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Quartetto per archi n. 3
in la maggiore, op. 41 n. 3

Musica: Robert Schumann
  1. Andante espressivo, Allegro molto moderato (fa diesis minore)
  2. Assai aditato (fa diesis minore)
  3. Adagio molto (re maggiore)
  4. Finale. Allegro molto vivace (la maggiore). Quasi Trio (fa maggiore)
Organico: 2 violini, viola, violoncello
Composizione: Lipsia, 8 luglio - 23 luglio 1842
Prima esecuzione privata: Lipsia, residenza di Schumann, 13 settembre 1842
Edizione: Breitkopf & Härtel, Lipsia, 1843
Dedica: Felix Mendelssohn

Guida all'ascolto (nota 1)

L'interesse di Schumann per il quartetto d'archi, una delle forme più nobili della tradizione classica, doveva essere ben vivo già nel 1838, quando aveva dato avvio ai Quartettmorgen (mattinate quartettistiche) nella sua casa di Lipsia. Vi si riuniva il quartetto di Ferdinand David, che eseguiva di preferenza il repertorio più recente, al quale Schumann era particolarmente interessato. Furono soprattutto i quartetti dell'op. 44 di Mendelssohn a fargli grande impressione e ad accendere il suo entusiasmo. I punti di riferimento, per i compositori di quella generazione, erano ovviamente i quartetti di Beethoven; ma Schumann, che pensava da tempo di provare a scrivere quartetti, studiava con cura anche le composizioni dei suoi classici predecessori. Così, se nel primo quartetto dell'op. 41 di Schumann l'influenza dell'ultimo Beethoven è evidentissima (oltre a reminiscenze stilistiche, vi si trovano allusioni vere e proprie a temi beethoveniani), altrove non è meno palese la lezione di Haydn e Mozart.

Nei quartetti di Schumann i tratti personali, tuttavia, emergono con assoluta chiarezza. Nella forma, innanzitutto: Schumann, diversamente dall'ultimo Beethoven, procede per sezioni formali chiuse, per episodi contrastanti e ben distinti e assimilabili a «situazioni poetiche», a tappe di una narrazione; i collegamenti avvengono per giustapposizione, senza zone di transizione. Ma tra un episodio e l'altro, Schumann ama tessere una rete di reminiscenze motiviche; nel terzo Quartetto dell'op. 41, ad esempio, il tema principale del primo movimento sembra scaturire dall'introduzione che ne presenta una versione ancora embrionale. Tratti individuali, e inconfondibili, si riscontrano anche nei temi schumanniani, asimmetrici, dal ritmo complesso, ricchi di sincopi e di spostamenti dell'accento naturale. Si ascoltino i motivi dell'appassionato tema principale dal caratteristico slancio romantico, o la cantabilità intimistica del secondo tema. Lo Sviluppo non è che una breve sezione, interamente basata sul primo motivo del tema principale. Schumann, che non è tanto interessato all'elaborazione motivica quanto alla riambientazione armonica del tema, procede per progressioni che ampliano lo spazio tonale. Il ruolo concesso al primo tema nello Sviluppo fa sì che esso scompaia dalla Ripresa che ha inizio direttamente dal secondo tema: è, questo, un principio di concentrazione formale che Schumann apprende dai classici.

Il secondo movimento del Quartetto (Assai agitato) ha un andamento simile allo Scherzo; ma dello Scherzo non porta il nome, né ne riflette l'impianto formale. Il movimento è invece in forma di tema con variazioni. Una scelta inconsueta, se consideriamo che le variazioni, all'epoca, sono il mezzo preferito dai musicisti che si esibiscono nei salotti mondani e nelle sale da concerto per fare sfoggio di un virtuosismo brillante quanto superficiale (con questo mondo, sappiamo bene quanto Schumann sia poco indulgente). Ma la scelta appare meno sorprendente, se consideriamo che Beethoven - nume tutelare della generazione romantica - aveva ben mostrato come la variazione su un tema potesse servire a sviscerare a fondo la materia musicale, invitando il compositore a spingersi fino nei territori più sconosciuti dell'elaborazione tematica. E appare ancora meno strana, se consideriamo quanto questa forma sia congeniale alla poetica di Schumann, che ama contrapporre episodi contrastanti assimilandoli a stadi di un percorso narrativo: ogni variazione può dunque mettere in luce un aspetto diverso, per carattere, del materiale musicale preso a fondamento della composizione.

Altamente ispirato, l'Adagio molto è in forma-Lied ampliata: a una prima parte, ripetuta in forma variata, se ne contrappone una contrastante; seguono riprese in zone tonali affini e la ripetizione, nella tonalità fondamentale, della prima parte, con coda conclusiva. Particolarmente suggestiva è la parte centrale, nella quale un ritmo ostinato del secondo violino fa da supporto a brevi frammenti melodici, che gli altri archi si rilanciano in un intreccio contrappuntistico continuamente cangiante.

Contorni formali altrettanto netti presenta il Finale (Allegro molto vivace): si tratta di un rondò, in cui un ritornello torna periodicamente a incorniciare episodi contrastanti. L'architettura, cristallina, è ben definita da cesure che segnano bruschi cambi d'atmosfera. Il cambiamento più radicale è portato dal terzo episodio (Quasi Trio), più ampio, caratterizzato da una grazia quasi rococò; ma la coesione generale del movimento è assicurata da un forte e unitario impulso ritmico, dagli accenti sincopati, dallo slancio propulsivo delle figure che non allentano la tensione.

Claudio Toscani


(1) Testo tratto dal libretto inserito nel CD allegato al n. 151 della rivista Amadeus

Ultimo aggiornamento 27 gennaio 2012


Questo testo scritto da Terenzio Sacchi Lodispoto è di proprietà di © LA MUSICA FATTA IN CASA che ne autorizza l'uso, ed è stato prelevato sul sito htpp://www.flaminioonline.it