Dai Concerti grossi di Corelli deriva l'articolazione del concerto solistico tartiniano, sempre suddiviso in tre movimenti, due veloci che incorniciano uno lento centrale. La derivazione corelliana - di organizzazione ma soprattutto di linguaggio strumentale - è particolarmente evidente nelle opere che risalgono al primo periodo, se si accoglie la tripartizione cronologica stabilita dallo studioso greco Minos Dounias, autore del miglior studio sui concerti di Tartini. Dounias definisce lo "spiegamento degli elementi sonori" come caratterizzante la fase iniziale dell'opera tartiniana: un gusto lussureggiante per il virtuosismo strumentale quasi fine a se stesso trionfa negli episodi solistici, che sono di solito accompagnati soltanto dal basso continuo, in netto contrasto con gli episodi del Tutti, dove l'intero organico degli archi articola il materiale tematico che caratterizza il movimento. Chiare le derivazioni, ma altrettanto chiare le differenze con l'Opera Sesta di Corelli. Organico strumentale affidato esclusivamente agli archi; distinzione fra episodi affidati ai "Soli" ed episodi affidati al "Tutti" che ricalca la distinzione corelliana fra Concertino e Concerto grosso; periodare simmetrico nell'alternanza di questi due spessori sonori: queste le affinità del concerto tartiniano con il modello corelliano. L'esuberanza della parte solistica che predomina imperiosa su tutte le altre negli episodi solistici; il gusto per una differenziazione decisa degli episodi, nella cui alternanza prevale il principio del contrasto piuttosto che quello del logico "divenire": queste le caratteristiche fortemente individuanti già in questa fase iniziale della produzione tartiniana, quali si ritrovano ad esempio nel primo e nell'ultimo movimento del Concerto in mi minore D. 56. Ma la manifestazione più decisamente originale della fantasia tartiniana si ritrova nel movimento centrale di questo concerto, costruito su un cullante movimento in 12/8, e nel quale predomina assoluta la linea cantabile dello strumento solista. Qui veramente Tartini manifesta in maniera imperiosa l'originalità del suo stile: l'organizzazione dell'intero movimento non è più determinata dalla successione delle armonie che ne articolano la struttura, bensì dallo snodarsi della linea melodica del solista; lo strumento non viene più sfruttato a fini virtuosistici, bensì per rendere tutte le sottigliezze di una sinuosa melodia strumentale che trae le sue caratteristiche proprio dalla natura dello strumento per cui è stata concepita.