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Tzigane
rapsodia da concerto -
versione
per violino e orchestra
Musica: Maurice Ravel
Composizione: Luglio 1924 Prima esecuzione: Parigi, Les Concerts Colonne, 30 Novembre 1924 Vedi al 1922 n. 118 la versione per violino e pianoforte ed al 1922 n. 119 la versione per violino e luthéal Guida
all'ascolto (nota
1)
La dimensione timbrica va connotandosi sempre più non come una "rifinitura" stilistica, ma come momento centrale, talvolta essenziale, della composizione. Tra i maestri dell'orchestrazione moderna si colloca senza dubbio Maurice Ravel, autore fra l'altro di una formidabile versione orchestrale di Tableaux d'une exposition, dall'originale per pianoforte di Musorgskij (non a caso, ancora un'ispirazione di natura figurativa), formidabile esempio di raffinatezza nella creazione di inediti giochi di colore e suggestivi effetti timbrici. L'ampliamento dell'organico orchestrale, l'evoluzione delle tecniche strumentali e degli strumenti stessi coincide, nei primi anni del Novecento, con l'interesse che molti compositori riservano al parametro timbrico. Un ulteriore impulso, in questa direzione, era venuto dalla pubblicazione postuma, nel 1912, del trattato di strumentazione di Rimskij-Korsakov, che andava ad aggiungersi ai due già importanti trattati sullo stesso argomento di Hector Berlioz e del belga Francois-Auguste Gevaert. Nel 1919 la tavolozza timbrica si era arricchita di uno strano strumento, il piano-luthéal, sorta di pianoforte sul quale era stato innestato un dispositivo che agiva sulle corde, modificandone il timbro, consentendo la possibilità di ottenere due nuovi registri, uno flautato, l'altro secco a mo' di clavicembalo. Un marchingegno che non avrebbe avuto un gran futuro, che ritroviamo tuttavia nell'organico strumentale dell'opera L'Enfant et les sortilèges, che Ravel termina nel 1924. Nello stesso anno Ravel ricorre nuovamente al luthéal per evocare i suoni smorzati del cimbalom, strumento caratteristico della tradizione gitana, che accompagnano la parte principale del violino nella Tzigane. Definito dall'autore "un pezzo virtuosistico nello stile di una rapsodia ungherese", la Tzigane è scritta per la violinista ungherese Jelly d'Aranyi, nipote del grande violinista Joseph Joachim, già dedicataria della Sonata n. 1 per violino e pianoforte di Bartók. La Tzigane si ricollega a quella tradizione musicale dai nomi illustri (da Haydn a Brahms) che aveva tentato di assimilare l'elemento esotico all'interno della musica occidentale. L'impatto con la tradizione zigana è l'occasione di comporre un brano dichiaratamente virtuosistico, i cui riferimenti tecnici sono però da rintracciarsi nei Capricci di Paganini, che Ravel studia e da cui attinge per l'enciclopedico armamentario di doppie corde, arpeggi in velocità, combinazioni di armonici, pizzicati con la mano sinistra e passaggi da eseguire sulla sola quarta corda. Di questo pezzo Ravel compone quasi contemporaneamente anche una versione per violino e orchestra, nella quale l'invenzione timbrica sembra prendere addirittura il sopravvento ribaltando il senso di un brano che sembrerebbe presentarsi come una brillante occasione di intrattenimento salottiero. Dal punto di vista formale la Tzigane rivisita la forma di rapsodia à la manière de Liszt, che a sua volta riprendeva lo schema in due sezioni, "Lassù" e "Friss" del cosiddetto Verbunk, un tipo di danza militare ungherese. Una lunga introduzione del violino solo, di carattere libero e improvvisativo, apre il pezzo declinando continuamente lo stesso motivo passionale e struggente, dalla sintassi "teatralmente" frammentata da cesure, rubati, rallentando e accelerando, che esasperano una tensione genuinamente emotiva. Dopo una transizione affidata all'arpa ha inizio la seconda parte, una serie di spericolate variazioni su un motivo giocosamente militaresco, originato dallo stesso materiale melodico dell'introduzione. L'orchestra è qui coinvolta in un raffinatissimo ordito strumentale, denso di effetti coloristici, che sostiene e punteggia il ruolo principale del violino, a sua volta partecipe, con particolari colpi d'arco che legano successioni di armonici in velocità, nella creazione di questa texture di diafana e fatata lucentezza. Il flusso melodico procede senza interruzioni fino al vorticoso, parossistico finale, su un travolgente accelerando. Giovanni
D'Alò
(1) Testo prelevato dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia, Roma, Auditorium Parco della Musica, 28 Marzo 2009, direttore Heinz Holliger, violino Carolin Widmann |
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