Europa e Asterio, sovrani di Tiro e di Creta, mentre si trovano in navigazione con il loro figlioletto fanno naufragio e cadono nelle mani di Egisto. Il malvagio personaggio mira alle nozze con la principessa Semele, incurante dell'amore di quest'ultima per Isseo. Il conflitto latente deflagra in una vera e propria battaglia tra i due pretendenti; durante il combattimento, che interrompe un sacrificio votivo, Isseo uccide con le proprie mani Egisto, liberando cos' l'amata da ogni pericolo. I due giovani potranno sposarsi grazie all'intervento magnanimo di Europa, che rinuncia al suo dominio su Tiro per concedere il trono alla nuova coppia.
Con Europa riconosciuta il 3 agosto 1778 si inaugurava, a Milano, il Nuovo Regio Teatro di Santa Maria della Scala, eretto in sostituzione del Teatro Ducale andato a fuoco due anni prima. Il dramma, rappresentato quella sera alla presenza dell’arciduca Ferdinando e di Maria Ricciarda Beatrice d’Este, era stato commissionato ad Antonio Salieri, il direttore dell’opera italiana a Vienna, compositore vivamente apprezzato dall’imperatore Giuseppe II e dotato di un considerevole talento teatrale. Della stesura del libretto era stato incaricato il poeta aulico alla corte dell’elettore di Baviera, Mattia Verazi, già autore di drammi italiani scritti per Traetta, Jommelli, De Majo, Johann Christian Bach. Verazi era poeta teatrale esperto e innovativo: non solo nella cura per la messinscena (testimoniata dalle numerosissime didascalie dei suoi libretti), ma anche per il taglio drammatico originale dei suoi lavori, in molti dei quali aveva introdotto ballo e pantomima. Da parte sua, Salieri non si era mostrato meno incline agli sviluppi più moderni dell’opera in musica: già Armida (1771), con i suoi tableaux corali e gli spettacolari effetti scenici, l’aveva iscritto a pieno titolo tra i cultori dell’opera gluckiana riformata. Le innovazioni di Verazi avevano trovato, in Salieri, un compositore prontamente ricettivo.
Europa riconosciuta è, in apparenza, una tipica opera seria italiana del Settecento: a cominciare dalla trama, incentrata sulle due classiche coppie di amanti. In realtà, il dramma ignora tranquillamente parecchie convenzioni dell’opera metastasiana. Un personaggio viene ucciso sul palcoscenico, sotto gli occhi del pubblico, anziché tra le quinte. L’azione è distribuita in scene ampie e organiche, non solo nel tradizionale recitativo; una caratteristica fluidità formale, di stampo francese, comporta l’impiego frequente dell’arioso, del recitativo accompagnato, dei concertati d’azione. Il primo atto termina con un finale ampio, in più sezioni, seguendo un modello che all’epoca era impiegato solo nell’opera comica. Il coro, infine, interagisce ogni volta con uno o più personaggi e si assume un ruolo di grande rilievo.
La costellazione dei personaggi comprende ben quattro ruoli principali, per i quali a quell’epoca furono ingaggiati virtuosi di primaria importanza: le prime donne Marina o Maria Balducci e Franziska Danzi Lebrun e i castrati Gasparo o Gaspare Pacchiarotti e Giovanni Rubinelli. Salieri trasse ampio partito dalle eccezionali forze messe in campo, affidando ai solisti arie di bravura scintillanti (memorabile, tra le altre, l’aria di Semele con oboe «Quando più irato freme», una vera gara di virtuosismo tra il soprano e lo strumento concertante). Ma le attrattive dell’opera risiedevano anche in altri effetti altamente spettacolari: una banda militare sul palcoscenico, un coro e un’orchestra assai numerosi, le straordinarie scenografie (nei due atti si producono ben nove mutamenti scenici) dei fratelli Galliari. L’importanza dell’inaugurazione richiedeva uno spettacolo grandioso, nel quale le attrattive dell’arte canora si coniugassero a un forte impatto visivo.
Il libretto di Verazi, ricco di eventi avventurosi e violenti, dovette stimolare la fantasia del compositore, che scrisse musica drammatica e ricca di pathos. Già la sinfonia d’apertura, con la descrizione della tempesta che provoca il naufragio di Asterio, è una pagina ammirevole (stando alla testimonianza di Pietro Verri, impressionò vivamente il pubblico milanese). In omaggio al precetto gluckiano che l’ouverture debba anticipare il clima espressivo del dramma, Salieri dipinge lo scatenarsi degli elementi naturali, e il progressivo rasserenarsi del cielo, con gli stessi effetti impiegati da Gluck per la tempesta nell’ouverture di Iphigénie en Tauride: tremoli, sincopi, veloci figure ritmico-melodiche, sbalzi dinamici improvvisi e sorprese armoniche. Ma molte altre pagine colpiscono per l’alta temperatura emotiva. La cavatina d’esordio di Asterio, con oboi e violini ‘sospiranti’, ritrae perfettamente la disperazione del personaggio. Salieri riserva una cura particolare agli interventi di Asterio, una parte destinata, all’epoca, a Pacchiarotti, celebre per l’espressività del suo canto e la perfezione della sua arte scenica: oltre che nella patetica cavatina iniziale, il personaggio si mette in luce in molti altri luoghi. Di notevole intensità drammatica è la sua ampia aria «Del morir l’angoscie adesso» nel secondo atto, intonata da un personaggio che si prepara a morire e preceduta da un lungo dialogo, nello stile del recitativo accompagnato, carico d’emozione. Neppure i momenti di puro virtuosismo canoro si risolvono come un semplice omaggio alla convenzione: Salieri non perde di vista i valori espressivi e non esita, all’occasione, a contraddire le aspettative del pubblico. Il duetto di Egisto e Semele «Va coll’aura scherzando talora» alterna ampie sezioni nelle quali i due personaggi, a turno, esibiscono la loro bravura vocale, ma manca completamente del tradizionale canto simultaneo (indispensabile a un duetto): la vistosa anomalia è motivata dal fatto che Semele respinge le insinuazioni di Egisto, con il quale non vuole aver nulla a che fare e con il quale non può dunque unirsi nelle sue effusioni canore.
Posto di fronte alle numerose novità di Europa riconosciuta, il pubblico milanese che nel 1778 assistette all’inaugurazione della Scala ebbe reazioni discordanti. Alcuni apprezzarono il taglio anticonvenzionale del dramma, altri ne deplorarono le innovazioni; tutti furono però d’accordo nel giudizio sulla musica di Salieri, che colpì per la bellezza e il vigore drammatico. Furono le circostanze eccezionali della rappresentazione che impedirono all’opera di circolare ulteriormente: l’impegno e l’unicità del cast vocale, la difficoltà dei cori, gli effetti scenici grandiosi avrebbero reso troppo ardua e dispendiosa l’impresa di riprenderla altrove. L’allestimento che inaugurò la Scala rimase, perciò, un unicum. Solo oggi, a oltre duecent’anni di distanza, Europa riconosciuta torna nel luogo che la vide nascere.
Claudio Toscani