Max Reger appartiene a quel ristretto ma prezioso gruppo di artisti che, intravedendo all'inizio del nostro secolo i futuri percorsi della Nuova Musica, affrontarono una strada di trasformazione e arricchimento del linguaggio senza peraltro raggiungere una dimensione di autentica modernità. Morto nel 1916, a soli quarantatre anni, Reger - come Busoni e Skrjabin, con i quali ha non pochi punti in comune - è una tipica figura di transizione, non tanto perché la sua opera non presenti caratteristiche di solida individualità, quanto perché il suo esasperato cromatismo legato a strutture formali assolutamente tradizionali non gli consente quella liberatoria rottura degli argini che Schönberg - altro rivoluzionario conservatore, ma certo di ben diverso calibro - attuava in quegli stessi anni.
Il linguaggio armonico di Reger è molto complesso e si basa sull'uso intensivo degli intervalli di seconda minore (semitono) e quarta aumentata (tritono), intervalli di per se stessi privi di riferimenti tonali espliciti e con i quali Schönberg aveva costruito i suoi rivoluzionari pezzi atonali e aforistici. Reger, al contrario, non riduce il linguaggio "ai minimi termini", ma con quei mezzi si lancia in una quasi spasmodica tensione costruttiva (centinaia di opere monumentali in poco più di venti anni di attività) che mira a conciliare la lezione brahmsiana con l'armonia wagneriana e del primo Strauss. Che un'impresa dei genere, a dire il vero assai ardua, gli sia riuscita non sono in molti a crederlo.
Negli anni trascorsi a Monaco (1901-1907), i più intensi e tormentati, Reger deve combattere con l'ostilità del pubblico e della critica e a poco valgono le professioni di fede nella sacralità dell'armonia classica, eredità del grande teorico Riemann di cui fu allievo, per risanare fratture che si appianeranno solo negli anni di Lipsia (1907-1916). Difendendo la sua Sonata op. 72 per violino e pianoforte dalle accuse di eccessiva complessità Reger afferma che «non c'è nulla di più semplice e chiaro di questa Sonata; ed è veramente un grave segno delle attuali colossali carenze di intelligenza musicale quando si parla, a proposito della mia opera 72, di totale perversità e di snervante innaturalezza». Non meno importante dell'opera 72 la Sonata in do minore op. 139, ultima delle sette scritte da Reger per violino e pianoforte, accentua, anche per la data di composizione (1915), la distanza del musicista bavarese dalle correnti avanguardiste.
La grande veemenza espressiva del primo movimento s'impone fin dal vigoroso tema iniziale, scandito all'unisono dai due strumenti, su un percorso melodico accidentato concepito in un do minore molto allargato.
Il Largo, riconducibile alla tonalità di re maggiore, ma con una ambiguità tonale ancora maggiore che nel primo tempo, è costruito nella tradizionale forma tripartita. Segue un Vivace - lo Scherzo della tradizione beethoveniana - dai profili scattanti e nervosi.
Con la prediletta forma delle variazioni Reger conclude la monumentale Sonata: il tema di sedici battute, diviso in tre sezioni asimmetriche, subisce nelle dieci Variazioni radicali trasformazioni, ma torna integro nell'ultima (Adagietto).
Giulio D'Amore