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Tzigane
rapsodia da concerto - versione per violino e pianoforte

Musica: Maurice Ravel
  • Lento, quasi cadenza (re maggiore)
Organico: violino, pianoforte
Composizione: Parigi - Londra, Aprile - Maggio 1924
Prima esecuzione: Londra, Aeolian Halle, 26 Aprile 1924
Edizione: Durand, 1924
Dedica: Jelly d'Aranyi

Vedi al 1922 n. 119 la versione per violino e luthéal ed al 1922 n. 120 la versione per violino e orchestra

Guida all'ascolto (nota 1)

Ravel aveva molto accentuato il gusto del virtuosismo e della tecnica trascendentale per gli strumenti solisti, specie il pianoforte e il violino, così da mettere a dura prova la preparazione e la bravura degli esecutori. Non è azzardato, secondo Alberto Mantelli, pensare ad una relazione fra questo modo virtuosistico di concepire il solismo strumentale e l'amore, che rasentava la mania, di Ravel per i più complicati giocattoli meccanici. Infatti tutte le più diaboliche acrobazie del violino di Paganini sembrano rinascere nella rapsodia da concerto Tzigane, proprio come se il musicista si fosse proposto di costruire il più ingegnoso e complicato oggetto musicale. Lo stesso Ravel nella sua "Esquisse biographique" definisce questo lavoro «morceau de virtuosité dans le goût d'une rapsodie hongroise», scritto per imitare le "violinisterie" di un Sarasate e di un Wieniawski. La violinista Jourdan-Morhange racconta nel suo libro su Ravel a proposito di Tzigane: «Mentre stava componendo questo brano di tecnica trascendentale, Ravel mi mandò un telegramma con la preghiera di precipitarmi a Montfort, portando con me il violino e i "Ventiquattro capricci" di Paganini. Li voleva riascoltare tutti per non dimenticare nessuna diavoleria. Mi faceva ripetere i passaggi più ardui, suggerendomi di provare certi effetti con l'introduzione di piccoli miglioramenti demoniaci. In questo modo riuscì ad avere la palma nel combattimento Ravel-Paganini».

Composta per la violinista ungherese Jelly d'Aranyi (nipote di Joachim), che la interpretò per la prima volta a Londra nel 1924, Tzigane fu scritta originariamente per violino, accompagnato da una specie di piano-luthéal che, associando alla normale percussione delle corde l'esecuzione di suoni pizzicati, aggiunge al pianoforte l'illusione del clavicembalo e del cymbalum, quest'ultimo uno strumento usato dagli zingari. In un secondo tempo la partitura fu strumentata per orchestra: ma sia il pianoforte che l'orchestra non fanno altro che da sostegno alla tessitura virtuosistica del violino, ricalcata sui modi delle più estrose improvvisazioni dei tzigani magiari, come una luminosa girandola di variazioni costruite liberamente e senza sviluppo.

Dopo un lungo preambolo del solo violino, una brillante cadenza del pianoforte apre la serie dei trascinanti movimenti di danza. Il violino torna quindi in primo piano ed espone ora un tema lento e solenne ora una frase più vivace e scoppiettante di brio. Questo recitativo si interrompe per dar modo allo strumento solista, in un cantabile rubato, di esprimersi in una serie di febbrili arabeschi di stile zingaresco - mordenti, gruppetti di piccole note, pizzicati e trilli - che raggiungono nella stretta finale gli scoppiettanti fuochi d'artificio di un moto perpetuo di irresistibile e travolgente musicalità.


(1) Testo prelevato dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia; Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 2 maggio 1986

Ultimo aggiornamento 13 gennaio 2012


Questo testo scritto da Terenzio Sacchi Lodispoto è di proprietà di © LA MUSICA FATTA IN CASA che ne autorizza l'uso, ed è stato prelevato sul sito htpp://www.flaminioonline.it