Su questo musicista settecentesco che, insieme a Leonardo Leo e a Francesco Feo, aprì l'era dell'opera buffa italiana, i giudizi dei contemporanei e dei posteri sono discordi. Metastasio aveva molta ammirazione per il Vinci, così pure il Piccinni che lo considerava il padre del recitativo accompagnato e gli riconosceva il merito di aver saputo trasferire nelle sue opere alcuni aspetti caratteristici dell'anima meridionale. Dal canto suo il musicologo moderno Rudolf Gerber ritiene il Vinci un compositore d'istinto, che non si preoccupò eccessivamente di limare e raffinare le sue partiture riguardanti il teatro (una ventina di opere serie e una decina di opere comiche), la musica sacra e oratoriale e alcuni pezzi da concerto. Quello che è certo è che con Leonardo Vinci sono entrate nell'opera seria alcune formule melodiche di impronta popolare, che attribuiscono ai caratteri tipizzati dei personaggi una venatura di verismo e una duttilità discorsiva di sapore tutto napoletano.
Del resto un esempio dell'abilità armonica e dell'ingegno estroso di questo compositore, che morì in miseria in un monastero napoletano dopo aver dissipato al gioco ogni avere, lo si può riscontrare nella «Sonata in re maggiore» oggi in programma e che è tratta dall'edizione del 1750 di «Twalve Solos for a German Flute or Violin with a thorough Bass for the Harpsichord or Violoncello composed by sig. Leonardo Vinci », ricostruita su indicazioni del revisore Joseph Bopp. I momenti più espressivi della Sonata sono i due Adagi, di una cantabilità pura e cristallina resa più pungente dal tempo allegro incastonato nel mezzo come un'onice di fosforescente luminosità e che riprende nel Presto lo stesso tema precedente, vivace e ritmicamente brillante. La Pastorella finale ci riporta psicologicamente al lirismo ascoltato all'inizio del brano.
Ennio Melchiorre