Sin dai tempi di Guido d'Arezzo (XI sec), e ancora all'epoca di Palestrina e Victoria, l'esacordo costituiva la base dell'apprendimento musicale. Non si trattava di un sistema di chiavi o modi, ma semplicernente di un mezzo per identificare il nome delle sei note di base o voces musicales (ut, re, mi, fa, sol, la) organizzate in una sequenza fissa di tono-tono-semitono-tono-tono. La posizione dell'intervallo di semitono (mi-fa) determinava la diversa natura degli esacordi (naturale, duro, molle). Al di là della sua funzionalità didattica e teorica, l'esacordo per le sue caratteristiche di simmetria, ordine, chiarezza divenne quasi immagine dell'armonia celeste e mezzo dunque per glorificare Dio. Elaborare una composizione polifonica sulla base di questa elementare sequenza di suoni significava anzitutto mettere alla prova la propria abilità applicandola alla più semplice materia musicale, ma significava anche rendere udibile, quasi tangibile, un atto di fede: dalla semplicità dell'elemento base, da tutti conosciuto e condiviso, all'apoteosi dell'universo polifonico. Anche in virtù di questa idea di cimento compositivo molti furono coloro che nel tardo Cinquecento scelsero soggetti esacordali, sia "cavati dalle parole" in cui cioè alle vocali delle sillabe del testo si fanno corrispondere le sillabe dell'esacordo, sia in regolare sequenza scalare come nella messa di Palestrina.
L'importante ruolo attribuito nell'edizione a stampa alla Missa Ut, re, mi, fa, sol, la, sembra confortare l'ipotesi che si intendesse con ciò assegnarle una consapevole programmatica evidenza. Già in uso nella Cappella Sistina almeno dal 1563, anno in cui fu copiata nel famoso Codice 39, essa venne inclusa nell'importante Terzo Libro di Messe, edito a Roma nel 1570 e dedicato, come il precedente, all'imperatore Filippo II di Spagna. Nel contesto dell'imponente volume di otto composizioni a quattro, cinque e sei voci, essa occupa l'ultima posizione, assolvendo l'evidente compito di coronare una silloge degna di tanto dedicatario. Anche strutturalmente la messa appare degna di tale ruolo.
Notevolmente ampia per dimensioni (oltre settecento battute odierne), essa presenta un organico a sei voci (due soprani, due contralti, tenore, basso), ampliato a sette mediante l'aggiunta di un terzo contralto nell'Agnus Dei II, ultima sezione della messa e del libro. Questa stessa sezione sfoggia anche un canone alla quinta inferiore che imbriglia dall'inizio alla fine le voci di soprano II e contralto III.
L'intera messa è poi caratterizzata da grande libertà contrappuntistica e compositiva, ma percorsa anche da un ulteriore obbligo: la proposta del canto dato (l'esacordo) nella sua essenziale forma ascendente e discendente sempre alla voce del soprano II, in ogni sezione della messa. Esso appare: nel Kyrie a valori larghi; nel Gloria a note ribattute; nel Credo con più evidenti variazioni ritmiche; nel Sanctus, nell'Agnus Dei I e II di nuovo con valori ampi e regolari e, in quest'ultima sezione, addirittura intrecciato nel già citato canone. Le altre voci, pur basandosi sull'esacordo, lo 'interpretano' più liberamente, sia dal punto di vista melodico sia ritmico.
Questa sorta di programma compositivo si associa a caratteri della tradizione: il Kyrie in serrato gioco contrappuntistico; il Gloria prevalentemente omofonico; il Credo alternante sezioni contrappuntistiche ad altre omofoniche; il Sanctus con assottigliamenti di organico (quattro voci) alle sezioni Pleni sunt coeli e Benedictus. L'effetto complessivo della messa è grandioso e semplice al tempo stesso. La stilizzata scala di base, quasi materia primigenia, cresce con esemplare gesto retorico traendo dalla parsimonia dei mezzi compositivi la propria sostanza.
Lo studio sistematico della presenza nel Cinquecento dell'esacordo quale fondamento melodico del comporre polifonico ha ridimensionato le ipotesi di atipicità di questa composizione, poiché molti erano i brani consimili. Ma proprio l'esistenza di una consistente tradizione avvalora l'ipotesi che anche Palestrina abbia voluto consapevolmente cimentarsi e misurarsi con essa, offrendo anche in una stampa la propria risposta.
Paola Besutti