La Candace o siano Li veri amici, RV 704

Dramma musicale in tre atti


Testo del libretto


ATTO PRIMO

Scena prima

Galleria Regia di Busti, e Statue.

Amasi, e Tilame.
Amasi
Vive Evergete?
Tilame
Incerto
Serpe, Signor, tra il volgo
L’infausto grido.
Amasi
O sempre
Dal fianco di chi regna
Indiviso timor!
Tilame
Eh, che non rende
Ciò, che un giorno rapì, la Parca ingorda.
Amasi
D’Aprio il Figlio morì?
Tilame
Per tuo cenno real trasse il mio ferro
Dall’auguste sue fauci
Misto col latte il sangue.
Amasi
Uscì forse di pugno alla sua Parca
In braccio della frode
L’odiato bambino?
Tilame
Agatoclea.
A cui del tuo Lagide in fasce ancora
Commessa era la cura
Giunta (allora ch’io trassi
Per tuo sovran comando ad essa il piede)
All’estreme agonìe, tepidi baci
Sovra il volto imprimea del nato appena
Aulete, di lei Figlio
A bastanza il dicea l’ultimo pianto:
Negletto il tuo Lagide
Traea sonno innocente in culla d’oro:
L’altro in grembo a Candace,
Che mesta, e fuggitiva,
Col geloso suo pegno ivi era giunta,
Sulle fasce di porpora accogliea
Le lagrime materne.
Dell'infante mal noto,
Più, che le gemme, onde copria le membra,
Fede facean nel volto di Candace
Il dolore, l’amore, e lo spavento;
Questo io svenai, e con il tuo Lagide
In vero testimon della mia Fede,
Te ne recai l’esangue busto al piede.
Amasi
Abbandono, o Tilame,
Nella tua Fede il mio timor; un sogno
Della facile plebe
In un fantasma il suo Evergete adora:
Cotesta idolatrìa, con cui l’Egitto
Dopo tre lustri ancora
Voti ribelli al sangue d’Aprio appende
Vuole da me un tributo,
Per cui quel sangue ancor veggasi in Trono:
Diamlo, o Tilame.
Tilame
E quale?
Amasi
Empia Niceta
Della stirpe abborrita ultimo tralcio.
Il letto di Lagide.
Tilame
Di tua gran mente il gran consiglio è degno.
Amasi
Vanne Tilame, e veggami Candace.
Tilame
Fausti girino gl’astri alla tua pace.

Dagli Abissi risvegliato
Frema il vento del sospetto,
E minacci al Regio petto
Di timor fiera procella;
Per decreto del tuo Fato
A riporti il core, e l’alma
In sicura, e dolce calma
Veglierà per te ogni Stella.

Dagli Abissi, ecc.

Scena seconda

Candace, ed Amasi.
Candace
Al suo Tiranno inante,
E nemica, e Reina ecco Candace.
Amasi
Anche gl’umani affetti
Rode, Candace, il tempo, un gran dolore
Dopo lunga stagione illanguidisce.
Candace
Nò, s’ei prende alimento
Da robusta virtù.
Amasi
Pace, pace, o Reina; e se sull’erto
D’un Trono, ond'Aprio scese,
E sovra cui il mio valor mi trasse,
Degno dell’odio tuo ti sembro ancora,
Ho su quel Trono ancor di che placarti.
Candace
Scendine, Traditore e l’empia testa
Getta a piè di quel Trono,
Così placa il mio sdegno, e ti perdono.
Amasi
Vedi quanta clemenza
In Amasi ritrovi: a tante offese
Co’ doni miei rispondo.
Candace
Co’ doni tuoi? Con la tua morte forse?
Amasi
Col talamo Real del mio Lagide,
Che a Niceta preparo.
Candace
Una mia figlia
Nuora d’un mio vassallo?
Aggiungi, d’un fellon, d'un parricida?
Amasi
Dì, del suo Re: con la Corona in fronte
Questo illustre carattere mi splende.
Candace
Nell’orror del delitto,
Da cui s’impresse, il suo splendor si perde.
Amasi
Sia colpa, o sia virtude
In Menfi io regno, e la grandezza abbasso
Di mia sovranità; traendo al letto
D'un mio figlio Niceta.
Candace
Và, la grandezza ostenta
Di tua sovranità; ma di Niceta
Non rechi il seno illustre
Stirpe di parricidi al vasto Egitto.
Amasi
Candace, olà, chi la clemenza abusa,
Lo sdegno irrita.
Candace
Or via:
Ti vuò clernente sì, ma la clemenza,
Vuò che sia giusta: rendi,
Rendi a Niceta un Padre,
Uno Sposo a Candace,
Che tu fellon svenasti:
Rendi ad ambo Evergete,
Che il Carnefice tuo
Dal sen mi svelse, e trucidò sugli occhi
Della Madre infelice;
Rendili traditor, e ciò preceda
Le nozze di Lagide.
Amasi
Il sò, Candace, il sò, questo Evergete
Che dall’insano volgo
Vivo si cerca, il tuo furor nodrisce.
Candace
Vivo si cerca? Ah cerchisi fra i sacri
Mirti de i vasti Elisi.
Amasi
Ah, se la frode mai d’astuta Madre
Cangiato avesse . . .
Candace
Come? Arte cotanta
Resta ad un gran dolor? Vile, t’intendo;
Dell’estinto Evergete
Sin l’ombra ti spaventa
Dal suo sepolcro: o del gran sangue d'Aprio
Illustre vanto, or và, chiedi Niceta
Senza tremarne; ella ha nel petto ancora
La metà d’Evergete.
Amasi
A tanto rischio
Per la tua gloria espongo il figlio, e nieghi
Sino ad un tuo nemico un suo spavento?
Candace
L’onor io gli contendo
Di morir per la man d’una mia Figlia.
(giunge Niceta.)
Amasi
Eccola: meno fiera
Essa forse sarà.
Candace
Niceta, ascolta:
Osa costui chiederti in moglie al suo
Detestato Lagide:
Questi nel sangue ostenta
Delle paterne colpe
La turpe eredità; seco ti lascio
A trionfar del suo protervo orgoglio;
Il tuo dover co’ sensi miei consiglia,
E sappi, ch'io son Madre se tu sei Figlia.

Parli in te, parli il cor mio,
Ma se fiero ei non favella,
Dì, che quella
Non è voce del mio cor.
Chiede il Padre, e voglio anch’io
Dal tuo cor, Figlia diletta,
Per vendetta,
Odio, e furor.

Parli ecc.

Scena terza

Niceta, Amasi, e poi Evergete creduto Lagide.
Amasi
Garrrisce in vano, o Principessa il labbro
Di frenetica Madre
Ove parla il Sovran; t’addito un Trono
A cui Sposa; e Reina,
Di Lagide dal Talamo tu salga.
Niceta
Si: me ne formi il grado
Il cadavere tuo; getti Lagide
Dalle vene il tuo sangue, ed io vi salgo.
Amasi
Niceta, ha la Corona
I suoi fulmini anch’essa, ed un comando,
Ch’esce da regio labbro,
Ha per farsi ubbidir forza che basta.
Niceta
Per chi ha in prezzo la vita
Più che la gloria sua, no ’l niego, ha forza;
Ma chi morte non teme,
Tra’ suoi fulmini scherza.
Amasi
Vediam fin dove giunga
Tanta costanza: oggi Sposa a Lagide
O dimani al Carnefice la testa.
Evergete
Che sento o sommi Dei?
(Sopragiugne Evergete creduto Lagide.)
Niceta
Eccola. Io già rifiuto il nodo indegno,
Ed a prezzo di lui la vita io sdegno.
Amasi
Dunque . . .
Evergete
Padre, e Signor, dove ho di parte
Cotanta anch'io, concedi,
Che i miei sensi t’esponga:
Cercherem noi, Signor, diritti al Soglio
Dalla man di Niceta?
Nè di viltà l’Egitto
Sia che m’accusi? Il tuo
Formidabile braccio
Sul crine ti fermò l’ampia Corona,
Per custodirla a me non basta il mio?
Regniam, Signor, regniamo
In piena libertà di dare al Trono
Successori reali,
Che il vantino in retaggio, e non in dono.
Amasi
Lodo, Lagide, i sensi
Magnanimi del tuo genio sublime,
Ma il mio comando ha una ragion, cui deve
Ubbidienza il Figlio, e più la deve
La Vergine superba;
Niceta, intendi, la mia Legge è questa:
Oggi Sposa a Lagide,
O dimani al Carnefice la testa.

Chi sì oppone a’ miei voleri,
E contrasta al genio mio,
Fulminato al suol cadrà.
Di mia mente anco a’ pensieri,
Del mio cor, non che al desio,
L’altrui genio ubbidirà.

Chi ecc.

Scena quarta

Niceta, Evergete creduto Lagide, poi Lagide creduto Aulete.
Evergete
Non parte, o Principessa,
Da un disprezzo orgoglioso il mio rifiuto,
T’amo Niceta, e t’amo
Co' più teneri affetti.
Dell’alma mia; ma questo amor ricusa
Fuori del tuo piacere il suo diletto:
Il tuo bel foco è Aulete,
E in reciproca fiamma
Egli per te si strugge,
E l’illustre amistà, che ad esso io guardo
Mi vieta l’aspirar a ciò ch’ è suo.
Niceta
La tua, virtù Lagide,
Amasi assolve, ed io non veggo in esso,
Se guardo il Padre tuo, tutto il Tiranno
Amabile egualmente
Io trovo Aulete, e se ne miro il volto,
E se il tuo labbro ascolto.
(Sopragiugne Lagide creduto Aulete.)
Lagide
Qual fausto grido, o Principe qual fama,
Mia divina Niceta,
Empie la Corte, ed il mio sen di gioja?
Sovra il Trono d’Egitto
Tu ritorni Reina, e te ne inalza
Lagide, che il mio cor teco divide.
Niceta
Amasi sì il volea;
Ma la virtù del Principe mi rendè
La vita, che io perdea,
Liasciando in libertà gli affetti miei
A te mio ben, che solo il Re ne sei.
Lagide
Eh nò; non ama Aulete
Bassamente così, che una Corona
Tolga a te l’amor mio; ch’egli contenda
All’illustre Lagide
Il seren di coteste
Tue forme eccelse, onde ha la luce il Sole;
Amicizia me ’l vieta, Amor nol vuole.
Evergete
La fiamma, amico, onde tu avvvampi amante,
Uscì dal sacro rogo
Degli occhi di Niceta;
Altri non può contaminarla; senza
Un sacrilego oltraggio
De’ sommi Dei, che in essa hanno un lor raggio:
Lagide
Ma d'Amasi il comando . . .
Niceta
Egli minaccia
La morte al mio rifiuto.
Lagide
O Dei, che sento!
Evergete
Contro il furor del Padre
L’amor del Figlio è scudo.
Lagide
Ah s’egli mai . . .
Evergete
Mia cura
Sia placare il suo sdegno: ad esso io vado;
Userò preghi, ed argomenti, e quanto
Sapram dettarmii sacri
Numi d'Amor, e d’Amicizia; e quando
Svolger mai non potessì il rio consiglio,
Nè vassallo son più, nè più son Figlio.

Quando nasce in Mar l’ Aurora,
Che del Ciel le nubi indora
Benche tolga i rai del Sole,
E' suo vanto quel splendor.

Se per voi del genitore
Placar posso il fier rigore
Sarà preggio di mia fede
Sarà gloria del mio amor.

Quando ecc.

Scena quinta

Niceta, e Lagide creduto Aulete.
Niceta
Non bastava, o crudele,
Un sol timore al misero cor mio,
Se tu non v'aggiungevi
Un secondo spavento.
Tu consigliarmi a perderti? Potessi
Pensarvi, ingrato, e dirlo, ancor?
Lagide
Niceta,
Tanto io dovea; doveasi a tua grandezza,
Doveasi alla Fortuna
Dell’amico Lagide,
Questa dell’amor mio vittima illustre;
Ma Lagide in virtù troppo m’avanza,
Tu mi vinci in amor.
Niceta
Ma se il Tiranno
L’empia Legge sostenta?
Lagide
Ha l'amor nostro
In Lagide il suo Fato.
Niceta
In esso io spero:
Ma se mai un Destino
Maggiore di Lagide
Mi sforzasse a lasciarti,
Saprei prima morir, che disamarti.

Sì bel volto, che v’adoro
Sì belli occhi per voi moro
Ne già mai vi lascierò.

Credi a me
Mio ben per te
Il mio core è tutto amore,
E morir ancor saprò.

Sì bel ecc.

Scena sesta

Lagide creduto Aulete.
Lagide
Mente chi disse il Figlio
Imagine del Padre: Amasi ha l'alma
Scelta dal Ciel non già; ma dall’abisso;
Ma il core di Lagide
Dalla più pura parte
Delle Sfere a noi scese; e se a Niceta,
Gli affetti miei son sacri;
Sacri sono a Lagide;
Tutta la mia fortuna adoro in quella;
Ma regola le sorti
D'Aulete, e di Lagide una sol stella.

Mentre in seno all’alto Mar
Palpitante và il Nocchier,
Una parte del pensier
Volge all’acque, e l’altra al lido;
Così ancor per ben'amar
Partirà gli affetti il cor,
E all’Amico, ed all’Amor
Ei sarà costante, e fido.

Mentre, ecc.

Scena settima

Mausoleo d’Aprio, dov’è la di lui Statua coronata, con la Spada alla mano.

Evergete creduto Lagide, e poi Candace.
Evergete
Sacra del mio gran Padre
Eccelsa Imago, all’atto grande, in cui
Deggio ostentare in me la gloria tua.
Dal tuo genio real lieti, e felici,
Pieno del tuo gran cor, prendo gli auspici.
Candace
Figlio.
Evergete
Reina, è questi
Il dì fatale, in cui vegga l'Egitto,
Sul Trono de’ suoi Regi in me Evergete;
Del Parricidio enorme
Amasi dia la pena, ed il suo sangue
Oggi tratto da me, dall’empie vene,
Spargasi in Olocausto
Del mio gran Genitore all’ombra augusta.
Candace
Non ancora, Evergete,
Maturo è il tempo, al Sacrificio illustre
Assai purgata ancora
La detestata vittima non giunge:
L’impeto del furor rasserena, o Figlio,
E sia legge a te sacra il mio consiglio.
Evergete
Ch’io tardi ancor? E l’onta io soffra ancora
D'esser da' miei vassalli abominato,
Per Figlio d’un Tiranno?
Eh nò, Candace, nò, tutto dimanda
L’eccelsa verità del grande arcano.
Il letto incestuoso, a cui vuol trarmi
Di Niceta, il fellon; del suo sospetto
Il frenetico sdegno;
Il tumulto de' Popoli, che chiede
Il legittimo Re, d’Aprio l’erede.
Diamogli, ò Madre, un capo,
Su cui l'ampia Corona
Dall’amor de’ soggetti omai si fermi;
Alle suddite spade
Basta, per farmi Re, basta il vedermi.
Candace
Ah nulla più temea,
A danni d’Evergete,
Che l’ardir d’Evergete: onde per quanto
Han di sacro per te la Terra, il Cielo
Soffri, ten prego, ancor . . . .
Evergete
Ch'io soffra ancora!
Ch’io soffra! E che! Ch’altri m'usurpi il Trono,
Prestando un Duce al Popolo animato
Dall’amor mio? No, nò; timor soverchio
Toglie i dritti al valor.
Candace
La gelosia . . .
Evergete
Che gelosia? non più; se nell’imbelle,
Materno amor la mia grandezza io perdo,
Nella gloria del Padre
Saprò trovarla; sì, quella Corona,
Che mi vieta la tua
Cauta soverchiamente
Materna gelosia,
Dal Regio crin del Genitore io prendo,
(Getta il proprio Cimiero e prende dalla Statua d'Aprio la Corona e la pone sopra il suo crine.)
E qual sacro retaggio al mio la rendo.
Candace
Figlio, Evergete . . . .
Evergete
Tolgo,
Da quella destra augusta,
(Impugna la spada tolta all'istessa Statua.)
Il fulmine del brando;
Tale all’Egitto ostento
Il suo Evergete, e tale
Di furore, di sangue empio la mia
Regia contaminata
Il Mostro, che vi regna,
Getto dal Trono; il traggo
Del Genitor tradito alla gran Tomba.
Qui lo sveno; qui spargo
Delle viscere infauste
Il Tempio, e l’Ara alla Real vendetta,
Le lacero, le sbrano, e le calpesto,
Madre, Reina, il figlio d’Aprio è questo.
Candace
Madre, e Reina: Or senti,
E d’Aprio, e di Cardace
Figlio, e vassallo: io chiedo
E dal Cielo, ch’egli empie, A prio dimanda
L’ubbidienza tua; questa ti renda
Degno d’Aprio, e di me;
Attendi ciecamente
Da me il tuo Fato: Rendi
Al Simulacro invito
La sospetta Corona, e il debil Brando.
T’accheta al mio consiglio,
E se questo non curi, al mio comando.
Evergete
Son Re, ma Figlio, è vero,
Il mio destino, o Madre,
Attendo dal tuo amor.
Le insegne dell’Impero
Pronta ti rende, o Padre,
La man, che serve al cor.

Son Re ecc.

Scena ottava

Candace, e Tilame.
Tilame
Donna Real.
Candace
Tilame,
Noi siam perduti.
Tilame
E quale
Importuno timor?
Candace
Già d’Evergete
Vivo, favella il volgo, e già il Tiranno . . .
Tilame
E già il Tiranno inciampa
Nel laccio, ch’io gli tesi. Io, Donna eccelsa,
Io stesso sparsi il grido,
Che viva il Prence.
Candace
Come?
Tilame
Io stesso all’empio
Amasi ne recai,
Con simulato zelo,
L’annunzio grave.
Candace
Ah traditor. Son questi
Di tua Fe gli argomenti?
Tilame
Eh sospendi, Reina,
L’ingiusto sdegno, e ascolta.
Non doveasi affidar alla mal nota
Fede del nostro Marte
Il destin d’Evergete; ad accertarla
Quefta fama giovò, dentro ogni core
S’applaude al vivo Prence: il rio Tiranno
Nel fatale sospetto
Posto da me, ricovra
Nella sola mia Fede il suo spavento:
E ad acchetar de’ Popoli il tumulto
Solo idoneo Ministro egli mi crede:
Aulete stesso, in cui
Il mio Principe già fido adorai:
Ripresi d’Evergete
I magnanimi sensi,
Corre al suo Trono . . .
Candace
Che? Lo stesso Aulete
Si conosce mio Figlio?
Tilame
Ad esso ancora
Svelai . . .
Candace
Ah disleale,
E’ questa la tua Fede?
Questi il tuo zelo? Il tuo silenzio io chiesi,
Non l’opra tua. Quello tradisti, e questa
Giustamente è sospetta.
Tilame
Tu condanni, o Candace,
Il più fedel . . .
Candace
Condanno
Un traditor, che all'empio vanto ancora
Di Parricida aspira.
Tilame
Io?
Candace
Sì, vanne, ed esponi
L’infelice Evergete
D’Amasi al rio furor.
Tilame
Ah mia Reina . . .
Candace
Vanne, fellon, del tradimento enorme,
Che l’alma mia spaventa,
L’atrocità con quel gran sangue ostenta.
Tilame
Parlerà la mia innocenza
Il mio sangue, e la mia Fede,
E ’l tuo cuor, che reo mi crede,
Forse un dì si cangerà.
Scorgerai, che fù un’inganno
Il sospetto,
Ch’ai nel petto,
E che merto mercede, e non pietà.

Parlerà ecc.

Scena nona

Candace, e poi Lagide creduto Aulete.
Candace
Or più che mai geloso,
Veglia, o cuore di Madre, al gran periglio
Del tuo Evergete, Aulete
Tale si creda, e sia
La doppia frode un certo asilo al Figlio:
Eccolo: all’arti, o cor.
Lagide
Con quale mai
Nome più sacro, o Donna augusta, io debba
Oggi appellarti, il mio stupore incerto
Da te ricerca. Io dunque,
(Nè m’ingannò Tilame)
Io di te nato? E del grand’Aprio il sangue
Gira nelle mie vene?
Candace
Vieni fra le mie braccia,
Miglior parte di me, sola speranza
Del mio giusto dolor, dolce mio Figlio:
Se mal cauto Tilame
L’arduo arcano scoprì, luogo non resta
All’arti mie; Tu solo
Cara reliquia sei del mio tradito
Signore, e Sposo; a te riserba il Cielo
Quell’illustre Corona,
Che ti guarda il mio amore, ed il mio zelo:
(Giovi l’inganno, o Cieli.)
Lagide
Ma sì lunga stagion perchè celarmi
Il carattere illustre
Di tuo Figlio, e di Re?
Candace
Ad immatura età non ben si affida
Arduo segreto;
Il mio spavento ancora
Non ben s’accheta, e tutto il cor non cede.
Lagide
Eh nò, Madre, non più, non più si tema
Il regnante furor, già tutto applaude
Alla nostra speranza.
Candace
Solo il tempo, Evergete,
Nuocerti può; tu vanne,
Rapido ostenta al Popolo, ai Soldati
In te d’Aprio l’Erede:
Precipiti, non cada
Amasi dal suo Soglio;
A te s’aspetta,
Figlio d’A prio la mia, la tua vendetta.
Lagide
Per dar pace al tuo dolore
Ho nel petto forte il core,
Che non teme il Traditor.
Tornerò a te dinante
Vincitore, e trionfante
Per vendetta, e per amor.

Per dar ecc.

Scena decima

Candace sola.
Candace
Stelle, a voi, che vegliate
Fedelmente su i casi de i Monarchi,
Nel periglio imminente
Il Destin d'Evergete a Voi consegno:
Quanto puote il mio amore,
Tutto egli oprò; confuso
Così col finto ho il vero,
Ch’Amasi non saprà dove lo sfogo
Getti del suo furor,
Per non perdere un sangue,
Due ne risparmi, ed un ingiusto scempio,
Nell’atroce desio,
La gelosia del suo conservi il mio.

Certo timor, ch’ho in petto,
E’ un’aura, che volando,
Parte, ritorna; e va.
E pur talor qual fronda
Mi scuote; e mi circonda,
E vacillar mi fa.

Certo ecc.

Fine dell'Atto Primo.

ATTO SECONDO

Scena prima

Cortile.

Niceta, e Lagide creduto Aulete.
Niceta
Non confinò più strettamente mai
Col piacere il dolor, che nel cor mio:
Caro Evergete, io trovo
In te il German, che piansi estinto, or quale
Gioja maggior: io perdo
In te l’amante, o Dio, Qual maggior pena?
Lagide
Niceta, ha la Corona
Men di splendor, se la riguarda il mio
Schernito amor; ed io vi stendo il braccio
Con men di fasto. Ah cara,
Quanto mi costa il Trono,
Se n'è quel seno il prezzo.
Lo sconsigliato inganno
Dovea non cominciare, o durar sempre.
Niceta
Tenerezze son queste
Degne d’Aulete; in Evergete omai
Cominciano a pigliare aria di colpa.
Lagide
Colpa l’amarti? Ah quando
Ciò sia, non sperar mai; ch’io sia innocente:
Sempre di quel bel volto
Sarò idolatra, e sempre . . .
Niceta
Non più; senza rimorso
Nè a te più dir cotanto,
Nè lice a me cotanto udir.
Lagide
Concedi almeno, o cara,
Che interamente io non ti perda; abbraccia
Una metà di me nel mio Lagide.
Il rende di te degno
La sua virtù; più degno
Il renda l’amor mio, ch’oggi gli cede
Il dritto sovra i tuoi Reali affetti.
Niceta
Sul cadavere, oimè, del primo amore
Dovrà vagire un nuovo amor!
Lagide
Ei sorga
Dalle ceneri prime
Bella Fenice, e quando
Duopo ne sia, l’avvivi un mio comando.
Niceta
Servasi al primo raggio
Di tua Sovranità. Sarò qual vuoi,
Sposa a Lagide allor, ch'io vegga in Trono
In te la mano, onde a me viene il dono.

Contemplerò
Nel volto al imio diletto
Quel primo affetto,
Che mi legava a te:
E gli dirò,
O quante amare pene,
Dolce mio bene,
Mi costa questa Fe.

Contemplerò, ecc.

Scena seconda

Tilame, e Lagide creduto Aulete, e poi Amasi riconducendo Niceta.
Tilame
Ah Signor, sono in lega
Con Amasi le Stelle; Egli conosce
In te Evergete. Fuggi, e ti riserba
A Destino miglior.
Lagide
Oh Dei, tradito
Chi ha il grande arcano?
Tilame
Incerto . . .
Lagide
Ecco il Tiranno
Amasi
Niceta vieni. Il Figlio
D'Agatoclea ti deve
Un gran piacer. Vive Evergete; ed esso
Addittare te’l può.
Niceta
(Cieli, che sia!)
Amasi
(a parte a Tilame)
Vanne Tilame, e dell’armate Genti
Regola i moti, ed il mio cenno attendi.
Tilame
Pronto, o Sire, ubbidisco.
(Pietoso Cielo il mio Signor difendi.)

Vo’ morire, o il cor costante
Vo’ serbare al mio Regnante
E prestargli la fedeltà;
Se mancasse a lui di fede
Sempre rea sarìa quest’alma
Di fierezza, o di viltà

Vo’ morire, ecc.
Amasi
Aulete, il grande arcano
Da te dipende. Ho prove
Della tua Fe.
Lagide
Della mia gloria ancora,
Fellon, l’avrai. Vive Evergete, vive
Il tuo spavento, il tuo gastigo, il tuo
Giudice, il tuo Signore, e quel son’io.
Niceta
(Ah gual nuovo argomento al dolor mio.)
Amasi
In mal punto il dicesti. A me quel Brando.
Lagide
Eccolo, o Traditor, ma inerme ancora,
Guardami, e trema.
Amasi
A voi
Il consegno, o Soldati.
Lagide
Il Cielo, il Cielo
Mi getterà nel pugno
Un de’ fulmini suoi, Dai vasti Elisi,
Ingorda del tuo sangue,
D’Aprio risorgerà l’ombra guerriera
Ti abbatterò col braccio
Di tutto Egitto, a cui
Il nome d’Evergete occupa il core.
Ti guizzerà la morte
In ogni tazza. In ogni sonno avrai
Un’insidia compagna. In ogni passo
Il margo del Feretro:
E nudrirai nel cuor, che porti in petto
Furia di rei Tiranni,
L’orror, la gelosia, l’odio, il sospetto.
Amasi
D'un’Evergete è degna
L’importuna baldanza.
Sù via, vedrem se il Cielo,
L'ombra d’Aprio, l’Egitto,
Basteranno a rapirti
Dal mio furor. Ancora,
Che d'armi io fossi, e di valore ignudo,
Contro cotanti sdegni
Del Cadavere tuo mi farò scudo.

Sotto il fil della mia Spada
Pera, cada
L’incostante, empio, infedel:
E per far maggior vendetta,
Di saetta
S’armi meco irato il Ciel.

Sotto, ecc.

Scena terza

Lagide creduto Aulete, e Niceta.
Lagide
Begli occhi di Niceta,
A cui date l’onor del vostro pianto?
Se ad Evergete, oh quanto
Debbo alla mia grandezza; e se ad Aulete,
Quanto debbo al mio amor.
Niceta
Oh caro sempre
Martirio del cor mio; ti perdo amante,
Ti ritrovo German; Germano ancora
Perderti io debbo? A tante
Pene, è pur poca una sol'alma.
Lagide
Eh cara,
Dobbiamo al Sangue nostro
Una virtù, che al basso
Volgo sovrasti, esercitiamla in questo
Giorno fatal. Ti basti
Saper, ch’io muojo grande, e muojo tuo.
Niceta
Tu morir Evergete?
Aulete, tu morir?
Lagide
Muojo, Niceta!
Quale Principe il debbo,
E quale amante il voglio:
Non mi sia colpa, e non mi sia bassezza,
Se nel punto crudel del morir mio,
Sarà l’ultimo accento,
E del labbro, e del cor, Niceta, addio.

Bella, ti perdo, il so,
Ma pur soffrir saprò
Del Fato l’empietà,
Dentro gli Elisi ancora
Quell’alma mia ad ognora
Eterno duol’ avrà.

Bella, ecc.

Scena quarta

Niceta, e Candace.
Candace
Niceta.
Niceta
Ah Genitrice: Amasi già in Aulete
Ravvisò d’Aprio il Figlio, e questi reca
La cervice Real sotto alla scure,
Del barbaro Tiranno ostia gelosa.
Candace
Figlia, nel mio dolor tutta non perdo
La mia speranza, ho forse
Di che formar riparo
Nel periglio imminente ad Evergete.
Niceta
Ma perchè mai d’incestuosi affetti
Nudrirmi il cor? Tu stessa
Mi stimolasti pure
Agli amori d’Aulete.
Candace
Del mio cauto pensiero un dì saprai
Gli alti disegni.
Niceta
Oh Dio!
Io l’ho perduto Amante,
E son vicina a perderlo Germano.
Candace
Chi sa? Cresce la fama
Del viver suo; del Marte Egizio freme
Minacciosa a suo prò la Fede armata,
Ma tutto è men del grande
Pensier, ch’io chiudo in petto;
La Ruota di Fortuna
Girerà, sì, per noi meno severa;
In me confida, amata Figlia e spera:
Niceta
Voglio sperar
Sentirmi un dì scherzar
Qualche piacer in sen,
Se dell’amato Ben
Sperar ancor potrò.

A quel bel volto intorno
Con scherzi, e vezzi un giorno
Se posso consolarmi
Contenta allor sarò.

Voglio ecc.

Scena quinta

Candace, e poi Evergete creduto Lagide.
Candace
Qual più degno olocausto ad un Tiranno,
Che un suo Figlio svenato
Per suo comando? Oh mio felice inganno.
Evergete
Reina, un Evergete
Devi all’ Egitto: Aulete
Se ne usurpa il gran nome; e te ne appella
In testimon. Me pure
Tale dicesti; or qual di noi se’n vanta
Ingiustamente?
Candace
Questi
Del geloso amor mio
Fu l'illustre consiglio;
Dissi Aulete mio Figlio
Sino d’allor, che il traditor Tilame
In sua vece svenò d'Agatoclea
Il bambino innocente;
Quegli mi strinsi al sen, quello bagnai
Del pianto, che per te gettava il core:
Ed ecco della mia frode felice
Il degno frutto.
Evergete
Aulete dunque, o Madre,
Ch’è una parte di me, sia che s'usurpi
Una morte non sua?
Candace
Senti qual fasto
Noi diam nella sua morte
Alla nostra vendetta:
D’Amasi è figlio Aulete: il Padre istesso
Sia il Carnefice suo.
Evergete
Qual nuovo orrore
Candace
Devi alla tua salvezza
Tutto quel sangue; il devi
Del tuo gran Genitor all’ombra augusta.
Evergete
Debbo alla mia virtù, debbo alla legge
D'una sagra amistà, debbo alla gloria
Delle Regie mie fasce,
La salvezza d’Aulete.
Rifiuto una Corona,
Che mi vien dalla frode, e dalla strage
D’un’amico innocente.
Candace
Ah figlio incauto.
Evergete
Eh dimmi
Degno Figlio di Re. Seguo la luce,
Che mi deriva dai Paterni allori;
E vuo’ che un'atto grande
Il nome mio, la mia memoria onori.
Vo’, che il Tiranno istesso,
Che in me confida, e figlio suo mi crede,
Suo Re mi veda, e da me resti oppresso.

Se perdo il caro amico
In mezzo a tanti affanni
Anch'io voglio morir
Meglio è con lui costante
Passar l’onda di lete,
Che vivere, e languir.

Se perdo ecc.

Scena sesta

Candace sola.
Candace
Arti mie non smarrite
L’intrapreso sentier, malgrado ad esso,
Viva, e regni Evergete,
Cinosura all’amor voi Sole siete.

Contenta solo in seno
Sarà quest’alma mia
Se con la frode ria
Un dì potrò goder.
Del figlio il dolce amore,
Che porto in questo Core
Così mi fa voler.

Contenta, ecc.

Scena settima

Camera d’Amasi con Trono, e Tavolino, con ciò che bisogna per scrivere.

Amasi, ed Evergete creduto Lagide.
Amasi
Vieni Lagide; applaudi
Alla nostra fortuna. Idolatrava
L’Egitto in Evergete
Dalla frode materna,
Rapito all’ira mia, e riserbato
All’orgogliose sue folli speranze.
Un’Idolo superbo,
A cui altro Olocausto
Non si dovea, che il sangue nostro: il Cielo
Vegliò sù i nostri casi: un de’ sedotti
Miei vassalli soffrir non puote il dente
Del suo rimorso, e nel creduto Figlio
D’Agatoclea m’espose il mio nemico.
Oggi morire ei deve, io quì l’attendo
Per ricever da me la fatal legge.
Ella da te si scriva,
Che sì vil non ti credo,
Che più ti caglia un vano
Carattere d’amico,
Che la ragion della Corona, e il sacro
Nome di Figlio, e Re.
Evergete
Sò ciò ch’io debba
A' miei natali, ed al mio grado, giova
La morte d’Evergete
Ad Amasi, che in Trono oggi s'adora,
Ei viva, e regni, ed Evergete mora.

Scena ottava

Lagide creduto Aulete, con Guardie, e suddetti.
Lagide
Mora Evergete! Intrepido riguardo
Tutto l’orror della mia Parca: il solo
Udir, che dal tuo labbro, o mio Lagide,
Esca il fatal decreto,
Urta la mia fortezza, e disinganna
Il fasto mio, che si credea maggiore
D’ogni spavento.
Evergete
Aulete; io non tradisco
Le sacre d’amicizia
Venerabili leggi:
Servo gelosamente
Al mio dovere, all’ora,
Ch’io condanno Evergete; e il condannarlo
Solo è degno di me; frena il cordoglio:
Già del fatal decreto io segno il foglio.
(và a scrivere.)
Amasi
Sì, condanni Lagide
Chi balzarlo dal Trono avea in disegno.
Lagide
Scrivi, Lagide, un portentoso esempio
D’amistà violata,
E con orrore il nostro Mondo il vegga.
Evergete
(Dà il foglio ad Amasi, e mentre questi il legge, egli và a sedere sul Trono.)
Ciò che scrisse Lagide, Amasi legga.
Amasi
Con orror delle stelle,
Per serbarti quel Trono,
In cui ti trasse un Parricidio enorme,
Empio Tiranno, e rio,
Oggi mora Evergete, e quel son io.
Che leggo?
Lagide
Ahimè, che sento!
Amasi
Lagide . . .
Evergete
Eh traditor, prenditi il tuo
Detestabile nome:
Sono Evergete; sono
D'Aprio la prole eccelsa,
Il Ré d’Egitto; il tuo
Formidabil nemico:
Tale mi espongo al tuo furore: in questa
Prova di mia fortezza,
Empio, ravvisa il grande
Carattere, che in fronte
M’han posto i Numi:
(si alza.)
In questo
Sacro Tempio real, Fellone; adempi
Tutta l’atrocità de’ tuoi misfatti:
Sù via, che tardi? Spingi
Contro il tuo Rè le spade
Di questa, che ti cinge orribil schiera,
O fino al più profondo del tuo core
Ribelle, io porterò la mia vendetta:
Eccomi già ritorno
Ad ingombrar di me la Real Sede:
(Si mette a sedere.)
Quì vieni, Traditor, e quì mi svena,
Consegna d’Evergete
Alla grande Tragedia: ecco la scena.
Amasi
Qual sogno: Qual follia!
Lagide
Grande, ma sventurato
Artificio d’amor: caro Lagide
Se altra via non avanza
Alla salvezza mia, la bella frode
Troppo è infelice. Eh rendi,
Rendimi il mio gran nome, oh un core anch'io,
Che fa soffrir l’aspetto della Parca;
Ed hò virtù per spaventarla ancora:
In me, Tiranno, in me Evergete mora.
Amasi
Ah sì, l’arte ravviso
D’un’amistà sacrilega. Lagide
Avra dal Padre offeso
Del folle ardir la pena. Aulete in tanto,
Od Evergete ei sia,
Alla scure funesta
D'un Carnefice vil porti la testa.
Evergete
(Balza dalla sedia, e trattiene Amasi, che partiva furioso.)
Fermati, o Mostro; Questo,
Che tu spingi alla morte,
Egli è tuo Figlio; alla Real Candace
Credilo, traditor: essa me’l disse
Lagide
Anzi me per suo Figlio
Testè ella strinse.
Amasi
Ahimè! chiamisi tosto
Candace.
(Parte un Soldato per chiamare Candace.)
Evergete
Il grande inganno,
Sin da l’ora tessè, che tu spingesti
Il feroce Tilame alla mia strage.
Lagide
Il Figlio dell’estinta Agatoclea
Stringeasi al sen, per ingannar lo sdegno
Del tuo Ministro, e me tra i freddi amplessi
D’Agatoclea lasciò qual vile avanzo
D’estinta Madre.
Amasi
O Cieli!
Lagide
Và, felice Tiranno,
Del tuo gran Figlio, ostenta,
Per sua gloria in Lagide,
La sovrana virtude.
Evergete
Anzi in Aulete,
Contro l'ire del Cielo, e della Terra
Vantati Padre, ed il tuo asilo afferra.

Scena nona

Candace, e suddetti.
Amasi
Vieni, Candace, vieni, e a ciò, ch'io chiedo
Fedel rispondi.
Candace
Chiedi,
Qual deve un mio vassallo, ed io rispondo.
Evergete
Madre, parlar tu dei, già tutto intese
Da me il Tiran.
Candace
Di questo tutto ancora
Il più forse non sà, nè mai saprallo.
Amasi
Di mio Figlio che fu?
Candace
Doveva il mio
Giusto furor sacrificarlo all'ombra
D'Aprio tradito; e pure
Ei vive; il vedi, il senti, e seco parli
In Lagide, in Aulete
Cercalo, traditor, ma il cerchi in vano
Se il chiedi ad essi; una virtù gemella
Forastiera al tuo sangue il suo mentisce.
Se il chiedi a me, gelosamente io guardo
Un segreto fatal, da cui dipende
La vita d’Evergete, e il tuo spavento.
Amasi
Lagide, Aulete, in voi chi veggo? Veggo
In Lagide il mio figlio, o il mio nemico?
Il nemico in Aulete, od il mio figlio?
Evergete
In me vedi Evergete,
Vedi il tuo Re.
Lagide
Vedi in Aulete il Figlio
D’Aprio, che tu svenasti, e di Candace.
Amasi
Reina o dammi morte, o dammi pace.
Candace
Pace mi chiedi? Aprio mi rendi, o Mostro,
Ed io ti rendo il Figlio.
Mi chiedi morte? Ah vile,
L’avrai dal tuo dolor, ma col corteggio
Di spasimi, d’orrori, e di spaventi.
Amasi
Abbraccerò in Lagide . . .
Evergete
Un tuo nemico.
Amasi
Dunque in lui spargerò . . .
Candace
Forse il tuo sangue.
Amasi
Aulete in queste braccia . . .
Lagide
Il tuo Sovrano?
Amasi
Dunque in lui svenerò . . .
Candace
Forse il tuo Figlio.
Amasi
Sogno, deliro, e non ho più consiglio.
Candace
Su via, che tardi? In chi
Sfoghi lo sdegno? In chi l’amor consolì?
Scegli fra d’essi il tuo, scegli il mio Figlio.
Amasi
Ah Donna
D’ogni Sfinge peggior; così schernisci
L’angoscia mia?
Candace
Non tutta
La veggo ancor. Comincia
Solo la mia vendetta.
Hai due serpi nel cor: ma tutto il core
Non è lacero ancor. Vuo’, che tel roda
Con l’amor il furore,
Te lo sbranino eterne
Due gelosie crudeli.
Tutto cordoglio sia pena, e tormento,
Timor, odio, furor, ira, e spavento.
Ora uno, ora l'altro.
Candace
Anima del cor mio
Viscere del mio sen
Tu sei mio Figlio
Evergete
Dolce Madre quel son io?
Lagete
Quel io sono Madre oh Dio?
a2
Il Tiranno perirà.
Amasi
Sei un Empio un Traditore
Evergete
Son tuo Re.
Lagide
Son tuo Signore.
Amasi
Donna indegna son tradito.
Candace
Non t’ascolto o Mostro infame,
Che non meriti pietà.

Anima ecc.

Scena decima

Amasi, Evergete creduto Lagide, e Lagide creduto Aulete.
Amasi
Lagide, il ferro.
Evergete
Eccolo.
(gli getta al piede la Spada.)
Amasi
Guardie, a voi.
Lagide
Empio così calpesti;
I dritti di natura,
In un tuo Figlio?
Evergete
Aulete,
Dì del suo Re: fellon, trarmi dal seno
E magnanimo, e forte il cor potrai,
Ma il mio grande carattere non mai.

Traggo al mio carcere
La mia fortezza,
E t’abbandono
Nel tuo dolor.
Nulla ha d’orribile
Per chi la sprezza,
Morte, ch'è un dono
D'un Traditor.

Traggo ecc.
(Parte fra le Guardie.)

Scena undicesima

Amasi, e Lagide creduto Aulete.
Amasi
Chiudasi con Lagide
Nell’ampia Rocca Aulete, ivi a consiglio
Chiami il suo Fato e l’Inimico, e il Figlio.
Lagide
Nello sceglier la vittima non erri,
Tiranno, il tuo furor; nel mio Lagide
Il tuo sangue rispetta;
Spargi quello, che avanza
D’Aprio nelle mie vene, e ormai t’affretta.
Amasi
Già che morir nemico
Pria che regnar mio Figlio
Brama Aulete, e Lagide, io non son Padre.
Mora il Figlio, e ‘l nemico, e nella fiera
Tragedia d’ambedue,
Pur che il reo non si salvi, il giusto pera.

Nel profondo cieco Mondo
Purche pera il Traditore
Cada ancora l’innocente.
O sia figlio, o sia nemico,
Sarò giudice severo
Per punire il delinquente.

Nel ecc.

Scena dodicesima

Candace, e Lagide creduto Aulete.
Candace
Che miro, o Ciel, tu prigionier?
Lagide
Sì Madre,
Queste ritorte, sì, più che il tuo seno
Mi dichiaran tuo Figlio.
Più che d’Amasi il Trono,
La Carcere mi fa Re dell’Egitto.
Versino le mie vene
L’ultimo sangue d’Aprio,
E la mia morte
Salvi la vita al mio Lagide.
Candace
O sorte
Impegno d’amistà felice inganno,
Che raddoppia i nemici,
E toglie insieme i Figli al reo Tiranno.
Lagide
Del Cacciatore
Incontra il laccio
Pria che voglia
Machiar la spolia
Bianco Armelin.
Così il mio piede
Frà le ritorte
Va incontro à morte
Pria di tradire
L’amore, e fede
Del suo destin.

Del ecc.

Scena tredicesima

Candace sola.
Candace
Cara mia frode, per cui sola io spero
Vendicar d’Aprio il sangue
Per la man del Tiranno, e al core indegno
Dell’empio usurpatore
Toglier la pace, e forse vita, e Regno.

Inganno mio tu sei
La mia speranza,
E 'l mio piacer;
Ma se la frode
Viepiù s’avanza,
Allor’io spero
più goder.

Inganno ecc.

Fine dell’Atto Secondo.

ATTO TERZO

Scena prima

Strada, che conduce alla Real Fortezza.

Candace sola.
Candace
Sassi, che in voi celate,
Nel mio caro Evergete,
Del tremante amor mio tutt’i pensieri,
Sollecita m’aggiro a voi d’intorno.
Voi, se duri non siete,
Al pari del Tiranno i miei sospiri
Pietosi raccogliete,
E recateli in volto
Al Sol dell’alma mia, ch'è in voi sepolto.

Ussignoli, che piangete
Dolcemente il vostro amor,
Deh pietosi rispondete
Col bel pianto al mio dolor.

Ussignoli ecc.

Scena seconda

Apertasî la Porta della Fortezza, escano Evergete creduto Lagide, e Lagide creduto Aulete, scortati da Guardie, e suddetta.
Evergete
Madre, e Reina.
Lagide
Genitrice.
Candace
Oh Dio!
Lagide
Del Tiranno un comando a se ci appella.
Evergete
In questo estremo forse
Momento, in cui ti veggo,
All’amor tuo sciogli le labbra, e lascia,
Ch’egli fra noi distingua il vero oggetto
Delle tue tenerezze.
Lagide
Della nostra virtù sei ben sì certa,
E di nostra amistà, che a te non resta
Cosa temer; ci additi il disinganno
Chi sia Figlio del Re, chi del Tiranno.
Candace
Principi, un gran segreto
Non vuol, che un cor; se ad altri si diffonde,
Egli abortisce, e l’esser suo confonde.
Evergete
Nè i miei preghi potranno
Trovare in te tutto l’amor di Madre?
Candace
Ei non sarebbe amor, se tu il trovassi.
Lagide
Ne posso coi miei voti
Ottenere da te di Figlio il nome?
Candace
Il mio dirlo sarebbe un tradimento.
lagide
Pur mel dicesti.
Candace
E forse io t’ingannai.
Evergete
Per tuo Figlio al tuo sen pur mi stringesti?
Candace
Facile fosti assai, se mel credesti.
Lagide
Nè saper lice . . .
Candace
Nò.
Evergete
L’arduo segreto . . .
Candace
Vien da Amore il divieto.
Lagide
Quando sia, che si tolga
Questo dubbio fatal?
Evergete
E che si svelli,
Questo enigma geloso?
Candace
Lagide, Aulete, Amasi l'empio mora,
E del vero Evergete
Il grave arcano, io, scopritovvi allora.
Lagide
Questa frode e quest'arcano,
Che m’asconde il mio bel sangue
Sò, ch’è un’arte del tuo amor.
Ma se sia, ch'io cada esangue
Sotto il ferro empio, e inumano
Scoprirallo il tuo dolor.

Questa, ecc.
(parte fra le Guardie)

Scena terza

Candace, Evergete creduto Lagide, e Tilame, che sopraggiugne, e si ferma in disparte.
Candace
Principe ahi, troppo incauto,
Del mio geloso amor l’arduo consiglio
Pure tradisti.
Evergete
Ah Madre.
Candace
(Ah, giugner veggo
Tilame l’infedel, seguiam nostr'arti.)
Evergere
Se il doloroso pianto
D'un figlio, in cui tutto innocenza il cuore,
Sfortunato non cade
Al materno tuo piè, concedi a queste
Lagrime, ond'io lo spargo,
Il fatal disinganno. Amasi intenda
Qual'io mi sia, l'Egitto
In faccia del Tiran vegga Evergete
Degno d’Aprio, e di te.
Tilame
(Che mai dirà!)
Candace
Dovunque
Volga l’Egitto il ciglio,
O te riguardi, o vegga
Aulete, in ambo egli ritrova un cuore,
Che il regio onor del sangue nostro ostenta;
Basta ad Aprio, ed a me, ch’Amasi il tema.
Evergete
Ah nò Reina, ah Madre nò, ten priego
Genuflesso al tuo piè; togli Niceta
Al periglio imminente
D'incestuose nozze;
Togli Aulete dal rischio
D'una morte crudel; a me concedi
La gloria di morir con tutto il fasto
D’una real costanza:
Per questa man, ch’io stringo,
Per queto bacio, in cui di tutto il cuore
(le bacia la mano.)
Porto l’ardor, ten prego
Del nome d’Evergete
La mia virtude, e la mia gloria adorna,
E a fronte del Tiran Madre ritorna.
Candace
In me la Madre cerchi
Il Figlio, e non Lagide;
Tale te dissi, e tale dissi Aulete
Nell’illustre mia frode,
E’ d’Evergete la salvezza accolta.
ATilame
(Ostinata Candace.)
Candace
Mi scoppia il cor; ma il Traditor m’ascolta.
Evergete
Salvo Evergete in questa
Frode crudel! Nò, non sarà; si perda
Questo Figlio infelice,
Che trova in una Madre un cuor ribelle;
D’Aprio alla Tomba; io svenerollo in questo
Disperato mio sen; sovra quel sasso
Spargerò questo sangue,
E misto a quelle ceneri adorate,
Contro una fiera Donna,
Che con un vile inganno
Gloria mi toglie, e la mia morte affretta,
Pien di furor ei griderà vendetta.
Candace
Sì, và, d'Aprio alla Tomba
Svena d’Amasi il Figlio;
Forse tu il sei; vedrai se piaccia al grande
Genio il fiero Olocausto,
Forse; chi sà? Dal coronato avello
Il Cadavere esangue
Con sdegno egual rigetterà quel sangue.

Se nemico tu mi sei,
Mi sei Figlio in vendicarmi;
Ma se poi sei Figlio; o Dei!
Sei nemico in tormentarmi.

Se ecc.

Scena quarta

Evergete creduto Lagide, e Tilame in disparte.
Evergete
Chi parlò? Cui parlò? Che disse? E quale
M’abbandona Candace? E quale io resto!
Nè nemico, nè Re, Figlio, non Figlio,
Attonito, baccante, e disperato,
Perdo un Regno, un Amico,
Odio un Tiranno, e forse
In esso il Genitor; cerco una Madre,
E ritrovo una Sfinge, una Megera,
Che mi sbrana, mi lacera, m'uccide:
Mostri de' ciechi abissi,
V’è frà di voi quella pietà, ch'io cerco
Vanamente in Candace?
Qual di voi mi diè vita?
Cerbero forse in mezzo alle Ceraste
Mi generò? Mi vomitò sul Mondo
O Tesifone, o Aletto?
O son di Stige ancora indegno oggetto?
Tilame
(O Principe infelice!
Se non vi placa un tanto duolo, o Cieli,
Stupidi siete voi, se non crudeli.)
Evergete
Non vi chieggio, o Dei codardi,
Che furor, e crudeltà.
Fulminate,
Lacerate . . .
Ah, ch'io sono ai loro sguardi
Vile oggetto di pietà.

Non ecc.
Tilame
Il misero delira
Sull’incertezza di sua sorte, ah pria,
Che più s'avanzi a' danni
Dell’Egitto l’error, Tilame all’opra,
Mora il Tiranno, e il vero Re si scopra.

Nò, che non è fellonìa,
Se il Ciel per opra mia
Scuopre l'inganno:
Nè più grata agli Dei
Ostia svenar saprei
D'un Re Tiranno.

Nò ecc.

Scena quinta

Niceta sola.
Niceta
Presso quell’alte, mura
Già poch’anzi, sperar mi fece amore
Di potere abbracciar il caro Aulete.
Ma lassa alcun non veggio!
Forse tarda quì giunsi, e già lo stamme
Di sua vita reciso
Il Carnefice avrà con scure infame.

Aure grate,
Che spirate
Quì d’intorno a queste piante
Deh pietose ascoltate
I sospiri del mio sen.
Poi volate,
E spiegate
Quanto soffre il core amante
Pene rie, e dispietate
Se pur vive il caro ben.

Aure ecc.

Scena sesta

Deliziosa.

Amasi solo.
Amasi
Sediam de’ nostri affetti,
Core il tumulto; e diamo
Luogo all’arte di Re; Se di Lagide
L’amistà per Aulete è forse in lega
Con l’amor di Candace, egli si tenti
Col terribile più ch’abbia del sangue
L’alta ragion; e si richiedi il Figlio
In chi ostenta il nemico: Entri Lagide
Spesso un grade spavento, è un gran cosiglio.

Scena settima

Amasi, ed Evergete creduto Lagide.
Amasi
Lagide, il tuo delitto
Ista per ’l tuo gastigo.
Ma nel mio cuore io sento
Un facondo Orator, che ti difende;
Un pentimento assolva
Di soverchia viltà la mia clemenza.
L’amicizia d’Aulete
Ticollegò a Candace, e seco ordisti
L’oscuro Laberinto,
Da cui lo sdegno mio cerca lo scampo;
Non è così?
Evergete
Non mi fan noto ancora
La Maestà, con cui ti parlo, o gli atti
Del mio disprezzo?
Non t’infinger Tiranno,
In me vedi il tuo Re, lo temi, e cerchi
Quache languido amor, che ti ricopra
Dal furor da’ miei sudditi e dal zelo.
Amasi
Amasi, ed Evergete
Viver non ponno, e Stige
Una delle grand’ombre,
In Olocausto alla vendetta attende.
Evergete
Che tardi dunque? Ecco Evergete, adempi
Il sacrificio memorando, io forte,
E intrepido t’espongo
Il collo, e il petto; ove più vuoi, ferisci.
Amasi
Nò nò; Vittima io sono
Più degna di que’ Numi,
Che tutto il loro Inferno
Perdono nel mio cuor: Io di me stesso,
E Giudice, e Carnefice, trarrommi
L’anima desolata
Dal Regio sen; perdo di Padre il nome,
Perdasi quella vita,
Per cui non trovo in cuor di Figlio amore:
Lagide, io t’abbandono
La mia stanca fortuna, ed il mio Trono:
Tu vi regna, qual deve
Chi di me nacque, e scelerato, ed empio,
Ma forte, e grande.
Ecco già stringo il ferro,
Già segno il colpo, e la mia morte abbraccio.
(Impugna il ferro, mostrando volersi uccidere.)
Evergete
T’arresta: in Evergete
(Evergete lo ferma, levandogli il ferro.)
Una bella clemenza ha il più del cuore
Resti il Padre ad Aulete;
E resti a me la gloria,
D'un illustre virtù.
Amasi
Resti a Lagide,
Il disonor d’aver mentito ancora
In onta a tutto il grido di natura,
Che nel grande cimento
Mio Figlio il disse: ah perfido, ravviso
Svelata la gran frode;
Fu quella, che ti spinse a disarmarmi
Forza del sangue mio, ch’ai nelle vene;
Il cercò l’arte mia con la metitita
Brama di morte, e ritrovolla al fine:
Non più; veggami Aulete.
Evergete
E che di peggio,
Tenterai traditor?
Amasi
Ecco Evergete,
L’arte s’incalzi.

Scena ottava

Lagide creduto Aulete, Guardie, e suddetti.
Lagide
Eccolo, sì, qual deve
Un Figlio d’Aprio, e di Candace.
Amasi
Tale
Crederlo giova: assai
Parlò natura, e discoprì l’arcano:
Evergete, un sol Trono
E’ angusto per due Re; la gelosia
Di chi vi siede apre la Tomba al fasto
Di chi vanta ragion per risalirvi.
Morir tu devi; a voi Soldati.
(Le Guardie si mettono in atto di ammazzar Lagide ed Evergete gettatosi dinanzi ad esso col Pugnale si mette in difesa del detto.)
Evergete
Indietro,
O perfidi Ministri
D’un Mostro coronato;
Ve ’l comanda Evergete, e quello io sono.
Lagide
La virtù di Lagide,
Amasi già t’assolve, e ti perdono.
Evergete
Il sò, fellon, credesti
Tenerezza di Figlio
Ciò, che d’anima augusta
Fu magnanimo senso; e fu d’amico
Generosa pietà: Padre d’Aulete,
Io ti guardai, e volli
Serbargli il Padre: Io ti guardai nemico,
E mi piacque gli auspici
Prender del Regno mio dalla clemenza;
Ma poichè questa abusi,
E spronando la morte contra al Figlio,
Ti cancelli il carattere di Padre,
Disingannati omai; e ti riprendi
Il colpevole ferro; ecco tel rendo:
(Gli getta a' piedi il pugnale.)
Immergilo nel tuo
Detestabile petto.
Lagide
Nò, vivi traditor; volea Lagide
Serbarmi il Padre ancorché fiero, ed empio;
Ancorchè fiero, ed empio,
A Lagide io lo serbo:
Tal ti parla il tuo Re; tale Evetgete;
Ma ti rendo alla Parca,
Se in me contempli Figlio, o guardi Aulete.
Amasi
(Arti del mio dolor siete perdute.)
Vivo, sì, vivo, o Figlio,
Ovunque che tu sia, disumanato;
Apprenderò da te l’arte crudele
Di regnar da Tiranno:
Rinnoverò gli scempi
Di Tebe, e Colco, ed Amasi, e Candace
Sul cadavere reo d’un Figlio esangue,
Divideran fra loro il lutto; e il sangue.

Non son più Padre,
Non son più Re,
Son vivo esempio
Di crudeltà.
Pianga una Madre,
Pianga con me.
Aprasi il Tempio
Dell’empietà.

Non ecc.

Scena nona

Evergete creduto Lagide, e Lagide creduto Aulete, e poi Niceta.
Evergete
Qual fiera sorte, amico,
E mai la nostra! ignoti
Siamo a noi stessi, e contendiam fra noi,
Più ch’un Regno una morte.
Lagide
E l’uno, e l’altra,
Se giovano a Lagide, a me son cari:
Si Evergete, qual credo,
Io son, col Regal nome
Vò fastoso alla Tomba, e del mio Regno,
A te l’illustre eredità consegno:
E se ad Amasi Figlio
Mi palesa Candace, il suo nemico
Vedrà il Tiranno in me. Niceta.
(Sopraviene Niceta.)
Niceta
Veggo il Fratello, o Dio, veggo l’Amante?
E qual di voi nel gran periglio chiede
Un dolor di Sorella, e qual di Sposa?
Evergete
Niceta, ancor coperta
Dalle bende gelose
Del palpitante amor materno è incerta
La nostra culla; freme
Nel gran dubbio il Tiranno, e ci minaccia
Di morte entrambi.
Niceta
O Dio!
Lagide
Mai non calpesta un gran dolor i sagri
Diritti di Natura; e se Candace
Evergete difende
Con l'arti sue; difeso
Del cuor di Padre è assai d’Amasi il Figlio:
Ed eccolo, Niceta,
Nel mio Lagide.
Evergete
Anzi in Aulete il vedi:
Comunque sia, si scopra
Da Candace Evergete, e contro l'ire
Del barbaro Tiranno ei sia difeso
Dalla bella amistà del di lui figlio:
Consola il tuo dolor, bella Niceta;
Viva, o muoia Evergete,
Il tuo soave amore ecco in Aulete.

Il dolce nido
De’ vostri amori
Di rose, e fiori
Si spargerà.
Farà Cupido
Del vostro affano
Un certo inganno, che piacerà.

Il ecc.

Scena decima

Niceta, e Lagide creduto Aulete.
Niceta
Parte Lagide, o Aulete, e sola il segue
Quella parte di me, ch'ha più del forte,
Quella, ch'ha più del tenero, si arresta
Ne’ tuoi begli occhi, e questa
Da' tuoi begli occhi mi ritorna al core,
Ne mi sà favellar fuor che d'Amore.
Lagide
Se ascoltassi il mio cor, cara Niceta;
Non saprei dirti, anch'io,
Fuor che, bella, adorata, amante, e sposa;
Ma il rimprovero io sento
Di mia virtù; quantunque lento ei parli,
Lasciami in pace, e resta,
Resta a Lagide, o mio soave Amore:
In mercè ti dimando,
Che col dolce tuo sposo, assisa a canto
Al cadavere mio,
Quel de’ begli occhi tuoi meschi al suo pianto.

Care pupille
Due sole stille
Di belle lagrime
Chiede il mio Amor:
Ma le vorria
Quest’alma mia
Sol figlie tenere
Del tuo bel cor.

Care ecc.

Scena undicesima

Niceta sola.
Niceta
E di sangue, e d’amor forti argomenti,
Vogliono il mio dolor, pur’io no'l sento
Con tutto il suo vigor dentro al mio core;
Un raggio incerto sì, ma che è pur raggio
Di soave speranza,
Lusingando mi và, nè di quest’alma
Lascia tutta al timor turbar la calma.

Io son fra l'onde
D’irato Mare
Ne si confonde
Ne ancor vacilla questo mio cor,
Veggio la Stella che in Cielo appare
E lieta brilla,
E la procella perde vigor.

Io ecc.
.
Scena dodicesima

Salone Regio illuminato.

Candace, Amasi, Evergete credulto Lagide, e Lagide creduto Aulete.
Amasi
Vieni, o donna crudel; e voi bifronti
Spasimi d’un’amor, ch’è tutto benda:
Questo è il grande momento, in cui svelata
Esser dee la ria frode,
S’Amasi sono, e s’io son Re.
Candace
L’Edippo,
Che sciolga l'arduo enigma,
Empio, mancherà sempre,
S’io son Reina, e se Candace io sono.
Evergete
Eh Madre, in me discopri.
Candace
Che più cerchi da me, furia il tuo Figlio?
Scegli in essi a tuo grado,
Già senti dai lor sensi,
Quanto ad un Figlio tuo d'amor conviensi.
Amasi
Mi vuoi dunque Tiranno,
Barbara Donna? Sì sarollo, e tutto
Userò quel poter, ch’ho dallo scettro.
Candace
Ed io tutta userò quella coastanza,
Ch’ho dal mio sangue.
Amasi
Adoprerò in punirti,
E carcere, e flagelli, e ferro, e foco.
Candace
Se nelle membra ho loco
Per sostenergli, ho forza ancor nel petto,
Per trionfarne.
Amasi
Alfin v'è morte.
Candace
E questa
M’aprirà nel sepolcro
Un sicuro ricovro al mio segreto.
Amasi
A voi dunque mi volgo,
Mostri del nero Averno.
(Va agitandosi per Scena senza parlare.)
Candace
Sù via siegui, o Tiranno,
Già comincia a piacermi
ll tuo dolor; mordi le labbra infami;
Gettati a terra: addenta
Questo suolo, ch'io premo: ancor sei tardo?
Smania, fremi, ruggisci, io ti riguardo.
Amasi
Ruggirò, fremerò; ma i miei ruggiti,
I miei fremiti sian di me più degni;
Donna, Figlio, Nemico,
Due momenti vi lascio, al mio ritorno
Si conosca Evergete,
Il mio figlio si scopra:
(sopraggiunge Niceta.)
Vieni tu ancora Niceta;
O vittime cadranno all’ira mia
E Candace, e Lagide, Aulete, quindi
Verrà Niceta al Talamo funesto,
Indi trarranno anch’essa al vostro avello
Il mio furor, le furie mie baccanti,
Atro Olocausto alle vostr’ombre erranti.

Scena tredicesima

Niceta, Candace, Evergete creduto Lagide, e Lagide creduto Aulete.
Niceta
Ah Genitrice; ah qual di voi la culla
Ebbe meco comune, ah qual d’amante
Ha per me affetti, e nome?
Qual di voi mi soccorre?
Chi per pietà mi svena?
Chi mi usurpa a tal rischio, e a tanta pena?

Scena quattordicesima

Tilame, e suddetti.
Tilame
Reina, il Traditor, l'empio Tilame
Compita ha l'opra: Geme
Amasi fra ritorte,
Nè avanza che il tuo cenno alla sua morte.
Lagide
Che sento?
Evergete
E come?
Niceta
O’ Cieli!
Tilame
Delle Guardie Reali
Rivolta altrove la feroce schiera,
Restò facile preda
De’ Congiurati, applaude
Il Popolo fedel all’alta iimpresa,
Ed acclama Evergete:
E’ tempo ormai, Reina,
Che tu ’1 palesi.

Scena ultima

Amasi incatenato fra Guardie, e suddetti.
Amasi
Su via, credilo, o Tigre;
Son tradito, son vinto, e prigioniero:
Sfoga la tua vendetta,
Con tutto il tuo furor; tutto a te lice:
Pur che m’additi il Figlio,
Con intrepido ciglio
La Parca incontro; e se mi sia concesso
Stringerlo al sen, con tutto il fasto ancora
Tra le braccia del Figlio Amasi mora.
Niceta
Del nome d’ Evergete
Sparsa, o Madre, è la Regia, e ognun l'acclama.
Candace
Dove regna un Tiranno,
Dentro l’ambrosia ancor temasi il tosco;
Sin ch'ei vive . . .
Tilame
Reina,
La mia Fè non risplende
Chiara abbastanza ancor? Parlano poco
Quelle catene, e quel dolor? Favelli
Più facondo il mio ferro:
Sù gli occhi tuoi, gia del Tiranno in petto
All’anima perduta apro la via.
(Si mette in atto di uccidere Amasi.)
Candace
Ed io scopro l'arcano.
Evergete e Lagide
Ah nò, non sia.
(trattenendoò Tilame.)
Lagide
Amasi fra di noi
Certo ha il suo Figlio.
Evergete
In qual di noi si scopra
Vivo Evergete, al merito del figlio
Doni il piacer della vendetta.
Lagide
E assolva, con signoril costume,
Nel Padre il reo dell’amicizia il Nume.
Evergete
Con la Fede Reale io l’assicuro.
Lagide
Ecco la destra, ed il gran patto io giuro.
Candace
Or dunque Amasi ascolta:
Questi, che al seno io stringo,
E' il mio figlio Evergete, il tuo Sovrano,
E se cerchi il tuo figlio,
Eccoti Aulete, e in esso affissa il ciglio.
Amasi
O punto sospirato:
Vieni fra queste braccia.
Delle viscere mie parte più cara,
E nel punto fatal, del morir mio
Prendi dal Padre tuo l’ultimo addio.
Evergete
Lunge il pensier di morte,
E se t'è grave ancora il pentimento
De passati delitti, io te n’assolvo:
Vivi a te, vivi a noi, vivi a Lagide,
Che in Aulete ritrovi.
Amasi
O portentosa
Pietà d’un Regio seno! Or sì condanno,
Signor, se tu m’assolvi, i miei delitti,
E prostrato al tuo piè . . .
Evergete
Nò, sorgi amico;
Tutta la luce ancor della Corona
Sì lieto giorno ad Amasi non tolga.
Nè ritenga un riverbero ne' sacri
Sponsali di Niceta, e di Lagide,
Riprenda il primo volo
Germana, l’amor tuo, e lo riposi
Di Lagide nel seno, ei sia tuo sposo.
Candace
E' degno d’Evergete
Queso ilustre pensiero; ed io v’applaudo
Che cede alla tua gloria, il mio dispetto.
Niceta
O dì felice; vieni
Mio dolce sposo, io già ti stringo al petto
Lagide
Principessa adorata al sen ti stringo.
Amasi
O soave piacer d’alta vicenda.
Evergete
Dell’amicizia al Tempio,
Sciolgasi il voto, e vie più sacro il renda.
Coro
Amicizia fortunata
L’alta Gloria oggi risplenda.
Per vedere il chiaro lume
Del gran Nume
Sorte, e Amor sciolga la benda.

D’amicizia ecc.

Il fine del Dramma.



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Ultimo aggiornamento 8 febbraio 2026