Dio

per coro femminile e pianoforte

Musica: Francesco Trocchia
Testo: Francesco (2007) di Alda Merini
Organico: coro femminile, pianoforte
Composizione: 2014
Edizione: inedito

Elaborato per trio di ottoni e pianoforte con il titolo Risonanze
Guida all'ascolto

Alda Merini è una delle voci più forti, diversa e libera della poesia italiana. Dotata di una sensibilità e una visione della vita che l’hanno portata a soffrire molto, ha trasferito i suoi vissuti in tutti quei versi che hanno commosso e toccato nell’intimo i suoi lettori. Il suo coraggio e la sua libertà, libertà di essere religiosa per esempio, semplicemente esprimono il suo desiderio umano di infinito.

Ed è proprio con questi versi si apre “Francesco, canto di una creatura”:

Dio, come mi batte il petto
al primo splendore del sole
e come tu mi rapisci in alto,
così in alto
che io mi sento già morto.
(Alda Merini da "Francesco" 2007)

opera che appartiene agli ultimi anni della sua produzione, fase in cui ha messo a tema lo slancio cristiano che ha sempre attraversato le sue rime. Molti temi trattati da Alda Merini sono sintetizzati in questi pochissimi versi come ad esempio quello di Dio, quello del rapporto fra Dio e l’uomo, quello della morte.

Merini canta l’amore cristiano come disarmato, umile, con l’unico potere di chi ha abbandonato ogni desiderio di potere, senza difese seppur radicato nella carne umana e quindi in tutte le sue passioni, pure impure, felici e infelici. Attraverso la figura di Gesù narra l’esposizione di Gesù stesso agli sguardi e ai bisogni degli altri, alla fame di verità e di amore dell’uomo, senza sottrarsi, con la generosità di servo di Dio: «D’altra parte Gesù che aveva la sua strada non poteva obbedire al suo cuore terreno di Maria che voleva per se tutta la carne del Figlio. La diede agli altri, la diede ai suoi nemici, affinché se ne cibassero, affinché l’uomo Dio diventasse cibo e sostanza di tutti i giorni». L’abbandono da parte di Gesù a un amore senza difese è ciò che lo espone a tutta la durezza delle contraddizioni che attraversano l’uomo. Da queste tuttavia non prende distanza mitigando il proprio sentimento che lo spinge a vivere fino in fondo sia la gioia della figliolanza divina sia il dolore della finitudine e del sacrificio. Gesù è allo stesso tempo felice e sofferente, ricolmo d’amore e solo tra gli uomini, maestro della Parola e silente nel suo raccoglimento.

Gesù insegna un abbandono che è separazione da quelle difese di cui l’uomo si serve per proteggere la sua egoità: presa di distanza, indifferenza, chiusura dentro a identità solide, etc.; ma l’abbandono all’amore comporta anche la separazione dalla ripetizione automatica e irriflessa di atteggiamenti acquisiti per imitazione degli altri e per adeguamento ai costumi sociali. Si tratta di un abbandono che è anticipazione di morte, perché determina la morte di alcuni caratteri, quelli difensivi appunto, costitutivi della personalità umana.

Secondo Merini la morte è liberatrice ed è il mezzo per svuotare l’uomo di se stesso per aprirlo ad accogliere Dio e la sua estasi ed è per questo che la morte è salutata con gioia dal povero frate Francesco, che si spoglia di tutto per attingere quell’amore e quella libertà. Quel respiro breve, quella parola di Dio, quell’accoglienza di ciò che ci oltrepassa, quel combaciare di vita e morte, quel trapassare dell’una nell’altra e dell’altra all’una, è l’estasi. Francesco è maestro di gioia estatica, ma anche della sua drammaticità. Essa è gioia che si esprime nei colori e nelle creature della natura, è gioia che si fa canto e si fa musica, inno alla grandezza di cui il cuore si riempie: «Io ormai sono il liuto di Dio / e canterò le sue canzoni d’amore. / Malgrado non conosca la musica, / le mie mani suoneranno per lui / tutti gli spettri della gioia. / Dio è luce: / io canterò per lui / tutti i colori della terra». E tuttavia, quella gioia non può essere senza spoliazione, senza povertà desertica, senza sacrificio del desiderio, senza dolore.

I versi che aprono il canto di una creatura hanno ispirato il compositore Francesco Trocchia che attraverso la sua opera Dio mostra una sua interpretazione del testo poetico.

Quello slancio che Alda sente come desiderio verso il creatore, il vuoto che spinge l’uomo a cercare Colui che dona la vita e senso al mondo, la creatura Francesco desiderante dell’accoglienza di Dio fanno aprire la composizione con un intervallo di quinta giusta che da un lato potrebbe simboleggiare la perfezione di Dio e dall’altro l’assenza di modalità (caratteristiche comuni anche dal suo rivolto, la quarta giusta). Da questo primo motivo parola emerge un basso pulsante del pianoforte arricchito di sospiranti tremoli, accelerandi e aritmie che rappresentano un battito cardiaco sempre più enfatico al quale si sovrappone una sorta di corale luterano che canta “come mi batte il petto” interrotto da una tripla invocazione e dall’esclamazione: ’Oh! Dio’.

Questa prima atmosfera lascia spazio, progressivamente spegnendosi, ‘al primo splendore del sole’ che è rappresentato da un pannello cangiante nel quale una scala orientalizzata del pianoforte irradia l’ascesa del coro che in modo sempre più acceso canta le parole del testo.

L’ebrezza percepibile da ‘e come tu mi rapisci in alto, così in alto’ è rappresentata da un cambio dei contenuti armonici, intervallari e ritmici che vedono una linea melodica che progressivamente si spinge nell’acuto e nel forte come l’inizio Dio.

La parola “che” - che dal punto di vista linguistico è una congiunzione - nel brano trova ampio spazio in quanto è anche un interrogativo o una riflessione sulla parte di testo che seguirà; si tratta del tema della morte che nella composizione attraversa le seguenti tappe:

che io mi sento già morto (soli e tutti)’
io morto (un solista che attraverso il vibrato cerca di raccontare tutto il suo stato d’animo)
morto (tutti e a soli).

Non incontriamo ne un finale brioso ne un finale drammatico ma un evento che passa e che lascia ad ognuno la possibilità di fare la propria riflessione su quanto abbiamo letto ed ascoltato.

In questa composizione il testo, cantato integralmente da tutti i coristi, è protagonista e fondamentale per determinare forma e contenuti musicali. Le diverse atmosfere sonore vengono realizzate attraverso l’utilizzo di motivi parola - veri e propri madrigalismi -, contesti ritmici, risonanze, sfumature armoniche, relazioni intervallari e caratterizzazione di pannelli che contribuiscono ad amplificare il contenuto profondo ed altamente religioso della poesia.



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Ultimo aggiornamento 22 febbraio 2019