Teresa nel bosco

Opera da camera

Musica: Vittorio Rieti (1898 - 1994)
Libretto: Vittorio Rieti

Ruoli: Organico: orchestra
Composizione: dicembre 1933
Prima rappresentazione: Venezia, Teatro Goldoni, 15 Settembre, 1934
Edizione: inedito
Sinossi

Teresa nel bosco, un atto diviso in tre scene, nell’unica rappresentazione veneziana al Teatro Goldoni, nel 1934, fu diretta da H. Scherchen; regista Boris Kochno, scene di De Pisis.

I personaggi dell’opera sono: Teodoro (baritono); Teresa, sua moglie (soprano); Gianni e Anna, figli di Teodoro e Teresa, bambini (mezzosoprani); Francesco, vecchio servitore (basso); Luigi, guardiaboschi (tenore); animali del bosco (mimi).

La prima scena è ambientata in una sala da pranzo borghese di una casa di campagna. Teresa, dopo un’ennesima giornata di contrasti e di tensioni con il marito ed i figli, stanca delle beghe familiari e di una vita frustrata e senza poesia, decide, a sera, di abbandonare la casa e di inoltrarsi nel bosco che la circonda.

La seconda scena si svolge nel bosco dove Teresa ha fatto amicizia con gli animali con i quali si suppone abbia trascorso qualche tempo. La sua vita è finalmente serena e felice quando arriva il guardiaboschi Luigi che, dopo aver a lungo insistito, la convince a tornare a casa dove la accompagna. Gli animali che all’arrivo del guardiaboschi fuggono, riappaiono dopo che Luigi e Teresa si sono allontanati, rimanendo molto delusi.

La terza scena è come la prima. Teresa, ritornata a casa, accetta di nuovo la propria monotona ed insignificante vita. La sua evasione non rimane altro che un lontano sogno.

Guida all'ascolto (nota 1)

Nel 1933 la direzione del Festival di Musica Contemporanea di Venezia gli propose la composizione di un’opera lirica da mandare in scena l’anno successivo. Il compositore si mise così al lavoro per la stesura del libretto e della musica di Teresa nel bosco, in un atto.

Il lavoro, un dramma borghese di carattere simbolico, ebbe un’accoglienza, da parte della critica e del pubblico, quasi unanimemente negativa. Forse con la sola eccezione di Bruno Barrilli che la apprezzò, i critici – non va dimenticato però che si era in pieno fascismo – bollarono l’opera come dramma decadente, nel senso più spregiativo del termine, ed antifascista perché non allineato con lo spirito ad ogni costo ottimistico e retoricamente eroico del regime. La protagonista, Teresa, venne addirittura definita, con insolenza, una «detestabile figura di acchiappanuvole». Nel ’34 infatti una donna che, insoddisfatta ed inquieta, abbandonava marito e figli per inseguire i propri fantasmi interiori, era un simbolo decisamente negativo che non poteva non essere rifiutato. Il pubblico, ma anche la critica evidentemente, erano infatti ben lontani dall’accettare e capire il dramma di chi è alla ricerca della propria identità; dramma che invece, dal secondo dopoguerra, assumerà i connotati e le dimensioni di vero e proprio problema sociale.

A parte comunque queste considerazioni, dopo oltre cinquant’anni dalla prima esecuzione si deve riconoscere che l’accoglienza negativa, anche se determinata in buona parte dai pregiudizi dell’ideologia fascista, ai quali accennavo, non era completamente immotivata; infatti se nell’opera non si possono non apprezzare le melodie garbate e fresche, le armonie dotte, l’orchestrazione leggera ed abile ed in generale la mano consumata del compositore, la musica è, nel complesso, impersonale, «puccineggia» senza molta convinzione e risulta piuttosto estranea al temperamento del compositore, al suo più autentico stile che, come ho più volte rilevato, è brioso, impertinente, scanzonato, e non svenevole e sospiroso come in molte pagine di Teresa nel bosco.

Nell’opera è apprezzabile e significativo forse soltanto il tema di Teresa (ripreso, tra l’altro, dal Preludio dei Sei Pezzi brevi per pianoforte del 1932) che, misterioso ed enigmatico come del resto la protagonista, percorre, simile ad un leit-motiv, tutto il lavoro; il libretto invece, senz’altro superiore alla musica, mi pare particolarmente pregevole non solo per il taglio rapido delle scene ma soprattutto per il linguaggio incisivo, convincente, poetico che non ha niente a che vedere con quello convenzionale, squallido e raffazzonato di tanti libretti d’opera, così che ritengo meriti di essere salvato dalla dimenticanza alla quale sembra purtroppo ineluttabilmente condannata la musica.

Franco Carlo Ricci


(1) Testo tratto dal volume: Franco Carlo Ricci, Vittorio Rieti, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1987


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Ultimo aggiornamento 1 luglio 2021