Quando nel 1583 il duca di Mantova chiese a Palestrina una valutazione sul giovane musicista Marenzio, che intendeva assumere come maestro della sua famosa cappella di Santa Barbara, ebbe un parere negativo da parte del Maestro che dubitava della di lui "scienza" e "attitudine di governare musici". La circostanza non meraviglia, considerando che tra Giovanni Pierluigi e Luca Marenzio c'è il passaggio di una generazione e che i due musicisti svolgono un diverso ruolo professionale.
Marenzio, si sa, fu sempre considerato ai vertici dell'estetica madrigalistica e perciò musicista "profano" per antonomasia; Palestrina ebbe gli onori di musicista sacro per eccellenza, e come tale divenne compositore ufficiale della cappella pontificia e interprete indiscusso della Controriforma. Tuttavia non si può nemmeno escludere dal contesto valutativo un possibile atteggiamento di latente rivalità professionale: Marenzio giunse a Roma al seguito del Cardinale Madruzzo già nel 1574 e fu introdotto dal suo protettore in tutti gli ambienti cardinalizi e aristocratici della città. Alla morte del Madruzzo (1578) passò al servizio del cardinale Luigi d'Este (e bene si comprende la sua attività di madrigalista prevalentemente svolta tra Roma e la magnifica villa di Tivoli) e sappiamo che costui tentò senza esito di farlo entrare nel coro della cappella pontificia. La musica sacra doveva dunque essergli familiare e rappresentare un genere favorevole a importanti collocazioni professionali, specialmente nella città chiamata a dare esecuzione alle volontà espresse dalla Controriforma in materia di liturgia musicale. In un tale favorevole ambiente sembra plausibile che Marenzio abbia tentato in tutti i modi di accreditarsi, al fine di ottenere una definitiva collocazione come maestro dì cappella. Ne sono testimonianza le pubblicazioni di musica sacra che datano a partire dal 1585, anno al quale risale anche la fondazione ufficiale della "Congregazione dei musici di Roma sotto l'invocazione di Santa Cecilia" (già esistente da qualche anno come "Compagnia") che vedeva tra i fondatori Palestrina e nella quale entrò anche lo stesso Marenzio.
Ne discende che il programma pone a confronto due diverse anime della musica sacra maturata nello spirito della Controriforma. Palestrina e Marenzio si trovarono infatti a operare per la Chiesa d! Roma da posizioni diverse ma comunque ispirate alle vicende che impegnarono il Concilio di Trento (1545-1563) su problemi teologici, dogmatici e liturgici. In verità i Padri conciliari non posero in discussione l'autorità della loro confessione, né vollero confrontarsi con gli effetti generati dalla protesta luterana: pragmaticamente decisero di riaffermare i principi fondanti della civiltà cattolica occidentale come assoluti, incontestabili, superiori. La Chiesa di Roma uscì così dal Concilio non rinnovata, ma fortificata dalla convizione di essere superiore; assunse il dovere di dimostrarlo estendendo l'azione a tutti i livelli. La liturgia musicale ne fu coinvolta massimamente e, con essa, gli aspetti musicali. Si riaffermò la distinzione tra musica liturgica (il cosiddetto canto gregoriano), musica paraliturgica (tropi e sequenze), musica sacra (polifonia artistica basata sull'elaborazione di melodie liturgiche) e musica spirituale (laudi e canzoni in lingua di ispirazione religiosa, da cantarsi fuori dalla chiesa in luoghi di pia devozione). Fu dunque contemplata ogni necessità, da quella liturgica affidata ai celebranti, a quella musicale d'arte affidata a cantori e maestri professionisti, a quella ricreativa da svolgersi negli oratori.
Ciò che interessa in questa sede è il taglio artistico dato alla soluzione musicale, affrontata con serietà e competenza e basata non sul principio della partecipazione collettiva, ma sulla comunicazione offerta ai più alti livelli performativi. Non si può fare a meno di considerare che nel Cinquecento l'offerta musicale della Chiesa di Roma aveva la paternità di musicisti come Palestrina e Marenzio e che ognuno poteva fruire liberamente di tale offerta a tutto vantaggio della crescita del gusto e della formazione musicale su cui si realizza un incredibile livello della recezione. E Palestrina e Marenzio operavano inoltre all'interno di una Congregazione (da cui discende l'attuale Accademia di Santa Cecilia) preposta alla tutela della qualità della produzione e dell'offerta musicale.
Nel periodo che ci interessa, tuttavia, l'offerta non può essere omogenea e definitiva: qualcuno certamente ha già una consapevolezza del modello definitivo della musica polifonica e Palestrina è già designato come compositore ufficiale della cappella pontificia; ma la discussione è ancora aperta in ambito accademico, nei ridotti cardinalizi, presso gli ordini sacerdotali di maggior spicco. Marenzio - apprezzatissimo nella cerchia dei cardinali Madruzzo, Este, Aldobrandini, Montalto e dei principi Orsini e Medici - rappresenta una voce dissidente che interpreta istanze coltivate in ambienti che dedicano particolare attenzione alla polifonia raffinata, sottile, motivata da spinte innovative e ricercate, tenacemente ancorate a un concetto di "musica reservata" proprio dell'area madrigalistica.
La Missa Ad coenam Agni providi a cinque voci di Palestrina è costruita, secondo i più puri principi compositivi, sulla melodia dell'inno Ad regias agni dapes. La scena riprodotta all'interno della grande lettera iniziale del Kyrie rappresenta la Resurrezione. Fu pubblicata per la prima volta nel Missarum liber primus, pubblicato nel 1554 a Roma e dedicato al pontefice Giulio III, assieme ad altre quattro messe a quattro voci. Lo stile severo, la scrittura equilibratissima, l'espressione misurata con proprietà sullo spirito dell'inno e sulla consapevolezza della sua elevata potenzialità di ricezione presso l'ascoltatore fanno di questa messa un modello eccellente di polifonia, improntato a quella necessaria intelligibilità del testo che sarà richiamata dalle disposizioni tridentine.
Francesco Luisi