Svatební košile (La sposa dello spettro), op. 69

Ballata drammatica per soli coro ed orchestra

Musica: Antonin Dvoràk (1841 - 1904)
Testo: Karel Jaromír Erben
  1. Introduzione - Allegro moderato
  2. Uz jedenáctá odbila (Presto scoccherà la mezzanotte) - Coro - Allegro comodo, quasi tempo primo
  3. Zel bohu, zel, kde muj tatícek? (Dove sei, padre, dove sei, padre adorato?) - Soprano solo - Moderato quasi recitativo
  4. Pohnul se obraz na stene (Il ritratto si muove all'improvviso) - Basso, tenore e coro - Allegro comodo quasi tempo primo
  5. Hoj, má panenko, tu jsem jiz! (Figlia carissima eccomi!) - Duetto tenore e soprano - Andante
  6. Byla noc, byla hluboká, me A (La luna splendeva alta) - Basso e coro - Andante
  7. Pekná noc, jasná, v tu dobu (Bella è la notte, chiara come il giorno) - Duetto tenore e soprano - Allegro moderato
  8. Knízky jí vzal a zahodil (Le ha strappato i libri) - Basso e coro - Allegro
  9. Pekná noc, jasná, v tu dobu (Bella è la notte, chiara come il giorno) - Duetto tenore e soprano - Allegro moderato
  10. A byla cesta nízinou, pres (Il viaggio proseguiva tra le pianure) - Basso e coro - Andante con moto
  11. Pekná noc, jasná, v tu dobu (Bella è la notte, chiara come il giorno) - Duetto tenore e soprano - Un poco meno mosso
  12. Tu na planine (Le ha strappato la croce) - Basso solo - Allegro
  13. Hoj, má panenko, tu jsme jiz! (Eccoci arrivati finalmente!) - Duetto tenore e soprano - Moderato
  14. Skokem preskocil ohradu (Con un salto ha valicato il muro) - Basso e coro - Allegro, quasi l'istesso tempo
  15. Maria Panno, pri mne stuj (Vergine Maria, stammi vicino) - Soprano solo - Adagio
  16. A slyš;! Tu práve na blízce (Si ode il canto di un gallo) - Basso e coro - Allegro non tanto
Organico: soprano, tenore, basso, coro misto, ottavino, 2 flauti, 2 oboi, corno inglese, 2 clarinetti, clarinetto basso, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, bassotuba, timpani, tamtam, glockenspiel, triangolo, arpa, archi
Composizione: Praga, 26 maggio - 27 novembre 1884
Prima esecuzione: Pilsen (Boemia), 27 maggio 1885
Dedica: Scritto per il Birmingham Music Festival 1885
Trama

Nella sua stanza una fanciulla piange la lontananza del suo innamorato in guerra.

Orfana e sola al mondo, aspetta l'amato per coronare il sogno d'amore: la camicia nuziale è pronta da tempo, manca solo il ritorno dello sposo.

Affranta dal dolore implora la Vergine Maria di far tornare il giovane, unico bene per lei prezioso. Improvvisamente il pianto e le suppliche della ragazza sono interrotte da una voce alla porta, un uomo afferma di essere lo sposo e le chiede di seguirlo senza indugi, nonostante la notte sia buia e tempestosa, per raggiungere insieme il luogo dove finalmente potranno unirsi in matrimonio.

La giovane è così felice che senza pensarci troppo prende solo un libro di preghiere, un rosario e una croce, e segue l'uomo - in realtà uno spettro che vuole trascinarla nel mondo delle tenebre - che lungo il percorso, sempre più accidentato, la costringe a disfarsi di quello che ha con sé.

Man mano che la ragazza si separa dagli oggetti sacri le sue forze si indeboliscono, ma quando sta quasi per soccombere alla forza malvagia dello spettro, che vuole in realtà condurla in un lontano cimitero per sacrificarla, un'ultima supplica alla Vergine l'aiuterà a trovare la forza per fuggire e liberarsi dalla maledizione.

Guida all'ascolto (nota 1)

Ha per protagonista una ragazza prossima alle nozze anche la cantata La sposa dello spettro di Antonín Dvořák: solo che qui la vicenda si tinge di fiabesco e di orrore, avvicina con gusto lugubre amore e morte, assumendo gli accenti di una danza macabra, le immagini sinistre di un trionfo della morte. Una fanciulla viene rapita dal promesso sposo, che in realtà è morto in battaglia; quello spettro cerca di trascinarla con sé nel mondo degli inferi, ma lei implora la pietà misericordiosa della Vergine Maria, riuscendo così a salvarsi. Svatební košile ('Gli abiti della sposa') è il titolo originale di questa composizione (con riferimento alla tradizione cèca, secondo la quale la sposa deve far dono al marito di una veste nuziale confezionata a mano), ma lo è anche della ballata del poeta e studioso di folklore cèco Karel Jaromír Erben (1811 - 1870), tratta dalla sua raccolta Una ghirlanda di racconti popolari. Ma era una leggenda che già da tempo circolava in tutta Europa, diventata nota grazie al poema Lenore del poeta tedesco Gottfried August Bürger (1747-1794); poema, conosciuto come la Ballata di Lenore. altrettanto inquietante, gotico, e per di più portato a una conclusione tragica, con la morte della protagonista.

Dvořák scelse comunque i versi di Erben, e li seguì pressoché alla lettera, per farne una cantata di ampie proporzioni e destinata a una grande orchestra, un coro e tre solisti di canto. La compose fra il 26 maggio e il 27 novembre 1884. Era la sua risposta alla richiesta di una nuova partitura da parte dell'editore inglese Alfred Henry Littleton, da far eseguire al Festival di Birmingham: in Inghilterra Dvořák era, infatti, diventato famosissimo, perché qui, nel 1883, aveva diretto il suo dolente Stabat Mater e il formidabile successo con cui era stato accolto lo aveva subito posto in linea con la grande tradizione oratoriale inglese avviata da Händel e rinnovata da Mendelssohn. E con un trionfo anche la nuova, imponente partitura, che nel frattempo aveva giocoforza preso il titolo anglofono di The Spectre's Bride ('La sposa dello spettro'), venne accolta dal pubblico e dalla critica di Birmingham, nell'esecuzione del 27 agosto 1885; sul podio lo stesso Dvořák, alla guida di un coro di quattrocento voci e di un'orchestra di centocinquanta elementi. Per la cronaca, va detto che la prima esecuzione assoluta si era tenuta il 27 maggio di quello stesso anno nella patria di Dvořák, a Plzeñ (città ancor oggi famosa per la produzione di birra), già preannunciando i felicissimi esiti inglesi.

La sposa dello spettro è, si diceva, una cantata, forma musicale che permette di ricreare, in grande scala, la dimensione narrativa della ballata di Erben attraverso la concatenazione di una serie di pezzi chiusi ma fra loro collegati, e affidati a un'essenzialissima rosa di personaggi: la Fanciulla (soprano) e lo Spettro (tenore) vivono la vicenda per lo più attraverso duetti; solo la protagonista femminile è titolare di due episodi più lirici, due vere e proprie arie, simmetricamente collocate agli estremi; il Narratore (basso) e il Coro quelle vicende raccontano e commentano. L'orchestra svolge una funzione importante: imprime alla partitura un movimento che ricrea il caratteristico incessante andamento da ballata, esprime la dimensione epica e drammatica della storia in stretta connessione con le parti vocali; e nel trattarne i colori, Dvořák si rivela un formidabile illustratore, spesso ricorre a onomatopee musicali per ricreare vivide immagini sonore di quel mondo fra il fiabesco e l'horror: gli ululati dei lupi, il soffiare del vento, il bussare minaccioso dello Spettro alla porta di casa della Fanciulla. Abilissimo pittore, Dvořák però non perde di vista la concisione, sempre incalzante, e l'unità strutturale, suddividendo la partitura in diciotto numeri, a loro volta raccolti a scandire la storia in tre parti distinte: la stanza della Fanciulla e l'arrivo dello Spettro, l'angoscioso viaggio dei due nella notte, la scena finale con la chiesa e il cimitero. Il senso di unità è poi garantito anche dal riproporsi continuo di segnali musicali, fra i quali s'impone un breve inciso discendente che suona come un rovello insistente, come un rintocco fatale; si riaffaccerà, alluso e anche trasformato, dopo essere apparso già nell'Introduzione, un Allegro moderato che combina una mestizia dal sapore popolareggiante e toni epici.

La Prima Parte (nn. 1-4) vede la Fanciulla raccolta in preghiera, davanti a un quadro di Maria Vergine con il Bambin Gesù: piange, ha perso i genitori, e il suo drammatico recitativo sfocia in un'aperta, toccante cantabilità al ricordo del promesso sposo mai più tornato dalla guerra; da tempo ha finito di confezionare la veste nuziale da donargli, ma piuttosto che vivere senza di lui, dice rivolgendosi all'immagine della Vergine con uno slancio melodico implorante, preferirebbe morire ("Oh, Dio mio, dov'è il mio papà?": è la prima, articolata aria riservata alla Fanciulla). D'improvviso, il Narratore e il Coro descrivono con inquietudine l'arrivo inaspettato dello Spettro: con una vocalità dal fascino smagliante, e che in maniera subdola riprende quella della Fanciulla, vuole convincere quest'ultima a seguirlo nel cuore della notte per sposarla. Il duetto che ne nasce si conclude in maniera sinistra sull'idea di note discendenti ascoltata all'inizio, ora affidata ai toni cupi dei clarinetti.

La Seconda Parte (nn. 5 - 12) rappresenta il momento più angoscioso e fosco della Sposa dello spettro. Il viaggio nel quale lo Spettro ha trascinato la Fanciulla è una sorta di terribile cavalcata infernale, che in una sequenza incalzante dispone, l'uno dietro l'altro, il racconto del Narratore e del Coro e il dialogo spasmodico fra la Fanciulla e lo Spettro. I primi si affidano all'austerità perentoria di un canto responsoriale, con il Coro che di solito ripete, minacciosi e marcati a forza, i versi del Narratore. Il villaggio è deserto, i cani ululano, il vento soffia tempestoso. I due protagonisti si affidano ad un duetto, che, come un gorgo inesorabile, si ripete, per ben tre volte ("Serena e splendente è la notte/ora i morti e i vivi camminano insieme"). Ogni volta ad avviarlo è lo Spettro, che con il suo canto volutamente ammaliante, su uno sfondo surreale di flauti, oboi e clarinetti, chiede alla Fanciulla se ha paura; no, risponde quella con un canto sereno e dall'espressività genuina, perché l'amato le è accanto e l'occhio di Dio veglia su di lei. Ma in quella corsa che non pare conoscer sosta, lo Spettro scopre che la Fanciulla porta con sé tre oggetti sacri: un libro di preghiere, un rosario, una croce d'oro donatale dalla madre. E con la scusa che potrebbero intralciare il viaggio, glieli getta via. La Fanciulla è sempre più stanca, i piedi le sanguinano, e inizia a essere diffidente.

La Terza Parte (nn. 13-18) si apre su una chiesa e un cimitero. Il canto dello Spettro ora non è più suadente, segue invece le linee di uno scarno recitativo e di un declamato intimidatorio; "Non è la chiesa, è il mio castello! Quelle non sono croci ma il mio frutteto!", dice alla Fanciulla. La quale, ora spaventata, si affida a un canto irregolare e ansioso. Ma decide di giocare d'astuzia: dopo che lo Spettro ha gettato su una tomba un fagotto con le camicie nuziali che lei aveva cucito, lo manda avanti a sé, per poi nascondersi in una piccola stanza. Ma qui giace un cadavere. Il Narratore e il Coro descrivono, con drammatica evidenza, il battere furibondo dello Sposo a quella porta, il cadavere che si rialza per cercare di aprirgli, ma che viene fermato dalle preghiere della Fanciulla. Ed è a questo punto che lei intona, nella seconda aria assegnatale da Dvořák, un'accorata preghiera alla Madonna, chiedendole perdono per il peccato di aver desiderato la morte se non fosse riuscita a rivedere lo sposo: un Adagio, dolcemente sostenuto da legni e archi evanescenti, e nel quale la voce si eleva in uno slancio lirico sempre più intenso. Una preghiera sommessa ma delicatamente struggente nella sua semplicità ("Vergine Maria, stammi vicino"). Quel che accade dopo ce lo raccontano il Narratore e il Coro, con toni epici, davvero da ballata, e la consueta, efficacissima potenza descrittiva. Al sorgere dell'alba, lo Spettro, il cadavere, l'esercito di morti che avevano popolato la scena si sono dissolti; la Fanciulla, salva, se ne sta rannicchiata da una parte, le vesti nuziali sparse nel cimitero. E sempre al Narratore e al Coro spetta il compito di concludere La sposa dello spettro con una sorta di inno, radioso e catartico, dove la fede dello Dvořák cattolico credente trova piena corrispondenza nelle parole di Erben; un inno che pare anche annunciare il finale della Sinfonia n. 8 di Mahler. La musica torna all'inizio, dov'era cominciata, come un cerchio che si chiude; e nelle ultime battute ricompare anche quell'intervallo discendente che ha segnato la partitura fin dall'inizio, e che ora suona trasfigurato in un significato liberatorio. Sono gli ultimi suoi rintocchi, prima che ogni suono si spenga nel silenzio di risolutivi pizzicati.

Francesco Ermini Polacci


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 19 ottobre 2023


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Ultimo aggiornamento 23 ottobre 2023