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Vier
letzte Lieder
(Quattro ultimi canti) per
soprano e orchestra
Musica: Richard Strauss Testo: Hermann Hesse i numeri 1, 2 e 3, Joseph von Eichendorff il numero 4
Composizione: Garmisch, 12 Aprile 1945 Prima esecuzione: Londra, 22 Maggio 1950 Edizione: Boosey & Hawkes, Londra, 1950 Dedica: Dr. Willi Schuh und Frau Guida
all'ascolto (nota
1)
Strauss nel 1946 vinse l'angoscia e si rimise al lavoro, con la disciplina di sempre. Ma lavorava per sé non più per il mondo. I suoi di quel tempo sono lavori strumentali di sapienza, grazia e trasparenza superiori (nel 1945-46 la Sonatina per 16 fiati, come quella del '43, significativamente intitolata stavolta Fröhliche Werkstatt, "La bottega allegra", nel 1946 il Concerto per oboe, nel 19417 il bellissimo Duetto-Concertino per clarinetto e fagotto con archi e arpa). Sono limpide meditazioni sulla classicità, elegantemente manieristiche, cortesie reverenti a Haydn e a Mozart (libere affatto da ogni sospetto di imitazione o parodia), segni sereni di pacificazione. Ma Strauss pensava anche ad altro, a ciò che aveva abbandonato, al lirismo poetico della voce umana, a cui non aveva detto ancora addio. L'addio, egli alla fine lo pronunciò, ascendendo alla vetta dell'arte, come aveva fatto tante volte in passato, con i Vier letzte Lieder (Quattro ultimi canti). Il titolo non è di Strauss, che forse non aveva neppure pensato di farne un ciclo, è invece di Ernest Roth, funzionario della casa editrice Boosey and Hawks, il quale fissò anche l'ordine, preferibile almeno in concerto, dei quattro Lieder - ordine che non è quello cronologico della composizione. In quegli anni appartati e difficili Strauss, gran lettore per antica abitudine, leggeva molto, più di quanto avesse mai fatto. Nel 1946 lesse, o rilesse dopo decenni, la poesia Im Abendrot (Al tramonto) del poeta romantico Joseph von Eichendorff (1788-1857). Di lui aveva musicato in passato, nel 1927, quattro poesie del ciclo Die Tageszeiten per coro maschile e orchestra e mai più altro (veramente tra le opere della fanciullezza non pubblicate ci sono alcune composizioni su versi di Eichendorff, anche queste per coro). Alla fine del 1945 Strauss con la moglie aveva lasciato la Germania rifugiandosi in Svizzera. Della delusione e delle amare difficoltà di quegli anni ho detto. La bella poesia di Eichendorff trasfigurava in una superiore serenità l'afflizione del vecchio genio stanco, ma cantava anche il consolante valore dell'amore fedele in prossimità della morte: «Siamo passati tra pena e letizia, insieme, la mano nella mano, ora ci riposiamo dal cammino, in una terra tranquilla. Intorno si oscurano le valli, già l'aria si fa buia [...] O ampia, immobile pace! Così profonda nel tramonto! Siamo tanto stanchi del cammino: questa è forse la morte?» Strauss stese subito un abbozzo del Lied, alla fine del 1946, poi accantonò il lavoro. Visto lo stupendo risultato di poi, vorremmo dire che egli abbia lasciato crescere e maturare in sé l'emozione creativa accesa da quelle parole che egli voleva fossero le ultime. Passò circa un anno, poi il 6 maggio 1948, a Montreux, egli concluse la strumentazione del suo Lied crepuscolare. E riprese le sue letture, irrequieto e scontento. Qui segue un aneddoto incantevole. Il figlio, Franz Strauss, temeva l'inattività del padre, che poteva segnare un declino, e qualche volta l'esortava a interrompere tutte quelle letture e a riprendere la composizione. Strauss in silenzio non gradiva le sollecitazioni. Un giorno Franz passò al padre la raccolta di poesie di Hermann Hesse, uscita da poco. Il 20 giugno 1948 Strauss stese il primo abbozzo di Frühling, concluso neppure un mese dopo, il 18 luglio. In rapida successione, come spinto da necessità interiore, creò Beim Schlafengehen e September: terminò l'una il 4 agosto, il 14 agosto l'abbozzo della seconda e il 20 settembre la versione definitiva. Le ultime parole che egli intonò, in uno struggente colore autunnale dell'orchestra, sono: "E lentamente chiude i suoi occhi stanchi" (certamente pensò a sé: il testo di Hesse, infatti, parla di "grandi occhi stanchi" e Strauss soppresse il primo aggettivo, inappropriato al lirismo autobiografico). E una sera egli, memore del rimprovero di qualche mese prima, consegnò il manoscritto dei tre capolavori sublimi alla carissima nuora, la signora Alice Strauss, dicendo con affettuosa ironia di darli a Franz: questo era ciò che il vecchio padre aveva saputo fare! Come si è detto, non sappiamo se Strauss abbia mai deciso di fare dei quattro Lieder un ciclo, un'unità poetico-musicale (anzi, la differenza nell'organico orchestrale tra il primo Lied e gli altri tre farebbe pensare il contrario). Ma l'unità esiste e tutti la percepiamo - è l'unità di un'idea superiore sulla vita, di un sentimento della condizione umana presso il confine. Che si può dire ancora del capolavoro celeberrimo, ormai amato da tutti? (Ma non sembrano lontani gli anni, in verità ormai remoti, in cui queste liriche incomparabili erano giudicate con sufficienza: c'è ancora chi ricorda bene la sua intensa commozione alla prima esecuzione italiana, a Roma, dei Vier letzte Lieder, e il suo stupore nel sentire i molti giudizi di chi si dichiarava deluso o indifferente a questa musica antiquata). Al momento dell'addio il grande artista compie, con
semplice solennità e con pathos profondo e discreto, un rito
della memoria - della sua memoria di uomo e di musicista e della
memoria di tutti gli uomini degni. L'espressione autobiografica,
impulso produttivo dell'arte di Strauss, ora compiutamente si trasforma
in solidale, fraterna commozione dei rimpianti, e delle speranze. Un
tale dominio della bellezza pura e luminosa riscatta ogni dolore e
riscatta la morte. Ciò che è stato, dice commosso
il poeta-musicista, è stato bene - e sarà bene
per sempre. Ogni pensiero, ricordo, affetto (il Lied romantico,
l'opera, Mozart eWagner, la voce femminile, l'arte del contrappunto, le
immagini delle persone amate, il padre, la moglie Pauline, Elisabeth
Schumann, Maria Jeritza...), i Naturlaute,
le voci della natura - tutto è trasfigurato in un raggiante
incanto sonoro, che ha pochi, pochissimi confronti nella nostra musica.
Chi ascolta e sa ricordare e commuoversi, è soggiogato da
tale bellezza, da tale glorificazione del passato, perché
essa è sobria, necessaria, definitiva. Sì che in
essa il brivido della primavera, la malinconia dell'autunno, il
tramonto, la notte, il presagio della morte, tutte le metafore
esistenziali del sentimento romantico ci suonano oggi come una metafora
assoluta della nostra civiltà. Franco Serpa
(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia, Roma, Auditorium Parco della Musica, 27 Marzo 2004, direttore Pinchas Steinberg, soprano Christine Brewer |
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