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Trio in la minore
per pianoforte, violino e
violoncello
Musica: Maurice Ravel
Composizione: St. Jean de Luz, 3 aprile - 7 agosto 1914 Prima esecuzione: Parigi, Salle Gaveau, 28 gennaio 1915 Edizione: Durand, 1915 Dedica: André Gédalge Guida
all'ascolto (nota
1)
Ravel compose il Trio in la minore nel 1914, quando si ritirò per un periodo di riposo nella località di Saint-Jean-de-Luz, situata nella zona basca dove era nata sua madre. Fu eseguito per la prima volta il 28 gennaio 1915 alla Salle Ga-veau di Parigi nella interpretazione di Alfredo Casella (pianoforte), Georges Enesco (violino) e Feuillard (violoncello) in un concerto promosso dalla Società Musicale Independente per la Croce Rossa. Il lavoro venne accolto in modo lusinghiero dal pubblico e soprattutto dalla critica, che annotò il vivissimo senso della costruzione musicale, così misurata e calibrata sotto il profilo formale, quasi una proiezione sonora di quell'esprit de geometrie tanto pazientemente perseguito dall'autore, notoriamente sensibile ai problemi della razionalità matematica, senza tuttavia escludere i valori dell'invenzione melodica e la varietà del linguaggio armonico. In quella occasione non mancò chi volle osservare come la composizione si richiamasse allo stile classico della musica francese e specialmente di Rameau, tenendo presente innanzitutto lo snodarsi calmo e solenne del tema della passacaglia. Ma ciò non vuol dire che il classicismo di Ravel sia una fredda adesione ai moduli tradizionali, perché proprio nel Trio, e forse più che nel Quartetto in fa, egli rivela una libertà creativa, puntata sulla raffinatezza della scrittura strumentale e sull'inesauribile gioco timbrico, caratteristiche della sua migliore produzione sinfonica e da camera. Ciò appare evidente sin dal primo movimento, un Modéré in 8/8, il cui tema viene esposto in pianissimo dal pianoforte e ripreso in tonalità diverse dal violino e dal violoncello, fino a sfociare in un motivo elegante di danza che ricorda certe soluzioni folcloristiche della musica basca e della Pavane dello stesso Ravel. A proposito di questo, primo tema del Trio, la violinista Hélène Jourdan-Morhange, autrice anche di un libro di ricordi sul musicista, parla di sonorità di cristallo e «allorché il violino inizia il canto con le sue piccole note arpeggiate occorre che tali note siano suonate leggermente «rubate» e senza alcun appoggio d'archetto, un po' come un "glissando" di chitarra hawaiana». Il Pantoum, così chiamato da una forma poetica declamata dai malesi, è uno scherzo brillante, in tempo assai vivo; esso poggia su tre temi: il primo dal ritmo marcato, come quello del pianistico Scarbo, il secondo lirico e il terzo vivace, simile ad uno spigliato divertissement. Nel terzo movimento Ravel recupera l'antica forma della Passacaglia con una pensosa melodia dalla sonorità del pedale d'organo; dopo alcune variazioni in crescendo il violino e il violoncello riprendono il tema in sordina, immergendo l'ascoltatore in un clima di quiete notturna. Il Finale, ritmicamente animato, sembra un allegro girotondo in cui gli strumenti ad arco intessono accordi brillanti e fanno da sfondo alle sortite del pianoforte. Trilli e glissando, in una girandola di colori festosi, concludono in una tonalità chiara e lucente la musica di questo Trio, frutto della personalissima sensibilità di un'artista, il cui stile, come ha scritto un musicologo, risveglia sempre l'interesse e sfida il torpore del pubblico. (1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia, Roma, Sala Accademica di via dei Greci, 21 aprile 1978 |
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Ultimo
aggiornamento 29 dicembre 2011
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