San Giovanni Battista, G 3-3

Oratorio in due parti

Musica: Alessandro Stradella (1643 - 1682)
Testo: Ansaldo Ansaldi

Ruoli: Organico: concertino (2 violini, basso continuo), concerto grosso (violino, 2 viole, basso continuo)
Composizione: 1675
Prima esecuzione: Roma, S. Giovanni dei Fiorentini, 31 marzo 1675
Guida all'ascolto (nota 1)

Alessandro Stradella è uno dei musicisti italiani secenteschi che, per la sua vita avventurosa e romantica, oltre che per lo spirito innovatore della sua arte, è in modo particolare tenuto d'occhio dalla critica e dalla storiografia musicale contemporanea.

Riconosciutigli tutti quei meriti che gli spettano e che i contemporanei gli riconobbero con valutazione critica (il che non è davvero frequente nel Settecento e nemmeno nella prima parte dell'Ottocento); studiata la musica che, in quantità considerevole, è riuscita a giungere a noi; proclamato ufficialmente padre del «concerto grosso», cioè primo assertore dei contrasti di volume (il «concerto grosso» in opposizione al «concertino») nelle forme strumentali; lo Stradella può essere classificato, con tutta serenità, musicista di prima grandezza del nostro Seicento. Numerose e precise intuizioni nel campo della forma e degli spiriti della musica strumentale, fanno in lui un vero innovatore. Di fronte al suo nome i più grandi del Settecento s'inchinarono: da Corelli a G. S. Bach, da Vivaldi a padre G. B. Martini. L'Ottocento lo ammirò non solo per la forza, la gentilezza e la genialità delle sue musiche, ma per la sua vita, movimentata e tragica, che, sotto vari aspetti, ricordava quella di tanti eroi, da Don Giovanni a Cagliostro, passati alla storia e per le loro stesse imprese e per i capolavori che ispirarono. E Stradella stesso fu oggetto di drammi teatrali per musica: opere a lui intitolate furono scritte da Luigi Niedermeyer (1837), da Federico Flotow (1837), da Adolfo Schimon (1846) e Vincenzo Moscuzza (1848).

Stradella vive ed opera nella seconda metà del XVII secolo. Produce in abbondanza, ma disordinatamente. Gode di numerose amicizie, ma si fa altrettante inimicizie che degenerano in odio. Le prime lo esaltano, come musicista, gli danno appoggio e lavoro, lo proteggono come uomo. Le seconde gli giurano implacabile vendetta, lo inseguono per l'Italia, lo fanno braccare da bravi, lo pugnalano una volta e sopravvive: lo colpiscono una seconda volta e ci lascia la vita. Siamo nel 1682, a Genova.

Se i documenti che erano in nostro possesso ci hanno consentito, sino a questo punto, di ricostruire con una certa attendibilità (specie per gli ultimi anni) la vita di Stradella; oggi, che il sottoscritto è riuscito a rintracciare documenti di impressionante drammaticità, lo Stradella appare sempre più di pochissimi scrupoli, di carattere volubile, ma prepotente, un «coureur» impenitente, pronto, per il bel sesso, a tradire amicizie, e disconoscere protezioni e legarsi con gente della peggior risma. Nei documenti testé ritrovati nell'Archivio di Stato di Genova (e che stanno per essere pubblicati in un volume dedicato alla musica a Genova attraverso i secoli) le «proposizioni» della pubblica voce (i biglietti di calice) parlano spietatamente. Non solo: si ritrovano tutti gli elementi di un sensazionale processo che fu solo imbastito ma che fu poi messo a tacere, essendo implicati nella triste vicenda i più illustri nomi dell'aristocrazia genovese. Ma che successe, dunque?

Stradella — rifacciamo in brevi linee la sua vita — trovandosi a Venezia nel 1677, insegna musica a una protetta di un Contarini: dopo qualche lezione, il musicista fugge con la giovane. Il Contarini lo fa inseguire sino a Torino e qui, due bravi da lui "assoldati, lo pugnalano. Ferito lievemente, sopravvive; appena è in grado di farlo, lascia Torino diventato per lui troppo pericolosa (i due bravi s'erano rifugiati, assolutamente impuniti, presso l'ambasciatore francese), e si reca a Genova dove trova la munifica protezione di Anton Giulio Brignole Sale, uomo di mondo e di lettere, scrittore di cose teatrali. Siamo nel 1678. Stradella a Genova si sente, sicuro. Lavora per i teatri genovesi: La forza dell'amor paterno nel 1678 al Falcone; nello stesso teatro, nel 1679, Le gare dell'amor heroico (nuovo accertamento); 1681, il Barcheggio, serenata epitalamica (per nozze Spinola-Brignole Sale), dà lezioni insieme a Carlo Ambrogio Lonati, eccellente violinista. Ben presto, rimarginate le ferite, scompare la paura che non gli è servita nemmeno da insegnamento e da avvertimento. Frequenta le case dei nobili; e proprio frequentando la casa dei Lomellini, s'innamorò di una delle donne della illustre casata, suscitando il risentimento dei fratelli (o cognati). In tre, Giovan Battista, Antoniotto, prete, e Domenico, assoldarono un «forestiero di Alessandria» e lo fecero pugnalare in Piazza Banchi, la notte dal 1° al 2 marzo 1682.

Ciò narrato, ciascuno ammetterà che ce n'è a sufficienza per alimentare la fantasia e la vena narrativa del più sensibile e romantico Ottocento. Ma anche oggi la vicenda dello Stradella ha un suo fascino; tanto più oggi, che si suole giudicare, di un'artista, la vita nell'opera e viceversa.

Molte le leggende, le dicerìe, naturalmente, e le fatue invenzioni: l'accaduto si prestava particolarmente a tutto ciò. E si disse persino che un giorno, dopo il primo ferimento, i bravi riuscirono a sorprendere Stradella in una chiesa, pronti a toglierlo di mezzo definitivamente, questa volta; ma furono impediti, nel menar la pugnalata, da una forza inspiegabile, in loro nata dalla magnificenza della musica che si stava eseguendo in quel momento. Per l'appunto era l'oratorio S. Giovan Battista.

È questa, una musica che non pretende speciali preparazioni estetiche ed elucubrate iniziazioni critiche. E musica che si definisce chiaramenle per sè stessa: viva, calda e sensuale, che si lascia afferrare e plasmare dalle nostre sensibilità, di qualunque grado e tensione. Nessuno può sfuggire a questo grande fascino dello Stradella. Il S. Giovan Battista, in questo senso, conquista come poca altra musica del Seicento e dello stesso Stradella. Musica nata da un uomo che vuol essere essenzialmente uomo nel narrare e nel descrivere; che, ricorre alla confessione per mezzo della sua musica come a un atto di grande fede e di grande amore.

Tutto qui, il S. Giovan Battista. Quanto alla sua forma, potremo dire che l'oratorio è diviso in due parti; che è per soli, coro e orchestra; che reca i seguenti personaggi: Il Santo (mezzo soprano), Erodiade (soprano), Erode (basso), il Consigliere (tenore), la Madre di Erodiade (soprano). Recitativi, arie, cori, introduduzioni strumentali, quasi tutti a forma chiusa, duetti, ecc.; una dose perfetta, una misura sorprendente nella successione e nell'impiego di tutto questo, sì che la preoccupazione della forma non sopravvince in alcun luogo, lasciando libero adito, e assoluta affermazione, all'affluire delle emozioni del narratore e dell'evocatore. E un vero e proprio dramma, reso più concentrato ed efficace dalla forma stessa dell'oratorio.

Remo Giazotto


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Teatro Argentina, 13 dicembre 1950


I testi riportati in questa pagina sono tratti, prevalentemente, da programmi di sala di concerti e sono di proprietà delle Istituzioni o degli Editori riportati in calce alle note.
Ogni successiva diffusione può essere fatta solo previa autorizzazione da richiedere direttamente agli aventi diritto.


Ultimo aggiornamento 7 settembre 2023