Un primo tentativo di porre la figura di Karol Szymanowski all'attenzione del grande pubblico si è avuto nel 2007, in occasione della celebrazione dei 70 anni della morte. Un impulso - destinato in gran parte alla conoscenza, prima ancora che a una "riscoperta" di un autore che per varie ragioni (è morto a soli 55 anni dopo una vita minata fin dall'infanzia dalla tubercolosi ossea) ha faticato a raggiungere la popolarità di molti suoi contemporanei - che si è tradotto in iniziative discografiche e concertistiche che hanno contribuito a rilanciare la sua opera, di per sé non vastissima, e che continua ancor oggi a dare i suoi frutti. Tra questi, ad esempio, la recente esecuzione a Roma dello Stabat Mater per soli, coro e orchestra (forse il suo capolavoro) con l'Orchestra e il Coro dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretti da Christoph Eschenbach lo scorso novembre.
Per l'originalità dell'impianto sono inoltre di grande interesse le quattro Sinfonie (di cui la Terza con voce solista e coro, la Quarta con pianoforte concertante) e anche i due Concerti per violino e orchestra hanno incontrato il favore di alcuni interpreti illuminati.
In ambito cameristico, sarebbe auspicabile una maggiore considerazione per i lavori pianistici, per l'opera liederistica e per i due Quartetti per archi. Hanno invece goduto di una discreta circolazione alcune pagine più strettamente violinistiche: in primis la sua versione di Tre Capricci di Paganini (n. 20, 27 e 24) che al virtuosismo funambolico dell'originale solistico affianca una parte pianistica di sorprendente complessità polifonica; quindi il trittico Miti, d'ispirazione neoclassica ma portatore di una scrittura violinistica assolutamente innovativa sia dal punto di vista tecnico che espressivo. Molti violinisti della nuova generazione, inoltre, hanno posto in evidenza nel loro repertorio la Sonata in re minore op. 9, un'opera giovanile del 1904 ascrivibile al periodo del suo primo soggiorno a Varsavia, dove si era recato per prendere lezioni di armonia con Marek Zavirski e di contrappunto con il compositore Zygmunt Noskowski.
Szymanowski arriva nella capitale polacca con addosso ancora l'entusiasmo per la scoperta di Wagner (il Lohengrin) e con all'attivo due Sonate per pianoforte e una Sonata per violino, poi andate perdute. Improntato soprattutto allo studio dei classici e dei romantici, l'apprendistato con Noskowski rivela al giovane compositore due importanti modelli stilistici che saranno alla base della Sonata in re minore: la Sonata "Regenlied" di Brahms e la Sonata in la maggiore di César Francie, entrambi per violino e pianoforte. Se sul piano formale Szymanowski riprende lo schema brahmsiano in tre movimenti, sono invece palesemente riconducibili a Franck l'ispirazione e la conformazione dei temi. Dalla celebre Sonata franckiana (che, come notò il compositore polacco, ha il merito di coniugare il rigore formale con "l'emozione che scaturisce dal fondo dell'animo") derivano ancora un certo uso del cromatismo, gli squarci rapsodici del violino e soprattutto il problema dell'equilibrio timbrico-sonoro fra i due strumenti, che Szymanowski risolve affidando al violino frasi ariose modellate su valori lunghi, sebbene animate da vibranti sussulti emotivi, e alla tastiera una scrittura che asseconda la ricchezza del discorso armonico, mai invasiva dei registri espressivi del solista.
Un arpeggio ascendente è il gesto generatore e ricorrente del primo movimento, un Allegro moderato connotato come "patetico", secondo l'indicazione in partitura, fondato (sulla lezione brahmsiana) su un'estrema chiarezza degli snodi di una forma-sonata che, limitando a poche battute la sezione deputata allo sviluppo, si alimenta quasi esclusivamente dei naturali contrasti tematici, tanto nell'esposizione quanto nella ripresa.
In pianissimo e "legatissimo" al pianoforte solo è affidata l'apertura dell'Andantino e tranquillo dolce con un motivo cui il registro acuto dona una consistenza vitrea e un'aura di sottile fragilità. Il violino si ritaglia quindi un'entrata solistica prolungando "quasi cadenza" uno spunto arpeggiato avviato dal pianoforte, per poi presentare il tema. Cuore di questo breve movimento è l'imprevisto Scherzando centrale, epifania di serenità tratteggiata con pizzicati e gradazioni dinamiche tenui, che condensa in poche battute l'essenza (e l'assenza) dello Scherzo mancante.
Analogo tentativo di ibridazione è il finale, Allegro molto quasi presto, che nella forma di rondò-sonata innesta un tema brillante platealmente ricalcato sullo Scherzo della Sonata F.A.E. di Brahms, notissima pagina del repertorio violinistico.
Cinque anni separano la composizione della Sonata in re minore dalla sua prima esecuzione che avvenne a Varsavia nell'aprile del 1909 con due giovani e promettenti interpreti polacchi, allora entrambi ventiduenni: Paul Kochanski al violino e Arthur Rubinstein al pianoforte.