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Trio per pianoforte n. 2
in mi minore, op. 67
Musica: Dmitri Shostakovich
Composizione: Ivanovo, 13 Agosto 1944 Prima esecuzione: Leningrado, Sala grande della Filarmonica, 14 Novembre 1944 Dedica: alla memoria di Ivan Ivanovich Sollertinsky Guida
all'ascolto 1 (nota
1)
Sostakovic, si sa, non ebbe rapporti facili e tranquilli con il potere politico in Unione Sovietica e in più di una occasione i responsabili delle questioni ideologiche e culturali del suo paese intervennero per scomunicare o per lo meno censurare alcune composizioni dell'illustre musicista, costretto a volte ad umilianti ritrattazioni, in cui era evidente la preoccupazione dell'artista di difendere le proprie scelte linguistiche e tecniche. Si può dire che quattro furono i casi nei quali Sostakovic rimase impigliato tra le maglie della censura ufficiale sovietica. Una prima volta dopo la rappresentazione dell'opera Il Naso, avvenuta a Leningrado il 12 gennaio 1930 e accolta con diffidenza e irritazione dal regime staliniano per quella carica di anticonformismo e di avanguardismo che caratterizza questa partitura, ricca di umori satirici e di sberleffi timbrici e ritmici, molto vicini alla musica gestuale intuita dalla coppia Brecht-Weill. La seconda scomunica avvenne nel 1936 a causa dell'opera Lady Macbeth di Mzensk, rifatta poi con il nuovo titolo di Katerina Izmajlova e aspramente criticata per il suo «formalismo estraneo all'arte sovietica». Poi, nel 1945 le vivaci dissonanze racchiuse nella Nona sinfonia non mancarono di suscitare reazioni e osservazioni non troppo benevole verso l'autore. Infine, ma in modo più sfumato e non ufficiale, nel 1963 fu rimproverato al musicista di aver fatto ricorso nella Tredicesima sinfonia alle poesie di Evtusenko, sollevando artificiosamente «la cosiddetta questione ebraica» (infatti, nell'ultima delle cinque poesie si rievoca l'assassinio nel 1941 da parte dei nazisti di settantacinquemila ebrei a Babyi Yar, presso Kiev). Naturalmente, al di là delle polemiche e delle discussioni sulla complessa personalità di questo musicista, resta il fatto che in Sostakovic, specie in quello cameristico, non si è mai verificato un netto diaframma fra il tipo di linguaggio scelto e la spontaneità dei sentimenti espressi secondo le fondamentali leggi della tonalità. In tal senso il Trio op. 67, scritto nel 1944, in un periodo particolarmente drammatico della storia sovietica, è indicativo della natura schiettamente umana dell'artista, aperto ai problemi del nostro tempo e preoccupato di comunicare un messaggio comprensibile a tutti. Sotto questo aspetto va sottolineato come Sostakovic, dopo il disgelo politico e culturale post-staliniano, abbia sollecitato i giovani compositori del suo paese a conoscere «le correnti che sono di moda nella musica contemporanea europea per poter combattere con maggior successo contro ogni illusoria tentazione della novità ad ogni costo». Il Trio inizia con un Andante di impianto melodico di piacevole musicalità, mentre il secondo tempo ha un andamento estrosamente ritmico e caratterizzato da idee di accattivante freschezza inventiva. Il Largo, forse il momento più intensamente felice della composizione, è contrassegnato da un lirismo introspettivo e meditativo, affiorante spesso nella poetica del migliore Sostakovic. Il Trio si conclude in un brillante gioco di chiaroscuri e tra slanci di allegre e fosforescenti sonorità. Ennio Melchiorre (1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia, Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 28 giugno 1991 |
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aggiornamento 19 ottobre 2011
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