Mity, op. 30

Tre poemi per violino e pianoforte

Musica: Karol Szymanowski (1882 - 1937)
  1. Zródlo Aretuzy (La fonte d'Aretusa) - Poco allegro
  2. Narcyz (Narciso) - Molto sostenuto
  3. Driady i Pan (Driadi e Pan) - Poco animato
Organico: violino, pianoforte
Composizione: 1915
Edizione: Universal Edition, Vienna, 1921
Dedica: Zofia Kochahska
Guida all'ascolto (nota 1)

Non sempre la biografìa di un autore aiuta a comprendere la sua opera. Talvolta, anzi, si acquisiscono informazioni inutili o persino fuorvianti nell'approccio a un brano. Nel caso dei Miti di Szymanowski, tuttavia, sembra invece interessante rammentare la storia personale del compositore e il contesto entro il quale nacque questo trittico - senza dubbio uno dei capolavori della musica da camera del primo Novecento, entrato a buon diritto nel repertorio di Heifetz, Menuhin, Thibaud, Szering e poi dei solisti delle generazioni successive.

Szymanowski era nato nel 1882 a Timosovka, in Polonia (oggi in Ucraina) all'interno di una famiglia di nobili e ricchi proprietari terrieri. Le arti erano di casa, così come la letteratura, soprattutto francese, secondo il gusto del tempo. Mentre la madre era una poetessa ben nota, la sorella Anna era pittrice e il padre suonava il violoncello e il pianoforte: fu lui infatti ad insegnare al giovane Karol i primi rudimenti di armonia e di tecnica pianistica, per poi affidarlo alle cure dello zio Gustav Neuhaus (parente anche del celebre pianista Heinrich Neuhaus, cugino di Szymanowski e più giovane di lui di qualche anno).

Per un ragazzino curioso quale era, viaggiare era imperativo e a tredici anni, all'Opera di Vienna, ascolta il Lohengrin di Wagner: ne viene folgorato al punto da voler esprimere la sua ammirazione in due Sonate per pianoforte e in una Sonata per violino, oggi perdute. Vista la sua spiccata attitudine musicale, il padre nel 1901 lo manda dunque a studiare presso il Conservatorio di Stato di Varsavia, dove riceve lezioni regolari di armonia e di contrappunto. La sua ispirazione viene coltivata, la sua mano corre veloce sul pentagramma ed è in questo suo primo periodo creativo, comunemente definito "romantico", che nasce la Sonata per violino e pianoforte op. 9. Brillante, colto e dotato di mezzi finanziari, Szymanowski però non si accontenta di frequentare l'ambiente musicale polacco (entro il quale peraltro fraternizza con tre personalità che lo sosterranno e gli saranno accanto per tutta la vita: il direttore e compositore Grzegorz Fitelberg, il pianista Arthur Rubinstein e il violinista Paul Kochanski, determinante per la nascita dei Miti); e dunque viaggia, per lunghi periodi, attraversando tutta l'Europa, il Nordafrica, il Medio Oriente e gli Stati Uniti. È grazie a questi viaggi, oltre che alla nuova passione per la musica di Debussy e Ravel, che matura in lui un nuovo e diverso orientamento estetico, di carattere impressionista, esplicitato nelle sue opere nel periodo 1910-1919 - quello nel quale nacquero i Miti. Poi Szymanowski si rivolgerà alla musica tradizionale polacca, sulla scorta di quanto fatto da Kodály e Janàček in Ungheria e in Moravia, e andrà in cerca delle radici musicali nazionali, traendone ispirazione per l'ultima fase della sua produzione.

Il compositore che nel 1915, a Zarudze, presso Kiev, compone Miti è dunque un coltissimo intellettuale di trentatre anni che trae ispirazione da tre miti greci (riportati anche da Ovidio nelle sue Metamorfosi) sentendoli parte viva del proprio bagaglio culturale e non certo motivo esteriore di ispirazione folkiorica. Per questo nella sua parafrasi musicale non ci sono né potrebbero esserci citazioni di musica greca o riferimenti sonori a mondi musicali comunque lontani nel tempo: si ascoltano in queste pagine gli echi del Mediterraneo, questo sì, ma risolti in giochi di luce ed effetti, pianistici e violinistici, perfettamente inseriti nel linguaggio impressionista che Szymanowski utilizzava in quegli anni.

Suoni armonici, frequenti portamenti minuziosamente indicati, effetti di strisciando sono alcuni dei mezzi tecnici che il compositore usa per realizzare questa partitura, aiutato dai suggerimenti violinistici di Paul Kochanski; ed è anche da questa nuova ricerca timbrica che nascono i passaggi più suggestivi del lavoro, quelli nei quali il ricchissimo florilegio armonico di quegli anni, teso nella costante ricerca di novità e alternative alla tradizione tonale, si sposa con la ricerca di suoni inediti.

Secondo la moda del tempo, sarebbe errato intendere Miti come musica a programma; è probabilmente più saggio immaginare il trittico come una serie di impressioni legate alle tre leggende della Grecia antica.

La fontana di Aretusa racconta le metamorfosi della esperide Aretusa che, inseguita dal cacciatore Alfeo, si rifugia sull'isola di Ortigia tramutandosi in sorgente, mentre l'uomo si trasforma in un fiume che, muovendo a ritroso, riuscirà a raggiungerla. Per Szymanowski il mito diventa uno spunto per costruire una partitura intensamente giocata su una sensazione di liquidità, di fluidità, raggiunta attraverso due tecniche precise. La prima consiste nel creare un percorso armonico che esclude ogni spigolo, facendo ricorso a una scala pentatonica e inventando su di essa una melodia per il violino che predilige seconde maggiori e tritoni, così da evitare ogni formula che evochi quelle cadenze e le relative sensazioni di conclusione sulle quali è stato costruito il grande repertorio da Monteverdi sino agli inizi del Novecento. Sono le modalità compositive usate da Debussy, da Ravel (si pensi ai suoi mirabili Jeux d'eau), qui utilizzate in modo efficacissimo, alle quali si aggiunge - ed è il secondo dato tecnico - un trattamento timbrico per il violino che, tra trilli, tremoli e glissandi, aggiunge un sapore quasi sovrannaturale. Una fitta trama di imitazioni e rimandi, di veri e propri inseguimenti a distanza ravvicinata, ricorda poi in modo ancora più preciso le vicende dei due personaggi, immergendo l'ascoltatore in un flusso potentemente evocativo.

Narciso, punito dagli dei per aver rifiutato malamente la ninfa Eco, venne sedotto dalla propria immagine riflessa nell'acqua di una fontana; quando comprese che si trattava di se stesso, si lasciò morire e al suo posto spuntò il fiore che da allora porta il suo nome. Il gioco di riflessi è risolto da Szymanowski con un artificio antico (un contrappunto a specchio tra la linea melodica del violino e la mano sinistra del pianoforte) unito a un uso di armonie che, al carattere indefinito e volutamente sospeso già ascoltato nel primo brano, aggiungono una ricercata tensione tra accordi classici e formulazioni nuove. Si generano così dei campi armonici che "spingono" in avanti, spostando di battuta in battuta la risoluzione naturale che l'orecchio cercherebbe e che non arriverà sino alla fine, quando un delicato arpeggio di suoni armonici del violino sembra alludere alla metamorfosi floreale.

Drìadi e Pan si ispira invece alle ninfe delle querce, che dimorano nelle foreste mentre Pan vi si aggira con il suo inseparabile flauto. Le prime sono evocate con trilli e scivolate che alludono al loro mormorare, mentre Pan suggerisce al violino brevi e veloci frasi a mo' di zufolo. Il gioco dell'inseguimento e del nascondersi ritorna anche in questo terzo numero, dove però in luogo della fluidità continua ed impalpabile si ascoltano movimenti, scatti, rincorse, organizzati lungo una drammaturgia quasi coreografica: il montaggio serrato in questo finale dà dunque forza alle immagini e, se prima si era avvolti da atmosfere eteree e sospese, ora ci si trova invece a seguire in presa diretta i rapidi spostamenti dei protagonisti.

Nicola Campogrande


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 8 aprile 2011


I testi riportati in questa pagina sono tratti, prevalentemente, da programmi di sala di concerti e sono di proprietà delle Istituzioni o degli Editori riportati in calce alle note.
Ogni successiva diffusione può essere fatta solo previa autorizzazione da richiedere direttamente agli aventi diritto.


Ultimo aggiornamento 29 marzo 2019