Tra i musicisti americani di oggi, Samuel Barber occupa una posizione a sé, lontana dagli esempi popolareschi e jazzistici, e inserita in un Alone culturale di garbato ed elegante eclettismo, legato ad un gusto di chiarezza armonica e melodica perfettamente tonale. Ha studiato al Curtis Institute di Filadelfia, allievo per la composizione di Rosario Scalero, lo stesso maestro di Menotti; vincitore di numerosi premi (il «Roma» nel 1935, il «Pulitzer» nel 1935, 1936 e 1958, il «Guggenheim» nel 1945 e nel 1949) Barber ha composto molta musica per il teatro (la sua «Vanessa» è stata riproposta alcuni anni fa al Festival di Spoleto) e per orchestra da camera, rivelando sin dagli inizi della sua carriera un temperamento di raffinato cesellatore della frase musicale, nel contesto di un discorso prevalentemente lirico e misurato nelle sue sfaccettature psicologiche.
Tali elementi di caratterizzazione estetica si ritrovano nel forbito e piacevole pezzo orchestrale in programma stasera, la «Music for a scene from Shelley», che risale al 1933 e precede di tre anni il ben più noto ed eseguito «Adagio per orchestra d'archi», apprezzato e incluso nei primi concerti americani di Toscanini. Il brano, che è ispirato ai versi della V scena del II atto del «Prometeo liberato» di Shelley, inizia con il suono in sordina delle viole e dei violini, al quale si aggiunge un motivo cantabile dei corni. L'orchestra si anima ed esplode in un fortissimo. Ritorna quindi l'atmosfera lirica di apertura con le armonie discendenti delle arpe e degli archi.