Nella stagione appunto che il pianeta, H. 458
Cantata per soprano, due violini e basso continuo
Musica: Alessandro Scarlatti (1660 - 1725)
Testo: Francesco Maria Paglia
- Sinfonia: (re minore)
- Recitativo-arioso: (re minore) - Nella stagione appunto che il pianeta maggiore
- Aria: Allegro assai (re minore) - S’io miro il tuo bel seno
- Recitativo-arioso: Anzi negl’occhi stessi stravaganza
- Aria: (la minore) - Ma perdona l’ingiuste querele
- Recitativo: Tal’hor veggio il tuo bel crine e dico poi
- Aria: (la minore) - Quando cadde l’incauto Fetonte
- Recitativo-arioso: Tal’hor ti veggio intenta d’istrumento canoro
- Aria: Largo (sol minore) - Bella mano che di latte
- Recitativo: Pur mi rende stupore veder ne la tua bocca
- Aria: Spiritoso (re minore) - Tiranna, se hai vanto
- Recitativo: È strana alfin la veste che tua beltade ingombra
- Aria: Spiritoso (re minore) - Crudele, se al canto
Organico: soprano, 2 violini, basso continuo
Composizione: data sconosciuta
Testo
Nella stagione appunto
per soprano, due violini e basso continuo
Sinfonia - (re minore)
Recitativo-arioso - (re minore)
Nella stagione appunto,
Che il Pianeta maggiore
Calca con piè di luce i segni ardenti,
Eurillo tormentato
Dagli strali d’amore,
Da la forza del fato
Espresse le sue pene in questi accenti:
Clori, che stravaganza
Pose di segni opposti
Il Ciel nella tua salma,
Ond’è che la speranza
Mi nutrisce tal’hora, indi risorge
Tema perversa à in torbidar la calma.
Aria - Allegro assai (re minore)
S’io miro il tuo bel seno,
Consolo i miei cordogli
E spero, spero sempre;
Poiche nella durezza
Di due candidi scogli
Prometti di fermezza
Eterne tempre.
Se poi rifletto à gli occhi,
Ritorno al pianto mio,
Ne spero, spero mai.
In lor ceruleo nacque
L’ardor del cieco Dio
E della fè dell’acque
Io temo assai.
Recitativo-arioso
Anzi negl’occhi stessi
Stravaganza maggiore osservo, o cara,
Se del mio core à gioco
Fanno strali di mar, piaghe di foco.
Aria - (la minore)
Mà perdona l’ingiuste querele,
Che quest’alma non sa che bramare,
Se nel duolo talor si confonde.
E ragione, mia bella crudele,
Che se Venere nacque dal mare,
Porti à gli occhi l’effigie dell’onde.
Recitativo
Tal hor veggio al tuo crine
E dico poi, che nel cielo arrossita
Tacerà Berenice i vanti suoi.
Aria - (la minore)
Quando cadde l’incauto Fetonte,
La tua Parca per opra di stelle
Del bel crin gli recise la morte [mole].
Dunque è forza, mio bene, che in fronte
Porti i lacci di chiome si belle,
Se son chiome del figlio del sole.
Recitativo-arioso
Tal hor ti veggio intenta
D’istrumento canoro
À flagellar su l’armonia le corde.
E contemplo la mano,
Che ingelosir procura
Della più vaga Aurora i casti albori.
Ivi ancor parmi strano,
Che la neve resista a tanti ardori.
Aria - Largo (sol minore)
Bella mano, che di latte
Già spogliasti al Ciel la via,
Fogli son tue nevi intatte,
Ove amor per più tormento
À caratteri d’argento
Registrò la morte mia.
Aria - Largo (sol minore)
Bella mano, dove ignoto
Cieco nume elesse il nido,
Move un alma ogni tuo moto
E in te scorge questo core
Con più cifre di candore
Gli obelischi di Cupido.
Recitativo
Pur mi rende stupore
Veder ne la tua bocca
Schiere di perle a due coralli in braccio
E il nome ancora inganna,
Se ti chiaman pietosa e sei tiranna.
Aria - Spiritoso (re minore)
Tiranna, se hai vanto
D’angelico nome,
Dimmi, come condanni nel pianto,
Dimmi, come con barbari lumi
Nell’inferno d’amor l’alme consumi.
Recitativo
È strana al fin la veste,
Che tua beltade ingombra,
Se si vede la luce in seno all’ombra
Aria - Spiritoso (re minore)
Crudele, se al canto
Sei figlia di Giove,
Dimmi, dove rubasti quel manto,
Dimmi, dove risplender mai suole
Col manto della notte al mondo il sole.
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Ultimo aggiornamento 24 settembre 2025