Dei quattro Trii con pianoforte che figurano nel catalogo di Dvorak il più celebre e frequentemente eseguito è l'ultimo in mi minore op. 90, il Dumky-Trio (1891), così chiamato perché si basa quasi interamente sulla forma della dumka, canto popolare slavo particolarmente amato da Dvorak. Questo, in fa minore, è cronologicamente il terzo e lo precede di una manciata d'anni, essendo stato composto nei primi mesi del 1883, non senza dubbi e travagli. Dvorak esitò a lungo prima di decidere quale posizione dare ai due tempi centrali, scegliendo solo da ultimo di posporre l'Adagio allo Scherzo: soluzione più moderna che classica, forse suggerita da tendenze in quel momento dominanti in area romantica.
Nel Trio op. 65 si riscontrano i due poli della maniera compositiva di Dvorak: da un lato gli influssi della tradizione classico-romantica, da Dvorak pressoché identificata col modello di Brahms, dall'altro l'impronta del canto popolare, ricreata in forma stilizzata. Questa contrapposizione di caratteri si compendia in un linguaggio musicale esuberante, vitalistico, estroverso negli aspetti impetuosi e appassionati, e liricamente ammorbidito in quelli malinconici e sentimentali. La successione dei movimenti intreccia e separa questi elementi. Il primo ha un'impronta decisamente sinfonica, sia nello spessore tematico sia nella ricchezza delle varianti timbriche. Esso parte con un'ampia frase cantata in ottava dal violino e dal violoncello, sostenuta dal pianoforte con un drammatico crescendo: il clima è accesissimo, l'andatura piena e incisiva, senza soste, senza distensioni, neppure nel secondo tema in do maggiore, esposto dal pianoforte su lunghe note tenute degli archi. Il ritmo puntato, pressoché onnipresente, accentua l'impressione di un'urgenza espressiva pressante. Lo Scherzo che segue è un intermezzo assai prossimo alla maniera di Brahms, con un carattere schiettamente popolare nel ritmo e nella melodia; le forme di danza si interrompono nella sezione centrale in tempo Meno mosso, sorta di trio nel quale Dvorak riprende ed elabora un'idea del primo movimento, anticipando così quel procedere ciclico che sarà tipico del suo stile maturo; anche armonicamente il collegamento è ingegnoso, con do diesis minore che diventa enarmonicamente re bemolle maggiore.
Il terzo tempo è un Poco Adagio che oscilla tra l'eloquenza del canto a tutto tondo (il cantabile del violoncello all'inizio) e l'assorta malinconia di un ripiegamento lirico ampiamente sostenuto: anche qui la concatenazione armonico-tonale presenta passaggi di sorprendente originalità, questa volta muovendosi nella scia di Schubert. Il compito di riportare il lavoro sul terreno della spontanea adesione alla naturalezza popolare spetta all'Allegro con brio conclusivo. Esso ha la vitalità gioiosa di una danza paesana, pulsante al ritmo di un vivace furiant, fino ad attirare nel circolo del Finale, con gesto calcolato, il primo tema del primo movimento.
Sergio Sablich
Nel primo movimento, Allegro ma non troppo, del Trio n. 3 in Fa minore op. 65 di Antonin Dvorak la semplicità con cui violino e violoncello presentano il primo tema nulla sembra predire della complessità di questo brano. Spetta al pianoforte accendere la vitale espressione e il respiro sinfonico di questo Trio, fino a proporre il tema con una nuova carica. Seguono un secondo motivo sostenuto dalle terzine ribattute del piano, un terzo in cui il ritmo si placa per far spazio all'elegiaco canto del violoncello poi ripreso dal violino, e la chiusura di questa prima parte con un tema dalla carica entusiastica. Lo sviluppo si apre in un clima riflessivo, con il primo tema che suona come un pacato discorso, ma diviene poi un frenetico dialogo tra gli strumenti, coinvolgendo anche altri elementi dei diversi motivi. Il secondo tema, per quanto suonato con calda espressione dal violoncello, viene turbato dall'insistente ribattere del grave al pianoforte, e finisce con l'alimentare il crescendo inquieto che prelude alla ripresa, in cui il primo tema viene esposto con forza dai tre strumenti. Il secondo tema riesce nuovamente a placare la musica, e il terzo riporta la sua carica ritmica euforica prima che altri spunti tratti dai temi vengano riproposti; si chiude con un coda carica di energia.
Il motore ritmico con cui inizia il secondo movimento, Allegretto grazioso, è l'effetto di un incantesimo musicale che miscela il moto in terzine degli archi e il ritmo contrastante e insistito del pianoforte. Simile effetto hanno i rapidi arpeggi del piano che accompagnano il tema ripreso dagli archi come improvvise folate di vitalità, e il grave sempre del pianoforte che scandisce con regolarità danzante un accompagnamento arricchito da un trillo della regione mediana. Nella parte centrale, Meno mosso, i] pianoforte rischiara l'atmosfera su un ritmo oscillante, mentre gli archi si lasciano andare a melodie più ampie; a ruoli invertiti il pianoforte ripropone quel canto in aerei rapidi arpeggi, e si arriva al culmine espressivo con un intenso controcanto del violoncello. Viene riproposto il tema di questa sezione centrale, ma d'improvviso si va riavviando il meccanismo ritmico iniziale che porta alla ripresa della prima parte.
L'inizio del terzo movimento, Poco adagio, è una melodia appassionata. Segue un episodio in canone i cui motivi suonano rasserenati, quasi ingenui rispetto alla malinconia precedente, e in questo nuovo clima riascoltiamo il tema iniziale. La parte centrale è più inquieta, con un intenso dialogo tra i due archi, per diventare un lirico idillio. Toma il tema più sereno, seguito dal primo tema con il suo romantico accento, e il tema lirico della parte centrale prima della chiusura.
Nel quarto movimento, Allegro con brio, si contrappongono un primo tema vivace, in cui la carica ritmica viene alimentata da energici salti di ottava, e un secondo tema cantabile e un po' malinconico. Sono quei salti di ottava a rendere facilmente riconoscibile il primo tema e a condurre le successive elaborazioni. Nell'episodio seguente il dialogo tra i due archi si fa più espressivo, per lasciar poi spazio a un intervento del pianoforte che punteggia il tema nella parte acuta con grande gusto. Il crescendo successivo ha un'impronta sinfonica, che ripiega nel canto del secondo tema, ancor più appassionato nell'esecuzione del pianoforte. Dopo nuove apparizioni del tema, poi su un suggestivo tremolo al grave, quindi in una versione più appassionata, il ritmo si riavvia nell'iterazione insistita di un gioioso inciso, ma un'ampia pausa lo arresta per due volte, e solo il breve finale ricompone l'energia del brano.
Emiliano Buggio