Concerto per violino in la maggiore D 96 (GT 1.A09)


Musica: Giuseppe Tartini (1692 - 1770)
  1. Allegro (la maggiore)
  2. Adagio (la minore) - Largo andante (mi maggiore)
  3. Presto (la maggiore)
Organico: violino solista, 2 violini, viola, basso continuo
Composizione: 1720 - 1770
Edizione: inedito
Guida all'ascolto (nota 1)

Prima di giungere a Venezia, Charles Burney si fermò a Padova, desideroso di vedere quella Chiesa di Sant'Antonio dove aveva operato uno dei più grandi violinisti dell'epoca, Giuseppe Tartini: "In questi ultimi anni il soggiorno del celebre compositore e violista ha reso questa città non meno famosa che nell'antichità per essere stata il luogo natale del grande storico Tito Livio. Tartini era morto pochi mesi prima del mio arrivo qui, e considerai questo evento una particolare sventura per me ed una perdita per tutto il mondo musicale. Era un grande maestro e avrei desiderato molto sentirlo suonare così come poter conversare con lui. Visitai la strada e la casa dove aveva vissuto, la chiesa e la tomba dove era stato sepolto; volli vedere il suo busto, il suo successore, il suo esecutore testamentario, ogni cosa, anche insignificante e banale, che potesse illuminarmi sulla sua vita e sul suo carattere. Mi interessai a tutto ciò con lo zelo del pellegrino alla Mecca" (C. Burney, Viaggio Musicale in Italia, 30 luglio-2 agosto 1770).

Tra i grandi compositori del Settecento strumentale italiano, Tartini incentrò la quasi totalità della sua produzione attorno al suo strumento d'elezione con ben 135 Concerti per violino e circa 200 Sonate per violino e basso continuo. Per scelta non si cimentò mai con il melodramma e con gli altri generi vocali nonostante numerose pressioni poiché, come lui stesso dichiarò nel 1739, "sono stato sollecitato a comporre per i teatri di Venezia, ma non l'ho voluto mai fare, sapendo bene che una gola non è un manico di violino".

La maggior parte della produzione tartiniana è ancora manoscritta e solo poche composizioni apparvero in edizioni a stampa dell'epoca fra cui quelle di Le Cène e Witvogel ad Amsterdam e quelle di Le Clerc a Parigi.

Considerando che Tartini abitualmente non riteneva importante datare i propri lavori, solo il posteriore studio stilistico complessivo ci consente oggi di tracciare una ipotesi di percorso cronologico compositivo all'interno del complesso corpus musicale del padovano.

Lo studioso Minos Dounias, a cui si deve l'attuale catalogazione dei Concerti, colloca la prima fase della produzione tartiniana fra il 1721 e il 1735 con lavori chiaramente riferiti al modello del Concerto Grosso di stampo corelliano: netta distinzione tra gli episodi del solo e quelli del tutti, funzione marginale del movimento lento centrale, presenza di interi movimenti in stile imitativo polifonico.

La forma predominante sarà invece quella tripartita (Allegro-Adagio-Allegro) resa sistematica da Vivaldi e dai compositori veneziani.

Il passaggio verso la "seconda maniera", che il Dounias fa iniziare intorno al 1735, sarebbe riscontrabile in una serie di Concerti caratterizzati da un impegno tecnico di inusitata difficoltà, dall'arditezza armonica, dall'ampiezza dei movimenti lenti e dal frequente ricorso a "motti" poetici cifrati. Pur senza significativi cambiamenti dal punto di vista formale, questi lavori sarebbero uniti stilisticamente da una scrittura strumentale di arduo virtuosismo ormai libera da ogni suggestione vivaldiana, e soprattutto da una ancor più accentuata ricerca espressiva dei movimenti lenti, destinati a divenire adesso il vero e proprio centro ideale della composizione.

A questa seconda fase appartengono alcune delle composizioni più note come il Concerto in sol maggiore D 78, il Concerto in do maggiore D 12 e il Concerto in la maggiore D 96.

I due tempi estremi - il primo Allegro col suo percorso armonico relativamente regolare e la felicità dell'invenzione melodica e l'ultimo Presto nel suo trascinante 3/8 - sono dei veri e propri gioielli di eleganza. La genesi del secondo movimento invece fu contraddistinta da un "ripensamento". Inizialmente Tartini scrive un Adagio in la minore, una pagina cantabile che lascia al solista ampia libertà di effondersi in una serie di fioriture e abbellimenti estemporanei. Non contento però di questo brano, pur di bellissima fattura, lo sostituì con un Largo Andante in mi maggiore a cui sottopose un "motto poetico": i versi "A rivi a fonti a fiumi correte amare lagrime, sin tanto che consumi l'acerbo mio doloro". Una struggente melodia affidata al violino e sostenuta solo da un semplice accompagnamento, riesce ad evocare con straordinaria espressività la suggestione testuale. Si tratta di uno dei momenti più alti dell'intera produzione tartiniana, una di quelle pagine che contribuirono a rendere il suo stile inconfondibile: e proprio questa sua ineguagliabile capacità di saper mescolare sapientemente liricità, pathos, virtuosismo, ricercatezze armoniche gli valse lo stimato giudizio di Burney: "dirò soltanto che come compositore fu uno dei pochi geni originali di questo secolo che soltanto in se stesso trovò la fonte della propria ispirazione".

Laura Pietrantoni


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 4 novembre 2005


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Ultimo aggiornamento 17 dicembre 2020