Preceduta da I brandeburghesi in Boemia, l'opera che inaugurò nel 1866 il "Nuovo Teatro Provvisorio", edificato sulla spinta del movimento nazionalistico boemo (e con esso la storia del melodramma céco), La sposa venduta, anch'essa rappresentata per la prima volta nel 1866, è la più celebre delle otto opere che costituiscono il catalogo teatrale di Bedřich Smetana. Trattasi di un'opera buffa a tutti gli effetti (la storia esemplare di una coppia di contadini di un villaggio rurale boemo che corona il proprio sogno d'amore nonostante l'opposizione della famiglia di lei), strutturata in due atti nella versione originale coi dialoghi recitati e in tre nella versione interamente musicata del 1874, che l'autore approntò in vista della prima messinscena fuori dai confini nazionali. In quest'ultima versione Smetana aggiunse diverse danze (una Polka, un Furiant, la cosiddetta Danza dei commedianti) che insieme con l'Ouverture, già presente nella versione primitiva, formano gli estratti dell'opera più spesso eseguiti nelle sale da concerto, potendosi rintracciare in essi quella fresca e schietta vena popolare che rappresenta il maggior pregio della scrittura smetaniana.
L'Ouverture, in particolare, si distingue per una piacevolezza tutta sua. È un brano vergato in un "furibondo" tempo Vivacissimo - sotto un metronomo che mette a dura prova l'agilità delle file orchestrali - e dotato di una freschezza gaia e ridente, che ricorderebbe il Donizetti di Elisir d'amore e Linda di Chamounix, non fosse che vi mancano quelle venature patetiche immancabili nelle partiture del bergamasco. Il brano è strutturato in forma ternaria ABA' con un'ampia coda conclusiva. La sezione iniziale e la ripresa sono organizzate in forma di fugato, con un soggetto talmente rapido che la dinamica delle diverse entrate trasforma in una sorta di parossistico moto perpetuo. La sezione centrale presenta invece un episodio più cantabile, in cui il ritmo ossessivo della sezione precedente lascia il posto a un festoso spunto tematico, quanto mai solare e affermativo. Quest'ultimo, insieme con altri materiali appena accennati - gli stessi che ricompariranno nell'opera - si riascolta ancora, infine, nella coda.
Enrico Girardi