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Lauda per la natività del Signore
per soli, coro, strumenti pastorali e pianoforte a 4 mani, P 166

Musica: Ottorino Respighi
Testo: attribuito a Jacopone da Todi

Solisti:
  • L’Angelo (soprano)
  • Maria (mezzosoprano)
  • Il Pastore (tenore)
  • Coro misto
Organico: ottavino, 2 flauti, oboe, corno inglese, 2 fagotti, triangolo, pianoforte a 4 mani.
Composizione: Roma, 20 giugno 1930
Prima esecuzione: Siena, Sala "Micat in Vertice", 22 Novembre 1930
Edizione: Milano, Ricordi, 1931

Guida all'ascolto (nota 1)

Respighi occupa un posto importante nel panorama musicale italiano del primo trentennio del Novecento e gode ancora oggi di meritata popolarità per il suo repertorio sinfonico e le sue trascrizioni e reinvenzioni strumentali delle partiture del Seicento e del Settecento, a cominciare dalla intelligente trasposizione moderna dell'Orfeo monteverdiano. Inoltre, anche se il suo teatro non rivela una precisa e forte personificazione stilistica, bisogna riconoscere che Respighi si adoperò non solo a parole per lo svecchiamento dell'opera in musica, ponendosi in posizione polemica nei confronti dell'esperienza verista della Giovane scuola, mascagnana o pucciniana che sia, specie per una diversa impostazione e soluzione dei problemi della vocalità.

Senza entrare nel merito su ciò che è vivo e ciò che è caduco della produzione respighiana, si può affermare tranquillamente che è il suono, il colore della sua orchestra quello che distanzia e distingue questo autore da ogni altro musicista italiano del suo tempo, oltre alla ben nota e indiscussa abilità di orchestratore (non per nulla Puccini, che fu un attentissimo osservatore del linguaggio orchestrale e della sua evoluzione, lo ebbe in alta considerazione). L'intuizione e la tipicizzazione del timbro strumentale, che è suo e di nessun altro, nei lavori orchestralmente ideati e realizzati, a cominciare dai migliori poemi sinfonici, pone Respighi in una posizione unica nella vita musicale primonovecentesca. Egli naturalmente fece tesoro delle esperienze armoniche e strumentali più avanzate in rapporto alla tradizione nazionale, mostrando una apertura verso certe correnti tecnicistiche europee, pur nell'italianismo delle forme, ma nello stesso tempo impresse alla musica la propria personalità, assorbendo e riequilibrando le influenze specialmente russo-francesi (Rimskij-Korsakov e Debussy in testa). Lo stesso Casella, che non mancò di avvertire in Respighi una tendenza alla pigrizia spirituale, perché, a suo dire, non era riuscito a superare e ad andare oltre i confini linguistici ed estetici dell'impressionismo, riconobbe al musicista bolognese «magnifiche doti di colorista e di immaginista», racchiuse in un'orchestra dal suono fisicamente trasparente e luminosamente mediterraneo, dove naturalismo e immaginazione si compenetrano a vicenda, sia che si tratti di musiche ispirate ad un elegante arcaismo, come le Antiche arie e danze o la suite Gli uccelli, due componimenti esemplari nella loro misurata rivisitazione strumentale, e sia che ci si riferisca ai più sostanziosi e altisonanti lavori sinfonici.

Un altro aspetto della sensibilità respighiana che va messo in evidenza è quel ripensamento del canto gregoriano e dei modi della musica antica, visti come reperti della coscienza musicale sepolta del nostro paese e cercando di innestare le moderne relazioni tonali sulle vecchie costruzioni melopeiche. In tal senso la Lauda per la Natività del Signore costituisce un esempio di come Respighi sentisse dentro di sé «il primitivo» e riuscisse a tradurlo musicalmente. La composizione, scritta nel 1929 per soprano, mezzosoprano, tenore, coro e otto strumenti (flauto, ottavino, oboe, corno inglese, due fagotti, triangolo e pianoforte a 4 mani), vuole essere una rievocazione sonora di un antichissimo testo religioso, fatta con semplicità e schiettezza di sentimenti e senza alcuna riserva intellettualistica. Egli, da appassionato ricercatore di musiche del passato qual'era, utilizza in modo personale caratteristici moduli linguistici: un polifonismo scarno e rudimentale, un senso ritmico salmodiante, un melos liturgico piuttosto fisso ed estatico, un tessuto armonico di gusto madrigalistico e una strumentazione sobria e trasparente negli effetti timbrici. Le voci soliste e il coro concorrono a determinare l'atmosfera da presepe e di intonazione pastorale, caratterizzante questa lauda dai contorni di un pittoricismo sfumato e volutamente naìf, quasi una riproduzione di una preziosa tela di scuola giottesca.


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 8 Aprile 1983, direttore Giulio Bertola

Ultimo aggiornamento 18 Maggio 2011


Questo testo scritto da Terenzio Sacchi Lodispoto è di proprietà di © LA MUSICA FATTA IN CASA che ne autorizza l'uso, ed è stato prelevato sul sito htpp://www.flaminioonline.it