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Daphnis et
Chloé
suite orchestrale n. 2
Musica: Maurice Ravel
Composizione: 1913 Edizione: Durand, Parigi 1913 Vedi sul catalogo al 1909 n. 76 la versione per balletto, al 1910 n. 79 la versione per pianoforte, al 1911 n. 84 la suite n. 1 per orchestra ed al 1912 n. 89 la suite per pianoforte Guida
all'ascolto (nota
1)
Nel 1904 il grande coreografo russo Michel Fokine, allora giovane artista colto e curioso, aveva proposto alla Direzione dei teatri di Pietroburgo un balletto tratto dagli Amori pastorali di Dafni e Cloe, il breve romanzo dello scrittore greco Longo Sofista (abbiamo la sua delicata e raffinatissima narrazione, ma di lui sappiamo solo il nome: si pensa che sia vissuto alla fine del II secolo d.C.). L'idea di Fokine, sorta per un gusto estetistico e classicheggiante, era forse un po' in anticipo per i tempi e i luoghi, e, infatti, i funzionari di Pietroburgo la respinsero. Ma non l'abbandonò Fokine, che pochi anni dopo, forse nel 1908, e in differenti condizioni culturali (si era infatti trasferito a Parigi), ne parlò con Djagilev; e il genialissimo impresario la accettò senza esitare e affidò la musica a Ravel (ma sulle date del progetto e delle decisioni c'è confusione nei ricordi degli interessati). Ravel era giovane (nel 1908 aveva trentatré anni), ma era già molto noto (aveva scritto il Quartetto, i Miroirs per pianoforte, la Rhapsodie espagnole, per citare solo alcuni capolavori). La grazia poetica dell'argomento, la sua novità, le proporzioni spettacolari del proposito scenico, la collaborazione di tre intelligenze superiori (anzi quattro, che Djagilev, naturalmente, scelse subito per protagonista Nijinskij) lasciavano prevedere un lavoro sereno e un'agevole conclusione. Non fu così. Nel suo Dafni e Cloe Longo Sofista altera non poco e semplifica lo schema consueto dei romanzi greci (innamoramento di due giovani, promessa di nozze, impedimenti e peripezie con inganni, rapimenti, viaggi, delusioni, nuovo incontro e felice soluzione: è, come si sa, anche lo schema dei Promessi sposi di Manzoni) perché la vicenda si svolge tra i pastori, in un'Arcadia ideale e stilizzata, e perché Longo descrive il sorgere dell'amore tra i due pastorelli poco più che bambini. In questa prosa levigata e sottile più che le solite avventure e disavventure dei protagonisti (però, c'è anche qui il rapimento), più che la tecnica narrativa, dunque, contano il lirismo panico o languido delle descrizioni bucoliche, e un'accortezza psicologica teneramente attenta ai caratteri di una virginea, infantile sensualità. Noi italiani abbiamo, o avremmo, la fortuna di poter leggere il romanzo di Longo Sofista nella splendida traduzione rinascimentale di Annibal Caro, incomparabilmente superiore alla traduzione francese di Amyot (quella che lesse Ravel) e perfino superiore, forse, all'originale greco per eleganza e chiarezza (ma non credo che la meravigliosa prosa di Caro interessi oggi qualcuno). Mondo della fanciullezza e delle sue fantasie, trasfigurazione letteraria di paesaggi, sogno di un'umanità serena, primitiva, perfetta, naturalmente bella e cortese noi non stupiamo che Ravel abbia dato il meglio di sé in questa grande partitura, a concepire la quale egli fu ispirato e guidato da emozioni fondamentali nella sua visione dell'arte. «È stata mia intenzione comporre un vasto affresco musicale, meno attento all'arcaismo che alla fedeltà verso una Grecia dei miei sogni, che volentieri si congiunge alla Grecia che hanno immaginato e dipinto gli artisti francesi della fine del XVIII secolo» (Ravel, nell'Esquisse biographique, dettata a Roland-Manuel). E scrisse un capolavoro che gli costò non poche amarezze e che per qualche anno ebbe scarso favore (il manoscritto fu terminato il 5 aprile 1912). Le sfortunate vicende finali della creazione del balletto sono complicate e per qualche aspetto confuse. Improvvisamente Djagilev perse interesse per il lavoro, già molto avanzato: o perché tra Ravel e Fokine c'erano state divergenze, o perché qualche anticipo di ascolto della musica lo aveva deluso (chissà perché: quella musica!), o perché stava tramontando la moda dei grandi balletti tradizionali a intreccio (i ballets d'action), con danza, mimica e sostanzioso sostegno orchestrale (con le loro idee estetiche, snobistiche e digiune, Satie e il Cocteau di allora credevano di poter giudicare dall'alto in basso perfino il Daphnis di Ravel e impressionavano Djagilev. Infine, a completamento, durante le prove ci furono furiosi contrasti tra Djagilev e Nijinskij da una parte e Fokine dall'altra (anche Ravel era insoddisfatto delle scene di Leon Bakst, per altro magnifiche in sé e per sé). Si mise in mezzo perfino il corpo di ballo, che trovava serie difficoltà a tenere il tempo di 5/4 rapidissimo nella Danse generale dell'ultima scena (si arrangiarono poi, scandendo ognuno tra sé le cinque sillabe: Djà-gi-lev-Sèrgiei). Sì che un lavoro così limpido, colorito, gioioso nacque tra rancori e scontenti, che guastarono la prima serata (Théàtre du Chàtelet, 8 giugno 1912, con Nijinskij e la Karsavina, direttore Pierre Monteux): quella sera il vero successo toccò a Nijinski, ma per la replica del suo sensualissimo, lascivo Après-midi d'un faune; e alla ripresa dell'anno successivo, il 1913, al Daphnis non andò meglio perché il 29 maggio esplose lo scandalo del Sacre di Stravinskij, che spinse nell'ombra ogni altro balletto. Però Stravinskij affermava che il Daphnis et Chloé è «una delle opere più belle della musica francese». Ma se sulla scena il Daphnis non ha avuto, né allora né poi, un successo paragonabile a quello dei grandi balletti romantici o di altri pochi novecenteschi, le due Suites che Ravel ne ha tratto, sono giustamente un brano tra i più eseguiti del repertorio sinfonico e prediletto dai grandi direttori per il colorismo della prodigiosa strumentazione. La musica della II Suite è quella del terzo dei tre quadri del balletto. I pirati hanno rapito Cloè e Dafni accusa le
ninfe e, sfinito, si assopisce nella loro grotta. Ma esse lo
compatiscono e chiamano a soccorso Pan. E il dio con una sua prodigiosa
apparizione salva Cloè dalle mani dei pirati e la riporta ai
suoi pastori. Qui s'inizia il terzo Quadro (e la II Suite). All'alba,
in un quieto paesaggio arcadico, lo spazio è colmo di voci,
di echi, dei ruscelli, delle brezze mattutine, degli uccelli. Negli
estatici accordi del coro muto, che morbidamente si fonde con
l'orchestra, sentiamo il canto delle creature naturali, delle ninfe,
dei satiri, dei sileni. In lontananza passa un pastore col suo gregge,
poi un altro (ascoltiamo gli acuti arabeschi del loro flauto
campestre). Entrano altri pastori, destano Dafni e gli gettano tra le
braccia la fanciulla salvata. La luce del mattino rifulge, la musica si
espande in una grande melodia di felicità
(«È solo un accordo di re maggiore con la sesta
aggiunta», diceva con compiaciuta modestia Ravel!). Dafni
comprende che la salvezza di Cloè e la loro
felicità sono un dono di Pan. Istruiti e sollecitati dal
vecchio Lammon (impersonato la sera della prima dal glorioso ballerino
e coreografo Enrico Cecchetti, ormai anziano), i due ragazzi mimano la
storia degli amori di Pan e della ninfa Syrinx: ella prima lo rifiuta,
il malinconico dio strappa una canna, si crea un flauto, e, su un ritmo
molle, suona un'acuta, languida serenata. Syrinx-Cloe balla sulla
musica di Pan, prima lentamente poi con animazione sempre
più viva. I due ragazzi terminano la loro recita graziosa,
cadendo l'una nelle braccia dell'altro: l'orchestra ripete con pathos
crescente il tema di Dafni. Irrompono in scena alcune fanciulle vestite
da baccanti, poi giovani pastori esultanti. Nella musica si scatena un
ritmo frenetico (la Danse generale, il famoso 5/4) da cui tutti sono
inebriati e travolti. Franco Serpa
(1) Testo prelevato dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia, Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 3 Febbraio 2002, direttore Myung-Whun Chung |
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