Nato ad Alessandria d'Egitto nel 1898 da genitori italiani, Vittorio Rieti non compì studi musicali regolari; la sua formazione infatti è sostanzialmente autodidattica anche se ad essa contribuirono Frugatta a Milano, negli anni immediatamente precedenti il primo conflitto mondiale, e, dopo la fine della guerra a Roma, in modo non sistematico, Respighi e Casella. A quest'ultimo però egli fu particolarmente legato, cominciando ad avere con lui rapporti epistolari fin dagli anni 1911-15, dai tempi in cui studiando a Milano, economia alla "Bocconi" e pianoforte e composizione con Frugatta, gl'inviava i propri lavori. Quando poi, dopo la fine del primo conflitto mondiale, al quale aveva partecipato con la conseguente interruzione degli studi di composizione, stabilitosi con la famiglia a Roma, volle riprenderli con serietà, potè iniziare a frequentare assiduamente Casella facendogli sempre vedere i suoi lavori.
Per suo mezzo Rieti potè così conoscere Malipiero, avere l'opportunità di essere a contatto con i musicisti più importanti e significativi del tempo e maturare musicalmente con tale rapidità da riuscire presto ad affermarsi sia in patria che all'estero. Da questo punto di vista il merito maggiore va senz'altro riconosciuto ancora a Casella, che lo additò al mondo musicale proponendo un suo lavoro al Festival Internazionale di Musica Contemporanea di Praga del giugno 1924, al quale parteciparono i compositori e i direttòri d'orchestra più prestigiosi e rinomati e la critica più qualificata. Di lui infatti diresse il Concerto per quintetto di fiati e orchestra, che gli era stato dedicato; certamente, tra i lavori giovanili di Rieti, uno dei più interessanti e riusciti, come dimostrò la grande accoglienza ricevuta al Festival, che impose il giovane compositore all'attenzione generale. Basti considerare che il Concerto fu poi ripreso dai più grandi direttori del tempo come Fritz Reiner, che lo eseguì per la prima volta negli Stati Uniti e in molti altri paesi, e da Willem Mengelberg che lo propose numerose volte ancora negli Stati Uniti e in Europa.
Dall'affermazione di Praga iniziò l'ascesa del musicista: presto infatti gli furono commissionati da Diaghilev, per i Ballets Russes, unico tra i compositori italiani, i balletti Barabau e Le Bal, entrambi per la coreografia di Balanchine; iniziò quindi la collaborazione con il teatro di Louis Jouvet e così la frequentazione di ambienti artistici parigini, e i rapporti con i massimi musicisti del tempo, dai "Sei" a Prokof'ev e a Stravinsky, al quale Rieti si legò di un'amicizia profonda, destinata a durare quando nel 1940 si trasferì negli Stati Uniti.
Autore fecondo, più o meno in tutti i generi musicali, Rieti trovò, già dal giovanile Barabau, del 1925, ma ancor prima dal Concerto per quintetto di fiati e orchestra, del '23, una sua inconfondibile cifra stilistica alla quale poi è rimasto sostanzialmente fedele, con ostinazione si direbbe, per tutta la vita, fino alle ultime composizioni; mentre le precoci esperienze politonali, rapidamente rinnegate, possono essere considerate poco più che un tributo alla moda del tempo o forse, meglio, l'ansiosa ricerca di un proprio mondo espressivo, d'altronde presto trovato.
Non può essere senza significato ancora, per la comprensione del suo stile, il fatto che Schönberg - sebbene Rieti abbia conosciuto giovanissimo la sua musica e sia stato come compositore da lui apprezzato a Vienna, prima ancora che da Stravinsky a Parigi - non abbia lasciato traccia nella sua produzione, salvo appunto in qualche esercitazione giovanile. Questo perché l'atteggiamento anticonformista, scanzonatamente irriverente, ma senza arroganza, della personalità umana e artistica di Rieti è stato sempre in sintonia più con la giovanile spregiudicatezza stravinskiana che con la radicale irriducibilità e ostinazione di carattere di Schönberg.
È inoltre da sottolineare che se nel coltivare gl'ideali neoclassici affermatisi nel primo dopoguerra Rieti si trovò in un primo periodo accanto ad altri musicisti, in particolare a quelli che gli erano più vicini e amava, da Casella a Stravinsky a Poulenc, è poi rimasto, nella fedeltà a questo stile, un navigatore abbastanza solitario. Infatti ha continuato a scrivere con assoluta tranquillità e senza smanie protagonistiche o opportunistiche avventure, lavori che certo possono essere considerati, da chi crede al "progresso" nell'arte, non più à la page ma nostalgici quanto anacronistici residui di una stagione fortunata e felice e ormai definitivamente esaurita. Ma l'unica cosa che conta è che essi rispondono ancora, pienamente, alla visione del mondo e alla poetica del compositore.
Rieti, che musicalmente non è certo uno sperimentatore, un avanguardista spericolato, anche se un uomo inquieto, ha infatti preferito sempre, salvo le prime prove "scapigliate", l'ancoraggio a uno stile compositivo che potremmo definire, semplificando, di un sereno e nostalgico neoclassicismo, prevalentemente percorso e allietato da un vivace spirito di danza, che ha assolto, nel suo caso, a una duplice funzione: appagare la viva necessità di "divertirsi" a manipolare i suoni, a ordinarli nel tempo, per soddisfare insomma il bisogno di fare l'artigiano della musica, per dirla con Stravinsky, e contemporaneamente dare tregua alla sua smania esistenziale, alla sua inquietudine filosofica, all'ansia di pace.
Nell'estate del 1984, per l'Ensemble Galzio", Rieti curò una nuova versione delle Silografie scritte originariamente, nel 1967, per flauto, oboe, clarinetto, corno e fagotto. Si tratta di una suite di cinque pezzi: Bourrée, Sarabanda, Scherzino, Siciliana e Cotillon, caratterizzati dal garbo e la precisione consueti allo stile di Rieti e da una scrittura chiara e nitida, senza sbavature o incertezze.
In questo lavoro, come nella maggior parte degli altri suoi, spicca quell'esprit de géometrie e quell'esprit de finesse propri della cultura francese alla quale egli si è formato e che ha per tutta la vita coltivato con amore; così come non si può non rilevare un sensibile influsso della contemporanea musica francese come riscaldata però alla luminosa e cordiale musicalità e all'umorismo bonario e sorridente di ascendenza italiana. Dalla profonda fusione delle due culture derivano alla personalità umana di Rieti, ma soprattutto alla sua musica, che mantiene sempre una sua originale cifra stilistica, non solo libertà di atteggiamenti e anticonformismo, accompagnati da spiccato senso dell'ironia, ma anche assenza di integralismo e sensibilità ad influssi diversi.
Franco Carlo Ricci