Nel gennaio del 1966 Rieti portò a termine la Sonata a cinque, una delle più riuscite, se non la migliore, delle sue composizioni cameristiche; un lavoro nel quale estro, spregiudicatezza inventiva, abilità e gusto della costruzione si fondono armonicamente con risultati artisticamente felici.
Il lavoro si articola in quattro movimenti: Allegretto, Allegro scherzando, Andante alla croma, Allegro. Il primo, come una fantasia, consiste sostanzialmente in una libera successione di motivi musicali che, senza ordine apparente, sembrano seguire unicamente la mobilità inventiva del musicista. Il secondo, Allegro scherzando, è una sorta di A B A non rigoroso, come sempre in Rieti, nel quale le tre sezioni si distinguono per la diversità ritmica; A è infatti in ritmo ternario, B in ritmo binario, A di nuovo in ternario. Chiude una breve coda.
Il terzo movimento, Andante alla croma, in forma A B A B A e ad episodi, per la libertà e la disinvoltura con cui è stato concepito si presenta come una specie di divertimento nel quale a parti melodiche cantate dai vari strumenti si alternano sezioni nelle quali i quattro strumenti a fiato, con esclusione quindi del pianoforte, suonano simultaneamente con andamento di corale. Anche in questo caso conclude una coda, piuttosto ampia e in tempo lento.
L'ultimo movimento, anche se di sapore stravinskyano, è sostanzialmente personale; si distingue infatti per il carattere estroso, bislacco e per lo spigliato e fluido dialogo tra i vari strumenti trattati tutti con pari dignità.
Come prima si diceva, in questo lavoro la disinibita e felice libertà dell'invenzione, che rende gradevoli e gustose le idee melodiche, non è disgiunta da abilità e sapienza nella costruzione che possono appagare anche le esigenze di un ascolto consapevole, "intelligente" e non "emotivo", giustamente tanto caro ad Adorno.
Franco Carlo Ricci