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Sonata per
pianoforte n. 23
in si bemolle maggiore, D. 960
Musica: Franz Schubert
Composizione: Vienna, 26 Settembre 1828 Prima esecuzione: Vienna, residenza del Dr.Ignaz Menz, 27 Settembre 1828 Edizione: Diabelli, Vienna, 1839 Guida
all'ascolto (nota
1)
Nato e cresciuto a Vienna - la città di Haydn, Mozart e Beethoven - Franz Schubert sente ancor più forte, rispetto a Chopin, Schumann, Mendelssohn e Liszt che stanno per esplodere sulla scena musicale europea, il peso schiacciante di quella tradizione musicale. Pur essendo di quasi trent'anni più giovane rispetto a Beethoven gli sopravvive di appena un anno e mezzo, morendo nel 1828 a soli trentun anni. Eppure, nonostante questa vicinanza geografica e cronologica (o forse proprio anche grazie ad essa), fin da giovanissimo Schubert dimostra una totale autonomia stilistica rispetto al modello beethoveniano. Oltretutto Schubert, a differenza di Beethoven, ma anche dei quattro grandi romantici e perfino di Mozart, non è un pianista concertista, non usa il pianoforte e le sue proprie composizioni pianistiche per affermarsi nei salotti e nelle sale da concerto, come dimostra anche il fatto che egli non compone alcun Concerto per pianoforte e orchestra, genere che dall'epoca di Mozart a quella del giovane Chopin è stato il genere per antonomasia del pianista-compositore. Schubert invece si esibisce al pianoforte prevalentemente per accompagnare le sue centinaia di Lieder e anche se abbiamo diverse testimonianze della grande espressività del suo tocco, la sua tecnica non è paragonabile a quella della generazione di virtuosi che si va affermando in Europa intorno alla metà degli anni Venti. Comunque non si deve pensare che questo Schubert non-pianista abbia avuto con la Sonata per pianoforte un rapporto sporadico: sono almeno una ventina le Sonate cui lavora nei quattordici anni compresi tra il 1815 e il 1828, anche se alcune, proprio come avviene anche nelle sue Sinfonie e nei suoi Quartetti per archi, restano solo allo stadio di frammento. Ma nella Vienna di Beethoven, Schubert fatica ad affermarsi, se non parzialmente come autore di Lieder, e le sue Sonate per pianoforte vanno incontro a un clamoroso insuccesso editoriale: durante la sua breve vita riesce a pubblicarne solamente tre, mentre Beethoven ne scrive trentadue e le pubblica tutte. Quando nella primavera del 1825 propone la Sonata in la minore D. 845 all'editore Hüther, questi gli offre di pubblicarla al «prezzo più basso possibile» perché opera di un «principiante»; in realtà quel «principiante» ha scritto già circa ottocento composizioni pubblicandone una quarantina, ma in effetti non lo conosce quasi nessuno. Nel settembre del 1828, due mesi prima della morte, in un unico slancio creativo paragonabile a quello con cui Mozart nell'estate del 1788 ha dato vita alle sue ultime tre Sinfonie, Schubert porta a termine tre grandi Sonate per pianoforte: la Sonata in do minore D. 958, la Sonata in la maggiore D. 959 e la Sonata in si bemolle maggiore D. 960, accomunate dalle ampie dimensioni, dalla struttura in quattro movimenti, dalla totale rinuncia a ogni tratto esteriore e magniloquente in favore di un frequente ricorso a toni liederistici, dall'intenso sfruttamento del registro medio-grave della tastiera, dalla completa emancipazione dal modello beethoveniano. La Sonata in si bemolle maggiore D. 960, ultima della triade e dell'intera produzione schubertiana, viene terminata il 26 settembre del 1828 ed eseguita in pubblico per la prima volta già il giorno dopo, nel corso di una straordinaria serata musicale in casa del dottor Ignaz Menz in cui Schubert probabilmente esegue per gli amici anche le altre due Sonate gemelle e accompagna il barone von Schönstein in alcuni Lieder tratti dalla Winterreise. Cinque giorni dopo, scrive all'editore Probst per offrirgli le sue opere più recenti: «Ho composto, tra l'altro, tre Sonate per pianoforte solo, che mi piacerebbe dedicare a Hummel. Ho pure composto alcune canzoni su testi di Heine di Amburgo, che qui sono piaciute in modo straordinario, ed infine un Quintetto per due violini, una viola e due violoncelli. Ho già eseguito le Sonate in alcuni posti, ricevendo molti applausi, ma il Quintetto sarà provato solo prossimamente. Se qualcuna di queste composizioni Le conviene me lo faccia sapere». Evidentemente nessuno di quei lavori conviene a Probst, così come in quello stesso periodo all'editore Schott di Magonza non convengono né il Quintetto in do maggiore, né i 4 Impromptus D. 935, giudicati «troppo difficili per essere delle bagatelle». Le parole con cui si conclude la lettera di Schott dimostrano che l'esperto editore riconosce il talento di Schubert, ma individua perfettamente i motivi che in quel momento non rendono vendibile la sua musica: «Se le capita di comporre qualcosa di meno difficile e nello stesso tempo brillante, possibilmente in una tonalità più facile, la prego vivamente di volermela inviare senz'altro». Poco più di un mese dopo aver scritto a Probst, il 19 novembre del 1828, Schubert muore, appena trentunenne; qualche giorno dopo suo fratello Ferdinand offre le tre Sonate per pianoforte a Tobias Haslinger per settanta fiorini l'una, una somma molto bassa per lavori di quel genere, ma senza successo. Bisogna attendere il 1838 perché vengano infine pubblicate dall'editore Diabelli che decide di dedicarle, essendo Hummel nel frattempo morto da un anno, a Robert Schumann, da sempre entusiasta assertore della genialità di Schubert sulle pagine della sua rivista. Poco tempo dopo, sulla «Neue Zeitschrift für Musik», appare la recensione di Schumann, come sempre acutissima, che definisce le tre ultime Sonate di Schubert «notevoli, ma in un senso diverso dalle altre». Particolarmente illuminanti le parole scritte proprio a proposito della Sonata in si bemolle maggiore: «mentre in genere egli chiede tanto allo strumento, qui rinuncia volontariamente ad ogni novità brillante ed arriva ad una semplicità di invenzione ben più grande: altrove egli intreccia nuovi legami di episodio in episodio, qui invece distende e dipana alcune idee musicali generali. Così la composizione scorre mormorando di pagina in pagina, sempre lirica, senza mai pensiero per ciò che verrà, come se non dovesse mai arrivare alla fine, interrotta soltanto qua e là da fremiti più violenti che tuttavia si spengono rapidamente». II primo tempo della Sonata in si bemolle maggiore (Molto moderato) è per l'appunto una di quelle straordinarie pagine schubertiane in cui si perde completamente la nozione dello scorrere del tempo per entrare in una dimensione al di là e al di sopra del concreto e del tangibile. La stringente logica beethoveniana, la necessità quasi ineluttabile di ogni gesto musicale del maestro di Bonn vengono ancora una volta totalmente negate da Schubert in favore di un procedere fantastico e libero che asseconda i moti dell'animo, generando sorprese continue a livello tematico, armonico, timbrico. Il movimento si apre sommessamente in un'ineffabile atmosfera di sogno con un dolcissimo tema dal tono parlante interrotto per un attimo da un cupo trillo di sol bemolle nel registro grave, che tornerà a farsi sentire minacciosamente nel corso del movimento. Sul piano tonale il primo movimento rispetta apparentemente il tradizionale rapporto tonica-dominante (si bemolle-fa maggiore) che Schubert però, come è sua abitudine, arricchisce enormemente dando vita a una serie ininterrotta di peregrinazioni armoniche che conferiscono al brano un fascino emozionante: il cantabilissimo secondo tema viene esposto a sorpresa in fa diesis minore (che richiama enarmonicamente il sol bemolle del cupo trillo di poco prima) la prima volta, e in si minore nella ripresa; lo sviluppo si apre nella tonalità assai lontana di do diesis minore che sarà poi la tonalità d'impianto del secondo movimento. L'Andante sostenuto è attraversato dalla stessa fantastica atmosfera di sogno in cui si è aperto il primo movimento e come quello è una pagina «di sconvolgente bellezza che sfida ogni descrizione», secondo le parole di Harry Halbreich. Gli ingredienti, ancora una volta, sono apparentemente semplicissimi: una melodia triste e meditativa affidata alla mano destra si leva lentamente sull'ostinato scampanio della sinistra su tre ottave, dando vita a una desolata pagina dall'effetto quasi ipnotico e dagli avveniristici colori; segue una parte centrale in la maggiore dal tono più sereno e ottimistico che porta alla ripresa della prima parte, resa ancora più cupa da nuovi borbottii alla mano sinistra: anche qui Schubert aggiunge fascino e mistero a una pagina già straordinaria, facendo cambiare i colori delle armonie in modo imprevedibile: sol diesis minore, do maggiore, do diesis maggiore... Dopo circa mezz'ora di vertigine ad altezze siderali, segue un breve e leggero Scherzo (Allegro vivace con delicatezza) in si bemolìe maggiore, la cui spensieratezza non viene intaccata dai toni più pensosi del Trio in si bemolle minore, caratterizzato dalle frasi irregolari di dieci battute e dagli accenti spostati. La stessa spensieratezza a tratti disarmante anima anche l'Allegro ma non troppo conclusivo, un sereno rondò in cui uno degli episodi intermedi cita quasi letteralmente il motivo di tarantella dell'ultimo tempo della Sonata in do minore D. 958. La maggior leggerezza degli ultimi due movimenti rende finalmente più respirabile l'atmosfera, a lungo così irrealmente rarefatta da far rischiare spesso l'anossia, di questa straordinaria Sonata alla quale si attaglia perfettamente la definizione data qualche anno prima da Ferdinand Hiller del modo di suonare di Schubert: «era come se la musica non avesse bisogno di suoni materiali, come se le melodie, simili a visioni, si rivelassero a orecchie spiritualizzate». Carlo Cavalletti (1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia, Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 1 dicembre 2000 |
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aggiornamento 29 ottobre 2011
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