Il Tigrane ovvero L'egual impegno d'amore e di fede

Dramma per musica in tre atti

Musica: Alessandro Scarlatti (1660 - 1725)
Libretto: Domenico Lalli

Ruoli: Organico: 2 oboi, 2 fagotti, 2 corni, tromba, 2 violini, viola, viola d’amore, violoncello, basso continuo
Composizione: 1715
Prima rappresentazione: Napoli, Teatro San Bartolomeo, 16 febbraio 1715
Edizione: Michele Luigi Mutio, Napoli, 1715 (solo il libretto)
Argomento

Tomiri, regina de' Messageti, donna bellicosa, ed usata all'esercizio dell'armi, essendo rimasta vedova con due piccioli bambini, in breve tempo, ancor di questi rimase priva; poiché il primo, chiamato Archinto, le fu da un corsaro rapito, e venduto al principe d'Armenia, il quale, veduto avendo nel fanciullo uno spirito generoso, e regale, presegli amore, e lo sostituì in luogo di Tigrane, unico suo figlio, già morto, volendo, che ancor questo, Tigrane chiamato fosse; e per fine morendo, erede del suo principato lasciollo. Il secondo, chiamato Seleuco, in progresso di tempo, da Ciro, re di Persia, in una battaglia, fu trucidato; per la qual cosa volendo Tomiri, almeno della seconda perdita vendicarsi, giacché non poté della prima, propose di portar le sue armi contro il re perso, per placare col suo sangue l'ombra del morto figlio; e perché far potesse più formidabile il suo esercito, chiamò in suo soccorso Policare re di Lidia, e Doraspe re di Damasco, offerendo per premio le sue nozze, a chi di loro più saprebbe procurarle la sospirata vendetta. Venuti questi con tale speranza, ed egualmente servitala con la loro assistenza, portonne Tomiri il gran trionfo, celebrato col capo dell'infelice Ciro, il quale con la propria sua destra, fortunatamente troncato aveva; per la qual cosa restò ella in obbligo di palesare ad uno de' due regi, a chi di loro dovesse il suo promesso imeneo; ma perché si desse a tal dichiarazione qualche intervallo, determinò, che fra lo spazio d'un anno quello sarebbe, ed in quel giorno appunto, che sarebbesi celebrata l'annual memoria del suo trionfo; onde i due regi, per meritarsi in questo tempo, più l'amor di Tomiri, di non muovere il piede dalla sua reggia, stabilmente risolvettero. Frattanto accadde, che il principe Tigrane (figlio di Tomiri, come s'è detto) trovandosi nella corte di Ciro, prima della sua morte, s'innamorò fortemente di Meroe, unica figlia di quello, dalla quale essendo egualmente amato, eransi promessi occultamente per sposi; ma tali cose essendo pervenute alla notizia di Ciro, volendo questi vendicarsi con Tigrane, fu sforzato egli fuggirsene nel suo regno, con estremo dolore di Meroe, la quale al primo, aggiungendo poscia il secondo della morte del padre, propose risolutamente, o per forza, o per inganno, contro Tomiri fulminar la vendetta; ed acciò quella potesse vivere senza timore di questa, sparse Meroe artificiosamente il grido della sua morte. Questo falso avviso della morte di Meroe fu compianto dal suo promesso sposo Tigrane, e con calde lagrime, credendolo più, che vero, e dando questi in una estrema malinconia, volle tentare con qualche pellegrinaggio di disviarla. Primo oggetto dunque del suo pensiero, fu quello di vedere la reggia di Tomiri, per esser questa decantata per così valorosa guerriera, per la morte data al perso regnante; onde essendo in quella pervenuto, appena vedutolo Tomiri, che per occulta forza del materno suo sangue, da lei non conosciuta, fu sforzata ad amarlo, ed attribuendo questo istinto d'amore, ad un lascivo pensiero, incominciò (odiando i due regi) a desiderarlo suo sposo; ma ciò non potendo far palese, per molti forzosi rispetti, acciò trattener lo potesse nella sua corte, con qualche apparente motivo, lo astrinse ad accettare il supremo comando delle sue schiere, come duce di quelle. A tale inaspettato dono, sentendosi da gratitudine mosso Tigrane (ma più da un'incognita forza di filiale rispetto da lui non conosciuto) accettandolo, propose con incorrotta fede e servitù compensarlo. Ciò adunque risapendo Meroe, che il suo amante presso la sua inimica, in così ragguardevole posto dimorava, come ancora, che per l'amore, che Tomiri gli portava nascostamente, l'elezione dello sposo si tratteneva, propose, così per gelosia, come per vendetta, sotto mentito abito di vagante egizia indovina, nella detta reggia venire, acciò scoprendosi al caro amante, lo rendesse fedele al suo amore, e col suo soccorso adempisse la desiata vendetta. Tanto concluso, nella regia de' Messageti pervenne, in quel giorno appunto, che compito era l'anno della morte di Ciro, onde si celebravano le festive memorie del trionfo di Tomiri, ed ancora dovevasi da essa eleggere lo sposo tra li due regi; ma per l'occulto, che a Tigrane portava, con atti, e lusinghe, l'esecuzione dilatando n'andava.

Comincia il dramma dalla prima azione, che fa Tomiri in questo giorno, la quale si è di fare un sacrificio al dio Marte, offerendogli il reciso capo di Ciro; e che Meroe travestita da egizia nel medesimo luoco perviene.

Sei pregato a compatire, con discreta moderazione, que' difetti, che forse potrai conoscere nella musica, in considerando, ch'or mai dovrebbe essere affatto stanco l'autore di più sudare in simili sceniche composizioni, delle quali col presente dramma, viene a compire il numero di cento e sei opere teatrali, che ha poste in musica per lo teatro di Napoli, ed altri teatri dell'Italia.

E sei avvertito ancora, che le parole, che ti sembreranno dissonanti alla nostra santa religione, come sono: dèi, fato, adorare, e simili, essendo solite vaghezze, che adornano sì fatti componimenti, devi per tanto considerarle per semplice scherzo della musa, non già per sentimento d'un cuor cattolico, come lo vanta chi ha scritto, e vivi felice.


Sinossi

Atto primo.
Dopo la sinfonia d'apertura (Prestissimo, Moderato, Allegrissimo), ha luogo il sacrificio di Tomiri: ella immola al dio Marte la testa di Ciro. La regina entra su un carro trionfale tirato da schiavi, preceduto da un coro di Sciti «che faranno festivi balli», e circondato da un coro di custodi del tempio. L'intera scena del sacrificio è articolata in diverse sezioni orchestrali e corali: marcia «d'oboi e fagotti sulla scena e violini in orchestra all'unisoni»; ballo; aria e coro che celebra Tomiri e la sua vittoria su Ciro; recitativo accompagnato di Tomiri; aria e coro conclusivo. In uno dei momenti più intensamente lirici dell'opera, Tigrane ricorda il suo amore per Meroe (aria di sortita «All'acquisto di gloria», concertata con «oboi, fagotti e corni sulla scena»; in quest'aria «di tromba» di notevole impegno virtuosistico, sia i corni sia gli oboi hanno una parte autonoma e dialogano tra loro su incisivi ritmi puntati. Meroe entra in scena travestita da indovina, scopre la testa del padre e giura vendetta confidando nell'aiuto di Tigrane (Dell'amante confido all'amore). Tomiri concede udienza a Meroe che, intuendo i veri sentimenti della regina, le predice infelicità e quasi indovina il suo amore per Tigrane (Prova eccelsa è di grandezza), con un'interessante prescrizione di prassi esecutiva: «A modo di cantar Zingaresco ed appuntato semplicemente come stà»). Combattuta tra amore e senso del dovere, Tomiri affida la scelta dello sposo a Tigrane; questi decide di assegnare la vittoria al re che saprà sconfiggerlo in combattimento. Policare e Doraspe tramano per ucciderlo; Meroe, con Orcone, predispone un piano per far riapparire la propria ombra, fingendo una magia dinanzi a Tigrane; questa scena, piuttosto articolata e con un efficace impiego del recitativo accompagnato a scopi descrittivi («Qui Orcone segue a far circoli e segni, scuotando la verga»), si innesta nel primo intermezzo che conclude l'atto. Orcone, quasi morto dalla paura e continuando a muovere la verga riesce soltanto a balbettare sulle note di un recitativo accompagnato caratterizzato da un veloce sillabare su scale discendenti, alternato ad ampi salti e continuamente interrotto da pause; dopo un recitativo strumentato in cui Dorilla si prende gioco di Orcone, la scena termina con un duetto.

Atto secondo.
Un'altra scena spettacolare apre l'atto: una marcia («con oboi e fagotti sulla scena e violini nell'orchestra») in onore di Tomiri «e coro di Sciti che fanno diversi spettacoli, alla loro usanza»; seguono quindi un ballo, una sonata per la lotta e una sonata per la zuffa dei gladiatori (con l'indicazione: «si replica sempre finchè finisce la zuffa suddetta»). Tomiri placa l'ira dei re, che si riappacificano con Tigrane. Meroe tenta di uccidere Tomiri addormentata ma viene fermata da Tigrane che, sorpreso con l'arma in pugno, viene accusato. Costretto al silenzio per non tradire l'amata, viene condannato a morte. Nel secondo intermezzo comico Orcone, «vestito galante alla parigina, con parrucca» e Dorilla, in abiti da contadina tedesca e storpiando la lingua (Ich bin verliebe), danno vita a una vivace scenetta d'amore (Pensa che il core salta), un divertente gioco musicale che descrive, sulle note rapidamente sillabate di veloci scale, l'immagine del cuore che salta in ogni direzione.

Atto terzo.
La posizione di Tigrane, accusato di tradimento, si fa sempre più critica; tuttavia il senso dell'onore gli vieta di accettare l'occasione di fuga che la regina gli offre. Mentre Meroe si appresta a salvare Tigrane («Sussurrando il venticello» con effetti descrittivi dell'orchestra), Tomiri annuncia a Policare, innamorato della regina, che presto il principe morirà («Chi mi dice spera?» con effetto d'eco e con un probabile utilizzo di un richiamo fuori scena per imitare il «canto del rossignuolo», prescritto in partitura e suggerito dal testo poetico). Nel terzo intermezzo comico (scena 15) Orcone, «vestito da dottor Graziano» e Dorilla negli abiti di Zaccagnina, recitano una gustosa scenetta in latino storpiato e in dialetto bolognese («Cancaron, cancaronaz!», Orcone, «Dos la sta la innamorà», Dorilla) cui fa seguito un duetto; un ballo e un menuet concludono la scena. L'azione principale riprende con Tigrane incatenato e fiero di andare incontro a una morte gloriosa. Meroe entra vestita da principessa, rivela la sua vera identità, dichiara la sua colpevalezza e viene incatenata al posto di Tigrane. La soluzione del dramma avviene grazie alla tempestività di Oronte, che irrompe sulla scena dimostrando con prove alla mano che Tigrane, pur aiutando Meroe nei suoi propositi di vendetta, non ha tradito la regina. Il dramma si conclude con il riconoscimento di Tigrane da parte di Tomiri, che perdona Meroe, acconsente alle sue nozze col figlio e sceglie Policare come proprio sposo.

Guida all'ascolto (nota 1)

Dopo la sfortunata esperienza veneziana (Mitridate Eupatore e Il trionfo della liberà, 1707), Scarlatti torna a comporre con una certa regolarità per le scene napoletane, a cominciare dal Teodosio (Teatro San Bartolomeo, 1709). A proposito di quest'opera il conte Francesco Maria Zambeccari scrive: «Scarlatti ha fatto l'ultima sua opera che non è piaciuta niente, onde s'avrà sempre la noiosità di sentirlo»; il conte prosegue criticando la troppa ricercatezza della scrittura contrappuntistica che, adatta per la musica da camera, in un teatro «di mille persone, non ve ne sono venti che l'intendono; e gli altri, non sentendo roba allegra e teatrale, s'annoiano». Questo scritto è sintomatico di un mutamento del gusto del pubblico, ormai attratto più dalle acrobazie virtuosistico-vocali dei cantanti e dalla freschezza delle scene comiche che dalla complessa elaborazione musicale e drammaturgica dell'opera. A differenza di altre opere, meno fortunate, composte da Scarlatti nello stesso periodo, È probabile che il successo tributato al Tigrane nel suo primo allestimento napoletano, e nelle due riprese avvenute rispettivamente a Innsbruck (1715) e Livorno (1716), sia da attribuire ad alcune componenti che soddisfecero le aspettative del pubblico: la presenza di arie di notevole difficoltà tecnica per le prime parti (Tigrane, Tomiri, Meroe e Policare); l'inserimento, alla fine del primo e del secondo atto e nel terzo (scena XV), di intermezzi comici, completamente slegati rispetto alla vicenda principale ma destinati comunque a due personaggi del dramma, Orcone e Dorilla. In queste scene, facilmente modificabili o eliminabili, come infatti avvenne nelle rappresentazioni di Innsbruck e di Livorno, i due protagonisti si atteggiano a maschere della commedia dell'arte (in un caso Orcone è vestito da Dottor Graziano, pomposo professore dell'università di Bologna, e Dorilla con gli abiti di Zaccagnina da Bergamo) e interloquiscono intercalando storpiature in tedesco, in bolognese, bergamasco e latino. A queste concessioni al gusto dell'epoca si aggiunga una particolare attenzione nell'articolazione formale delle scene in blocchi unitari che, insieme all'accuratezza della scrittura orchestrale, alla modernità di certe soluzioni timbriche e a un attento impiego degli strumenti a fini descrittivi o coloristici, permettono di porre quest'opera tra le più riuscite di Scarlatti.

Liberamente tratto dalle narrazioni di Erodoto, l'argomento del libretto dà un resoconto degli avvenimenti che precedono l'azione. La regina Tomiri aveva due figli: il primo, Archinto, era stato rapito e venduto al principe di Armenia, che lo aveva adottato chiamandolo Tigrane e lo aveva nominato, in punto di morte, suo erede al trono; il secondo, Seleuco, era stato ucciso in battaglia da Ciro. Per vendicarsi, la regina chiese aiuto a Policare e a Doraspe promettendo, in caso di vittoria su Ciro, di concedere la propria mano a uno dei due re. L'azione ha inizio nel momento in cui Tomiri, fedele alla promessa, dovrebbe attuare la sua scelta, ma tenta di procrastinarla perchè si sente irresistibilmente attratta dal comandante degli eserciti alleati, il principe Tigrane. L'intreccio si complica con l'arrivo di Meroe che è figlia di Ciro, promessa sposa di Tigrane e da questi creduta morta ma che, giunta alla corte di Tomiri travestita da indovina col desiderio di vendicare la morte del padre, si fa riconoscere da Tigrane e gli chiede aiuto per l'attuazione del suo piano di vendetta. Si pone quindi per il protagonista la consueta alternativa, caratteristica dell'opera seria di genere eroico, tra la ragion d'onore e la legge dell'amore, che l'esemplare condotta di Tigrane saprà risolvere a favore di entrambe.


(1) "Dizionario dell'Opera 2008", a cura di Piero Gelli, edito da Baldini Castoldi Dalai editore, Firenze


I testi riportati in questa pagina sono tratti, prevalentemente, da programmi di sala di concerti e sono di proprietà delle Istituzioni o degli Editori riportati in calce alle note.
Ogni successiva diffusione può essere fatta solo previa autorizzazione da richiedere direttamente agli aventi diritto.


Ultimo aggiornamento 13 agosto 2024