Con il Kyrie dalla Missa Papae Marcelli a sei voci di Giovanni Pierluigi da Palestrina entriamo nella dimensione sonora della leggenda, che essa avrebbe assunto già a pochi decenni dalla sua composizione, risalente al 1565, in piena temperie controriformistica durante la quale il cardinale Marcello Cervini, papa per poco più di un mese con il nome di Marcello II, ebbe un ruolo influente. Pare che la vasta biblioteca personale del pontefice, dedicatario della Messa, non contenesse libri musicali, ma che egli, da colto umanista, avesse una predilezione per l'intelligibilità e la comprensibilità delle parole nel canto sacro. L'intento di Palestrina è espresso nella dedica del Missarum Liber Secundum che contiene la Messa. La volontà di offrire un decoro sonoro alla celebrazione eucaristica ricorrendo a una "nuova maniera" capace di "salvare" la polifonia dalle presunte intenzioni epuratrici dei padri conciliari ha una risposta concreta in questa composizione destinata alla liturgia: un capolavoro di equilibrio tra chiarezza testuale, bellezza artistica e nitore dell'intreccio contrappuntistico. Si tratta di una Messa libera, cioè non basata su melodie preesistenti o su altre composizioni polifoniche.
Il Kyrie sì annuncia con pochi motivi ben riconoscibili, capaci di esaltare la declamazione e la costruzione di una polifonia in cui ogni voce parimenti contribuisce alla creazione di brevi e lineari unità musicali. All'inizio della seconda sezione del Kyrie sono introdotti procedimenti omofonici, sulle parole Christe eleison introdotte dalle voci di Basso e di Soprano che cantano insieme le stesse sillabe. Tale tecnica è diffusamente utilizzata nel Gloria, seconda e ampia sezione della Messa, ma mai come una concessione al dettato tridentino, ma piuttosto come un pretesto compositivo capace di incanalare ed esaltare la fantasia creatrice del compositore piuttosto che di vincolarla. Ed in questo risiede la grandiosità della Messa, in quella sua intrinseca perfezione di cui la chiarezza testuale è solo una diretta conseguenza, e non una obbligata semplificazione dell'intreccio vocale.
Il carattere prevalentemente sillabico consente nel Gloria il massimo di comprensibilità del testo, tra i più Lunghi e articolati del Proprio: le sei voci esordiscono insieme nel canto e pervengono ad esiti di assoluta perfezione nell'equilibrio tra completa intelligibilità del testo sacro e intreccio polifonico, dove la semplicità lungi dall'essere banalità è esito supremo di perizia contrappuntistica. Assistiamo qui a una sorta di dialogo tra gruppi di voci, dove la compattezza tra proposte e risposte conferisce una solidità innegabile, ma sfumata dalla perizia compositiva di Palestrina in un gioco di sonorità sempre cangianti che è cifra compositiva dell'intera Messa.
Nel Sanctus le sei voci inneggiano al Signore attraverso un trasparente intreccio polifonico che sfocia nel grandioso procedimento omoritmico sulle parole Hosanna in excelsis. Se il canto amplifica la preghiera, la composizione palestriniana è pura e trasparente esaltazione della divinità.
Anche il Benedictus si annuncia con un procedimento omoritmico tra le voci di soprano e tenore che presto cede il passo a lunghe arcate melodiche in cui fluido e continuo è il gioco dialogico tra le varie voci; solenne e austero nella condotta prevalentemente sillabica e omofonica è il canto finale dell'Hosanna, che si conclude in pianissimo.
Nel più tipico stile contrappuntistico-imitativo palestriniano, infine, l'Agnus Dei conclude la Messa con un inedito effetto di solennità e di maestosità, creato da una peculiare composizione dell'organico, dove le due voci più acute svettano dolci ed esili sopra un accompagnamento di voci di registro più grave che spesso riecheggiano su altezze diverse la melodia appena cantata, in modo da suscitare nell'animo dell'ascoltatore - disposto a chiudere gli occhi - l'immagine di una spazialità a cui manca solo la dimensione materica per potersi dire concreta.
Tiziana Affortunato