Concerto per pianoforte op. 38 di Barber; un autore che, come altri compositori del Novecento rimasti sostanzialmente estranei alle avanguardie o comunque legati alla tradizione, per un bel po' di tempo non ha avuto molta fortuna con la critica italiana ed europea in genere.
Tutt'altra storia negli Stati Uniti. Non tanto poiché si trattava del suo Paese, ma piuttosto per l'assenza di pregiudizi tipica di una società nella quale è sempre stata assai blanda, se non inesistente addirittura, la discriminazione razziale fra cultura e consumo: un contrasto che invece fino a qualche decennio fa ha un po' paralizzato il dibattito artistico sul vecchio continente. In patria Barber divenne famoso già a meno di trent'anni, quando Arturo Toscanini diresse l'Adagio per archi, ancora oggi la sua composizione più eseguita e popolare, che il direttore gli aveva consigliato di ricavare dal Quartetto in si minore. Più tardi arrivò due volte il premio Pulitzer, un riconoscimento ambitissimo. La prima volta nel 1958 per Vanessa, l'opera su libretto del collega e compagno di vita Gian Carlo Menotti, rappresentata l'anno precedente al Metropolitan di New York: al solito molto più apprezzata negli Stati Uniti che in Europa e rimasta il suo maggior successo in campo teatrale. Fortuna non ripetuta nel 1966 - con sua profonda delusione - da Antony and Cleopatra, anche se chiedendogliela per l'inaugurazione della sua nuova sede al Lincoln Center il Met lo aveva riconosciuto come il compositore più importante del Paese. Nel frattempo gli era arrivato il secondo premio Pulitzer, assegnato nel 1963 appunto per il Concerto per pianoforte, composto su commissione della casa editrice Schirmer che si preparava a festeggiare cent'anni di attività.
Barber cominciò a scriverlo nella primavera del i960, adottando la forma classica in tre movimenti e completando rapidamente i primi due. Scelse un organico orchestrale abbastanza ampio, con legni, trombe e tromboni a tre, quattro corni e arpa. Nel pieno di una splendida maturità, riversò nella partitura le sue qualità migliori: un'inventiva sempre vivace, una fiducia completa nella melodia e nei suoi valori espressivi, una padronanza assoluta della tecnica compositiva. Costruì la parte solistica su misura per John Browning, il pianista scelto per la prima esecuzione. O almeno così pensò di aver fatto: ma quando gli mostrò il terzo movimento, Browning lo trovò ineseguibile al tempo indicato, e gli chiese di riscriverlo. Barber lì per lì cercò di insistere; fu decisivo il parere autorevolissimo di un virtuoso senza pari, Vladimir Horowitz, che era stato il primo interprete di un pezzo di difficoltà estrema come la Sonata op. 26, ma che adesso confermò la ineseguibilità di quel terzo tempo. Barber fu così costretto a cedere e lo rimaneggiò profondamente, terminandolo nel settembre 1962, a pochi giorni dalla data fissata per la prima.
Il primo movimento è il più esteso dei tre. Rende ampia giustizia all'indicazione Allegro appassionato fin dall'attacco, un monologo del pianoforte molto animato e aggressivo, "quasi recitativo", ma inquieto anche ritmicamente, che espone un tema principale subito ripreso e sviluppato da un'orchestra altrettanto impaziente. Attraverso episodi spesso contrastanti, e toccando anche atmosfere più rarefatte ed enigmatiche, si arriva alla presentazione di un secondo tema tutto espressione e cantabilità. Il resto del movimento scorre lungo queste due direzioni, appoggiandosi a un'elaborazione dei temi approfondita e robusta, a volte apparentemente e più o meno consapevolmente in linea con il virtuosismo temibile e la cornice sinfonica vigorosa illustrati dai Concerti di Sergej Rachmaninoff, ma distaccandosene spesso con scelte personali, non scontate e in fondo moderne. Tutt'altro clima nel secondo tempo, che bilancia l'estroversione spesso drammatica dei due movimenti che lo circondano con una distensione melodica orientata verso l'interiorità, in un contesto prevalentemente triste. Non per niente Barber lo ricavò da un pezzo per flauto e pianoforte scritto un paio d'anni prima e pubblicato, come il Concerto, nel 1962, con il titolo bilingue Canzone (Elegy): qui rielaborato circondando la parte solistica, nella quale il pianoforte riassume in buona misura quelle dei due strumenti dell'originale, con un'orchestrazione leggera e trasparente. Un momento appunto elegiaco, in un'atmosfera sospesa e sognante che in qualche momento può ricordarci le finezze francesi di un Maurice Ravel o di un Francis Poulenc, anche se sempre con originalità indiscutibile, confermando Barber come musicista colto e curioso, capace di assimilare e far proprie le espressioni artistiche più diverse.
Più breve ancora il finale, rifatto secondo il consiglio di Horowitz e le esigenze di Browning, ma sempre non poco impegnativo per il solista. Sollecitato da un'orchestra aguzza e intagliata con genialità in un divenire incessante di prospettive timbriche, il pianoforte si scatena spesso e volentieri in estroversioni percussive che sembrano strizzare l'occhio proprio a Prokofiev: completamento stringato di un quadro stilistico eclettico eppure sostanzialmente coerente e compatto, costruito con l'indipendenza di scelte di un compositore che non vuole negarsi niente e niente proibirsi.
Il 24 settembre 1962 alla Avery Fisher Hall, da poco aperta nello stesso Lincoln Center, il Concerto ebbe la prima esecuzione assoluta, con Browning e la Boston Symphony Orchestra diretta da Erich Leinsdorf. Il Pulitzer e il disco inciso sempre da Browning con George Szell e l'Orchestra di Cleveland contribuirono a dare all'opera una diffusione forse non pari a quella del Concerto per violino ma senz'altro ampia e duratura, riflessa anche in una discografia successiva ricca e autorevole. Insieme con le altre composizioni più importanti di Barber ha poi raggiunto con facilità anche le parti del mondo che in altri momenti si erano mostrate più riluttanti a riconoscere in lui una voce importante nella storia del Novecento.
Daniele Spini