Adagio per archi, op. 11

Arrangiato dal secondo movimento del Quartetto op. 11

Musica: Samuel Barber (1910 - 1981)
Organico: archi
Composizione: 1938
Prima esecuzione: NBC radio broadcast, 5 novembre 1938
Edizione: G. Schirmer, New York, 1939
Guida all'ascolto (nota 1)

Nel 1935, a venticinque anni, Samuel Barber, vince il Prix de Rome americano, un riconoscimento che - sul modello storico di quello assegnato ai vincitori del concorso del Conservatoire di Parigi - consisteva in una borsa di studio di 2500 dollari e nel soggiorno presso la American Academy di Roma. Nonostante la sua giovane età, Barber poteva già vantare importanti affermazioni, come l'esecuzione di un suo brano - Music for a Scene from Shelley da parte della New York Philharmonic, e la pubblicazione di alcuni suoi lavori da parte di un editore di primo piano come Schirmer. Fra i frutti del soggiorno romano vi fu anche un Quarteto per archi op. 11, che venne eseguito a Villa Aurelia, sede dell'American Academy, il 14 dicembre I936, dal Ouartetto Pro-Arte. Proprio il secondo movimento di questo Quartetto, l'Adagio, doveva imporsi, negli anni, come la pagina più celebre del composilore, non già però nella veste originaria, ma in una trascrizione per orchestra d'archi.

Sembra che a suggerire questa trascrizione sia stato Arturo Toscanini; tramite del contatto con il maestro italiano fu certamente Giancarlo Menotti, compositore di un anno più giovane con il quale Barber aveva intrecciato, già negli anni di studio al prestigioso Curtis Institute di Filadelfia, una relazione destinata a durare per molti decenni; Menotti scrisse fra l'altro anche i libretti per due opere del suo compagno, Vanessa e A Hand of Bridge. Era stato Toscanini, a suo tempo, a presentare Menotti, con una lettera, al Curtis Institute. A più riprese Barber e Menotti andarono a trovare Toscanini nella sua villa sul Lago Maggiore; quando vi tornarono accompagnati da Nino Rota, nel luglio 1938, portarono forse la trascrizione dell'Adagio, per mostrarla al maestro. Certo è che Toscanini tenne a battesimo il brano tre mesi più tardi, il 5 novembre a New York, alla guida della Nbc Symphony Orchestra. Difficile pensare a un viatico più prestigioso. Da lì l'Adagio - dedicato agli zii Louise e Sidney Homer, la prima grande mezzosoprano del Metropolitan - doveva spiccare il volo verso una somma celebrità, e anche un valore simbolico di epicedio, essendo stato suonato ai funerali dei presidenti Roosevelt e Kennedy, prima di venire scelto per diverse colonne sonore cinematografiche. Un successo, questo, che è legato anche al profilo compositivo di Barber, autore che potremmo oggi definire "neoromantico", lontano dalla ricerca di un contatto con le musiche nate nel nuovo mondo, e legato piuttosto alla scuola europea, alla tonalità, con una ispirazione lirica, ritmicamente complessa e armonicamente ricca.

Tutt'altro che luttuoso era comunque lo spunto che aveva originato il brano. Barber, persona di vasta cultura e di buone letture, appassionato della letteratura classica, si ispirò a un passaggio delle Georgiche di Virgilio - il Poema in quattro libri scritto nel 30-37 d.C. e dedicato ai lavori campestri, alle attivila contadine. Recitano i versi 104-110 del primo libro:

Quid dicam, jacto qui semine comminus arva Insequitur cumulosque ruit male pinguis harenae, deinde satis fluvium inducit rivosque sequentis, et cum exustus ager morientibus aestuat herbis, ecce supercilio clivosi tramitis undam elicit? Illa cadens raucum per levia murmur saxa ciet, scatebrisque arentia temperat arva.

Che dire di chi, avendo gettato le sementi, si prende cura assidue dei campi e dirompe i mucchi di terra improduttiva, quindi conduce ai seminati l'acqua corrente in rigagnoli che lo seguono, ed ecco, quando il terreno riarso sta bruciando assieme con un le erbe morenti, egli fa sgorgare l'acqua dal margine di un sentiero in declivio? Scorrendo già quella produce un mormorio gorgogliante tra i sassi levigati, e penetrando disseta i campi in arsura, (traduzione di cono A. Mangieri)

In sostenza la partitura di Barber si rifà all'immagine virgiliana del rigagnolo che, scendendo verso il basso, si ingrossa e produce "raucum murmur", e realizza tale immagine a partire da un motivo sinuoso, a spirale, ascendente per gradi congiunti, poi discendente e nuovamente ascendente, che viene sostenuto da una densa armonia affidata a lunghe note tenute. Esposta dai primi violini, la melodia passa poi a viole, violoncelli, nuovamente violini, quindi violini e viole insieme. Ma non è tanto questo percorso a definire il fascino del brano, quanto altri due fattori; da una parte, una costruzione complessiva che procede secondo il principio di un grande climax cui succede un più breve anticlimax, e l'apice del discorso viene segnato da una lunga pausa; d'altra parte la perfetta strumentazione che vede le voci strumentali dividere progressivamente le proprie file, in modo da raddoppiare lo spessore sonoro e toccare la massima estensione nel momento della massima tensione, realizzando così l'idea del progressivo gonfiarsi del rivolo. L'idea, ma non l'immagine, perché non è descrittivo l'obiettivo della pagina, ma piuttosto simbolico, volto a una evocazione della classicità nella quale si rispecchiava la personalità umanistica di Barber.

Arrigo Quattrocchi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 26 novembre 2005

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Ultimo aggiornamento 1 ottobre 2020