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Feste romane

Poema sinfonico, P 157

Musica: Ottorino Respighi
  1. Circenses - Moderato, Molto allegro, Moderato, Allegro molto, Moderato, Molto allegro, Pesante, Andante, Più mosso, Ancora più mosso, Precipitando, Allegro, Allegro vivo, Largo
  2. Il Giubileo - Doloroso e stanco, Poco più mosso, Allegro moderato, Allegro festoso, Più calmo, Allegro
  3. L’Ottobrata - Allegro gioioso, Allegretto vivace, Meno mosso, Andante sostenuto, Più Lento, Andante lento ed espressivo
  4. La Befana - Vivo, Vivacissimo, Vivo, Tempo di Saltarello, Tempo pesante di Valzer, Tempo più moderato di Saltarello, Molto vivo, Meno vivo, Vivacissimo, Molto vivo, Sostenuto, Presto, Prestissimo
Organico: 3 flauti (3 anche ottavino), 2 oboi, corno inglese, clarinetto piccolo, 2 clarinetti, clarinetto basso, 2 fagotti, controfagotto, 4 corni, 4 trombe, 2 tromboni, trombone basso, bassotuba, timpani, tamburo basco, raganella, sonagliera, tamburo piccolo e grande, triangolo, piatti, grancassa, tam-tam, campanelli, xilofono, 2 tavolette, 1 pianoforte (a 2 e 4 mani), organo, 3 buccine, mandolino, archi
Composizione: Capri-Roma, Ottobre 1928
Prima esecuzione: New York, Carnegie Hall, 21 Febbraio 1929
Prima edizione: Milano – Ricordi, 1929

Guida all'ascolto

I testi in corsivo riportano le note esplicative che Respighi ha posto sulle partiture, come premessa ai singoli brani.

Note comuni alla Trilogia romana

Tra tutti i compositori della “generazione dell’80” che nell’Italia del primo novecento propongono un rinnovamento del linguaggio musicale, Ottorino Respighi ha forse il maggior respiro culturale a livello europeo. Dopo gli studi musicali compiuti presso il conservatorio di Bologna sotto la guida di Giuseppe Martucci e Luigi Torchi, nel 1900 occupa il posto di prima viola presso il Teatro di Pietroburgo dove segue i corsi di Rimski-Korsakov. Trasferitosi a Berlino nel 1902 si perfeziona alla Hochschule sotto la guida di Max Bruch ed entra in contatto con l’ambiente di Richard Strauss. Rientrato in Italia nel 1913 diventa prima insegnante e poi dal 1924 direttore del Conservatorio di S. Cecilia a Roma. Nel 1925 si ritira dall’attività didattica per dedicarsi esclusivamente alla composizione.

La sua produzione sinfonica coniuga il suo senso della natura, il suo interesse per l’animo e le tradizioni popolari e il gusto delle antiche forme liturgiche del Canto Gregoriano con vasti richiami alla contemporanea cultura musicale europea.

In questo contesto nasce il ciclo dei poemi sinfonici romani in cui Respighi sfruttando le sue straordinarie doti di orchestratore, riporta le sensazioni provate nella visita della città di Roma. In queste composizioni ritroviamo tutta l’atmosfera romana purtroppo in buona parte oggi scomparsa.

Chi di noi ricorda gli “gli strilli dei bambini come rondini a sera” a Villa Borghese, l’usignolo che canta “nel plenilunio sereno” del Gianicolo, “lo scampanio di tutte le chiese”, gli “echi di caccia, tintinnii di sonagliere” sui Castelli Romani, “la voce dell’organo meccanico d’un baraccone e l’appello del banditore, il canto rauco dell’ubriaco e il fiero stornello” a Piazza Navona? E ancora dove ritrovare la “la salmodia accorata” dei fedeli che “si diffonde solenne come un inno”, “il ritmo di un passo innumerevole” allo squillare delle buccine sull’antica Via Appia, la folla che ondeggia nel Circo Massimo, lo squillare dei corni di Tritone e Nettuno? Forse solo chi è stato sul Monte della Gioia percorrendo il cammino di Santiago di Campostella può comprendere i pellegrini che “si trascinano per la lunga via" ed il loro giubilo alla vista della Città Santa.

Accanto all’animo popolare romano troviamo però anche le citazioni della contemporanea cultura europea. La fontana di Valle Giulia ricorda il ruscello della Moldava di Smetana, la fontana di Trevi ha assonanze con la Mer di Debussy, tra i pini del Gianicolo si sentono le belle favole di Ma Mère l’oye di Ravel, il Petruska di Stravinskij impazza sia a Piazza Navona che a Villa Borghese, mentre lo spirito della Sagra della Primavera è presente nei Circenses e nell’Ottobrata. Il ritmo ostinato della marcia nei pini della via Appia abbinato al suo clamoroso crescendo orchestrale, richiama il Bolèro ma Ravel non lo aveva ancora scritto! Che abbia voluto rendere la cortesia a Respighi?

FESTE ROMANE (1928)

Circenses

“Il cielo è torvo sul Circo Massimo, ma la plebe è in festa: “Ave Nerone!”. Si schiudono le ferree porte, e viene per l’aria un canto religioso e l’urlo delle belve. La folla ondeggia e freme: impassibile, il canto dei martiri si diffonde, vince, naufraga nel tumulto”.

Le acclamazioni della plebe in festa e lo squillo di tre trombe all’unisono annunciano l’ingresso dell’imperatore; la folla acclama prima che gli strumenti dal suono più grave imitino il ruggito delle fiere. Dal centro dell’arena si leva l’inno dei martiri che si mischia con i ruggiti delle belve. La folla si eccita, freme ed il tumulto diventa generale.

Il Giubileo

“I pellegrini si trascinano lungo la via, pregando. Finalmente, dalla vetta di Monte Mario, appare agli occhi ardenti e alle anime anelanti la città santa: “Roma! Roma!”. Un inno di giubilo prorompe, e gli risponde lo scampanio di tutte le chiese”.

I pellegrini scendono stancamente lungo la via Romea cantando un inno di preghiera affidato al clarinetto ed al fagotto. Tutti gli strumenti entrano a poco a poco in un crescendo chiuso da una brusca strappata di tutta l’orchestra. Dopo che il corno inglese sostenuto dal tremolo dei violini ha ripresentato il canto liturgico l’andamento si anima gradualmente mentre la salita a Monte Mario rende finalmente vicina la meta. La visione improvvisa di Roma libera gli animi in un canto di gioia mentre la città eterna presenta il suo panorama con lo scampanio di tutte le chiese in uno sfavillare di colori. L’atmosfera si spegne lentamente mentre il suono della campana di San Pietro vibra fortissimo nell’aria ed il richiamo dei corni ci introduce al brano successivo.

L’Ottobrata

“Festa d’ottobre nei Castelli inghirlandati di pampini: echi di caccia, tintinnii di sonagliere, canti d’amore. Poi, nel vespro dolce, trema una serenata romantica”.

L’atmosfera di festa sui Castelli romani è introdotta dal tema esposto dai corni e ripreso poi dalle trombe “echi di caccia”. Si parte per la gita, il trotto del cavallo fa tintinnare a lungo i suoi sonagli finché si leva nell’aria una melodia d’amore affidata prima al registro acuto dei violini e poi al clarinetto. Si avvicina l’imbrunire e mentre in lontananza si odono i richiami dei corni da caccia, il mandolino ci propone una “serenata romantica” che viene poi ripresa e rielaborata dai violini, dai corni e via via da quasi tutti i solisti dell’orchestra. Cala la sera ed il suono della sonagliera ci accompagna nel rientro.

La Befana

“La notte dell'Epifania in piazza Navona: un ritmo caratteristico di trombette domina il clamore frenetico: sul mareggiare fragoroso galleggiano, a quando a quando, motivi rusticani, cadenze di saltarello, la voce dell’organo meccanico d’un baraccone e l’appello del banditore, il canto rauco dell’ubriaco e il fiero stornello in cui s’espande l’anima popolaresca: “Lassàtece passà, semo Romani!”.

Lo sfondo iniziale della festa è caratterizzato dalle trombette popolari che affidate al ritmo petulante ed un po’ acido del clarinetto piccolo, emergono e poi naufragano nella baraonda della piazza. Una serie di motivi rusticani emergono dal dialogo tra le trombe ed i corni prima che la folla accompagnata dai clarinetti si abbandoni ad una danza di saltarello. Un organo meccanico suona un valzer accompagnato da squilli di tromba che rappresentano le grida del banditore. Il canto dell’ubriaco è affidato ad un trombone quasi jazzistico che precede la vasta sezione nella quale sentiamo affiorare il tema del fiero stornello popolaresco “Lassàtece passà, semo Romani”. La ripresa sempre più frenetica del ritmo del salterello ci avvia verso la gioiosa conclusione su un motivo vigorosamente scandito da tutta l’orchestra.

Terenzio Sacchi Lodispoto


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