cantus, altus, tenor, bassus, quintus, sextus, septima pars, octava pars).
Lo splendido testo di Isaia (60, 1), recante la profezia dell'avvento del Salvatore, viene esaltato dalla potente semplicità del comporre palestriniano. Le rare sezioni di impianto contrappuntistico, sapientemente dosate, sono incastonate, sorrette, sottolineate, esaltate da quelle omofoniche a cori divisi e riuniti. Esemplare l'esordio in cui allo slancio iniziale dei Surge, esposti in imitazione dalle voci del primo coro, risponde omofonicamente il secondo coro (Quia venit lumen) preparando l'ingresso dei cori riuniti (Gloria Domini).
Tutto appare perfettamente coeso, coerente ed equilibrato, compreso l'impegno quasi equivalente richiesto ai due cori e la presenza di una simmetrica sezione ternaria in entrambe le parti del mottetto. La distanza storica, alla luce della successiva stilizzazione del comporre "alla Palestrina", fa oggi di questo mottetto uno degli esempi più tipici della policoralità romana del periodo, un'interpretazione che pare supportata (o forse indotta) dalla continuità esecutiva del brano in Cappella Sistina.
Paola Besutti