Glossario
Libretto dell'opera



La Clemenza di Tito

Opera seria in due atti, KV 621

Musica: Wolfgang Amadeus Mozart
Libretto: Caterino Mazzolà, da Metastasio

Personaggi:
Organico: 2 flauti, 2 oboi, 2 corni inglesi, 2 clarinetti (2 anche corno di bassetto), 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
Composizione: Vienna - 19 Agosto - Praga, 5 Settembre 1791
Prima rappresentazione: Praga, Nationaltheater, 6 Settembre 1791
Edizione: Breitkopf & Härtel, Lipsia 1795

Sinossi

Atto primo. Vitellia, figlia del deposto predecessore di Tito Vespasiano, progetta di vendicarsi contro l’imperatore (che pure l’affascina) armando contro di lui la mano del proprio spasimante Sesto che, se l’ama veramente, dovrà dimostrarlo uccidendo il monarca ("Come ti piace, imponi"). Giunge Annio, annunciando che le progettate nozze tra Tito e Berenice sono rimandate. Vitellia, rincuorata, chiede a Sesto di sospendere il piano omicida ("Deh, se piacer mi vuoi"). Sesto promette intanto all’amico Annio la mano di sua sorella Servilia ("Deh, prendi un dolce amplesso"). Nel Foro romano si raduna il popolo con il senato e i legati delle province dell’impero (marcia e coro "Serbate, oh dèi custodi"). Tito, congedato il popolo, rivela a Sesto che intende sposare Servilia, elevando così l’amico alla più alta dignità ("Del più sublime soglio"). Ad Annio non resta che avvisare Servilia del triste destino del loro amore ("Ah, perdona al primo affetto"). Nella dimora imperiale sul colle Palatino, Tito riceve la visita di Servilia, che gli rivela il proprio legame con Annio: senza esitazione, l’imperatore decide di non imporre la propria volontà alla ragazza, e ne loda la sincerità ("Ah, se fosse intorno al trono"). Vitellia, ignara dell’ultima decisione di Tito, convince Sesto a eseguire finalmente la vendetta ("Parto: ma tu, ben mio"). Questi ha appena lasciato la scena, quando Publio annuncia a Vitellia che Tito l’ha chiesta in sposa ("Vengo... aspettate... Sesto"). Intanto, presso il Campidoglio, Sesto è lacerato dal rimorso per l’azione intrapresa. Ma è troppo tardi ormai: il Campidoglio è già avvolto dalle fiamme e infuria un tumulto armato, secondo gli ordini da lui impartiti ("Oh dèi, che smania è questa", "Deh conservate, oh dèi"). Quando Vitellia, che lo cerca disperata, riuscirà a trovare Sesto, questi avrà già accoltellato Tito.

Atto secondo. L’imperatore però non è morto. Sesto ha colpito un altro al suo posto. Ad Annio, che gli porta questa notizia, Sesto rivela di essere l’autore della congiura. L’amico lo esorta a non confessare, ma piuttosto a espiare il delitto con «replicate prove di fedeltà» all’imperatore ("Torna di Tito a lato"). Ma Sesto è stato ugualmente scoperto come autore della congiura: Publio giunge con la scorta armata per arrestarlo e condurlo davanti al senato. Nell’addio a Vitellia si agitano i presentimenti di morte di lui e la paura di lei di venire coinvolta nel giudizio ("Se al volto mai ti senti"). L’imperatore fa il suo ingresso nella sala delle pubbliche udienze, attorniato dai patrizi, dai pretoriani e dal popolo ("Ah, grazie si rendano"). A Tito, impaziente di sapere quale fato il senato abbia riservato a Sesto e incredulo di fronte alle accuse mosse all’amico, Publio fa presente come qualche dubbio sull’infedeltà umana possa essere ragionevole ("Tardi s’avvede"). Il senato ha accertato la colpevolezza di Sesto e l’ha condannato «alle fiere». Al decreto manca solo la firma dell’imperatore. Annio chiede pietà per il futuro cognato ("Tu fosti tradito"), mentre Tito è dibattuto fra atroci dubbi sul da farsi ("Che orror, che tradimento"). Decide allora di convocare Sesto ("Quello di Tito è il volto") e, con grande dolcezza amicale, cerca di farsi rivelare i motivi del suo gesto. Non ne ottiene tuttavia che un desolato silenzio cui Sesto è costretto suo malgrado per difendere Vitellia: prima di avviarsi al supplizio manifesta a Tito tutta l’angoscia del rimorso ("Deh, per questo istante solo"). L’imperatore, tuttavia, ha deciso di non firmare la condanna, tenendo così fede al suo ideale di sempre, la clemenza ("Se all’impero, amici dèi"). Publio crede che Sesto sia destinato alle fiere, mentre Vitellia teme di essere stata scoperta. Nell’incertezza di questa situazione giunge Servilia a chiedere a Vitellia di intercedere per il fratello ("S’altro che lagrime"). Sconvolta dagli eventi, Vitellia prende una decisione imprevista: confesserà la sua colpevolezza, tentando così di salvare Sesto, benché il gesto le costi la rinuncia al trono imperiale ("Ecco il punto, o Vitellia... Non più di fiori"). Mentre si sta preparando il supplizio, Tito entra in scena accompagnato dal consueto corteo ("Che del Ciel, che degli dèi"). Sta per rivelare il destino scelto per Sesto quando Vitellia s’inginocchia ai suoi piedi confessando la propria colpa. Pur turbato dalla continua scoperta di nuovi nemici della sua persona, ancora una volta Tito decide di elargire a tutti il proprio generoso perdono ("Tu, è ver, m’assolvi Augusto").

Struttura musicale

Ouverture - Allegro (do maggiore) - 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
Atto I:
Scena I:
Ma che! Sempre l'istesso, Sesto, a dirmi verrai? - Recitativo (Vitellia, Sesto) - continuo
  1. Come ti piace, imponi - Duetto (Vitellia, Sesto) - Andante (fa maggiore). Allegro - flauto, 2 oboi, 2 fagotti, 2 corni, archi
Scena II:
Amico, il passo affretta - Recitativo (Annio, Vitellia, Sesto) - continuo
  1. Deh se piacer mi vuoi - Aria (Vitellia) - Larghetto (sol maggiore). Allegro - 2 flauti, 2 fagotti, 2 corni, archi
Scena III:
Amico, ecco il momento - Recitativo (Annio, Sesto) - continuo
  1. Deh prendi un dolce amplesso - Duetto (Sesto, Annio) - Andante (do maggiore) - 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, archi
Scena IV:
  1. Marcia - Maestoso (mi bemolle maggiore) - 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
  1. Serbate, o Dei custodi - Coro (coro) - Allegro (mi bemolle maggiore) - 2 flauti, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, archi
Te della patria il Padre - Recitativo (Publio, Annio, Tito) - continuo
Serbate, O Dei custodi - Coro (coro) - Allegro (mi bemolle maggiore) - 2 flauti, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, archi
Basta, basta o miei fidi - Recitativo (Tito) - continuo
Marcia - Maestoso (mi bemolle maggiore) - 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
Adesso, o Sesto, parla per me - Recitativo (Annio, Sesto, Tito) - continuo
  1. Del più sublime soglio - Aria (Tito) - Andante (sol maggiore) - 2 flauti, 2 fagotti, 2 corni, archi
Scena V:
Non ci pentiam  - Recitativo (Annio, Servilia) - continuo
  1. Ah, perdona al primo affetto - Duetto (Servilia, Annio) - Andante (la maggiore) - flauto, 2 oboi, 2 fagotti, archi
Scena VI:
Che mi rechi in quel foglio? - Recitativo (Tito, Publio, Servilia) - continuo
Scena VII:
Di Tito al piè - Recitativo (Servilia, Tito) - continuo
  1. Ah, se fosse intorno al trono - Aria (Tito) - Allegro (re maggiore) - 2 oboi, 2 fagotti, 2 corni, archi
Scena VIII:
Felice me! - Recitativo (Servilia, Vitellia) - continuo
Scena IX:
Ancora mi schernisce? - Recitativo (Vitellia, Sesto) - continuo
  1. Parto, parto, ma tu ben mio - Aria (Sesto) - Adagio (si bemolle maggiore). Allegro - 2 oboi, clarinetto, 2 fagotti, 2 corni, archi
Scena X:
Vedrai, Tito, vedrai che alfin - Recitativo (Vitellia, Publio, Annio) - continuo
  1. Vengo! aspettate! - Terzetto (Vitellia, Annio, Publio) - Allegro (sol maggiore) - 2 flauti, 2 oboi, 2 fagotti, 2 corni, archi
Scena XI:
  1. Oh Dei, che smania è questa - Recitativo (Sesto) - Allegro assai (do maggiore). Andante. Allegro assai - 2 oboi, 2 fagotti, 2 corni, archi
  1. Deh conservate, o Dei! - Quintetto con coro (Sesto, Annio, Servilia, Vitellia, Publio, coro) - Allegro (mi bemolle maggiore). Andante - 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
a. Io Sesto non intendo - Quintetto con coro (Sesto, Annio, Servilia, Vitellia, Publio, coro)
    Allegro (mi bemolle maggiore)  - 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
Scena XII:
b. Chi per pietate oh Dio! - Quintetto con coro (Sesto, Annio, Servilia, Vitellia, Publio, coro)
    Allegro (do minore) - 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
Scena XII:
c. Ah, dove mai m'ascondo? - Recitativo (Sesto)
    2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
d. Sesto!... Da me che vuoi? - Recitativo (Vitellia, Sesto, Servilia, Annio, Publio)
    2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
e. Ah dunque l'astro è spento - Finale con coro (Vitellia, Servilia, Annio, Sesto, Publio, coro)
    Andante (do maggiore) - 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
Atto II:
Scena I:
Sesto, come tu credi, Augusto non perì - Recitativo (Annio, Sesto) - continuo
  1. Torna di Tito a lato - Aria (Annio) - Allegretto (sol maggiore) - archi
Scena II:
Partir deggio, o restar? - Recitativo (Sesto, Vitellia) - continuo
Scena III:
Sesto!... Che chiedi? - Recitativo (Publio, Sesto, Vitellia) - continuo
Scena IV:
  1. Se al volto mai ti senti - Terzetto (Vitellia, Sesto, Publio) - Andantino (si bemolle maggiore). Allegretto - 2 oboi, 2 fagotti, 2 corni, archi
Scena V:
  1. Ah grazie si rendano al sommo fattor - Coro (coro) - Andante (fa maggiore) - 2 flauti, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, archi
Già de' pubblici giuochi - Recitativo (Publio, Tito) - continuo
  1. Tardi s'avvede d'un tradimento - Aria (Publio) - Allegretto (do maggiore) - 2 oboi, 2 corni, archi
Scena VI:
No, così scellerato - Recitativo (Tito) - continuo
Signor! pietà per lui - Recitativo (Annio, Publio, Tito) - continuo
Scena VII:
Cesare, nol diss'io? - Recitativo (Publio, Tito) - continuo
  1. Tu fosti tradito - Aria (Annio) - Andante (fa maggiore) - 2 oboi, 2 fagotti, 2 corni, archi
Scena VIII:
Che orror! che tradimento! - Recitativo (Tito) - Allegro - archi
Scena IX:
Ma, Publio, ancora Sesto non viene? - Recitativo (Tito, Publio) - continuo
Scena X:
  1. Quello di Tito è il volto - Terzetto (Sesto, Tito, Publio) - Larghetto (mi bemolle maggiore). Allegro - 2 flauti, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, archi
Eppur mi fa pietà - Recitativo (Tito, Sesto) - continuo
  1. Deh per questo istante solo - Rondò (Sesto) - Adagio (la maggiore). Allegro. Più Allegro - flauto, 2 oboi, 2 fagotti, 2 corni, archi
Scena XI:
Dove s'intese mai - Recitativo (Tito) - continuo
Scena XII:
Publio. Cesare - Recitativo (Publio, Tito) - continuo
  1. Se all'impero, amici Dei! - Aria (Tito) - Allegro (si bemolle maggiore). Andantino. Allegro - 2 flauti, 2 oboi, 2 fagotti, 2 corni, archi
Scena XIII:
Publio, ascolta! - Recitativo (Vitellia, Publio) - continuo
Scena XIV:
Non giova lusingarsi - Recitativo (Vitellia, Servilia, Annio) - continuo
  1. S'altro che lacrime - Aria (Servilia) - Tempo di Menuetto (re maggiore) - flauto, oboe, fagotto, corno, archi
Scena XV:
  1. Ecco il punto, o Vitellia - Recitativo (Vitellia) - Allegro (re maggiore) - archi
  1. Non più di fiori - Rondò (Vitellia) - Larghetto (fa maggiore). Allegro. Andante maestoso - flauto, 2 oboi, corno di bassetto, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
Scena XVI:
  1. Che del ciel, che degli Dei - Coro (coro) - Andante maestoso (sol maggiore) - 2 flauti, 2 oboi, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
Pria che principio - Recitativo (Tito, Annio, Servilia) - continuo
Scena XVII:
Sesto, de' tuoi delitti - Recitativo (Tito, Vitellia, Sesto, Servilia) - continuo
  1. Ma, che giorno è mai questo? - Recitativo (Tito) - Allegro (re minore) - archi
  1. Tu, è ver, m'assolvi Augusto? - Finale (Vitellia, Servilia, Sesto, Annio, Tito, Publio, coro) - Allegretto (do maggiore) - 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi

Arie di rilievo

n.   2: «Deh se piacer mi vuoi» (Vitellia)
n.   6: «Del più sublime soglio» (Tito)
n.   8: «Ah, se fosse intorno al trono» (Tito)
n.   9: «Parto, parto, ma tu ben mio» (Sesto)
n. 10: «Vengo... aspettate!» (terzetto)
n. 11: «Oh Dei, che smania è questa» (sesto)
n. 12: «Deh conservate, oh Dei! » (quintetto)
n. 17: «Tu fosti tradito! » (Annio)
n. 18: «Quello di Tito è il volto» (terzetto)
n. 23: «Non più fiori di vaghe catene» (Vitellia)
n. 24: «Che del del, che degli Dei» (coro)
n. 26: «Tu, è ver, m'assolvi, Augusto?» (sestetto finale)

Commento 1 (nota 1)

Nell’ultimo anno della sua vita, Mozart ricevette un’importante commissione originariamente destinata a Salieri. In occasione dei festeggiamenti per l’incoronazione a re di Boemia dell’imperatore Leopoldo II, il 20 luglio 1791, i rappresentanti degli stati boemi firmarono con l’impresario Guardasoni un contratto per un’opera celebrativa dell’avvenimento. Sulla base di questa data, sappiamo che Mozart, all’epoca a buon punto della composizione del Flauto magico, poté cominciare il lavoro quasi a ridosso della prima rappresentazione, prevista per il 6 settembre. Per il titolo del dramma la scelta cadde su uno dei più celebrati testi mestastasiani, scritto nel 1734 sempre per una festività della corte di Vienna (all’epoca il sovrano cui si alludeva con il personaggio di Tito era l’imperatore Carlo VI, padre di Maria Teresa).

A quasi sessant’anni dalla sua nascita, il libretto di Metastasio non venne assunto sic et simpliciter, ma fu affidato alle cura di Caterino Mazzolà, poeta di corte dell’Elettore di Sassonia. Questi operò, senza dubbio d’intesa con il compositore, in modo che il dramma venisse «ridotto a vera opera», come recita l’annotazione che Mozart appose sul catalogo delle sue opere in data 5 settembre 1791, alla vigilia dell’importante allestimento: sia Mozart, sia il Gluck della riforma, professavano un classicismo in teatro e in musica ben diverso da quello a suo tempo divulgato in tutta Europa da Metastasio. I tempi gloriosi dell’opera seria erano inequivocabilmente trascorsi, e un testo appartenente a quel genere, per quanto splendido, necessitava di radicali ‘restauri’ per poter venire ancora presentato al pubblico. Anche a costo di smarrire, nella riscrittura, l’efficacia di luoghi giustamente famosi, come il recitativo di Tito (III,7) già elogiato da Voltaire, qui ampiamente mutilato, oppure dell’aria "Se mai senti spirarti sul volto", tanto importante nella Clemenza di Tito di Gluck, ridotta a un terzetto che assicura più fludità all’azione scenica, ma attenua il valore poetico e drammatico dei versi e l’intensità della situazione. Buona parte del congegno drammatico della Clemenza mozartiana si basa sugli ensembles, assenti in Metastasio e introdotti da Mazzolà come un mezzo occorrente a farne un testo per musica più confacente ai tempi. In particolare nel terzetto "Vengo... aspettate... Sesto", dal sofisticato effetto di ‘straniamento’ ottenuto facendo commentare lo smarrimento di Vitellia dagli altri due personaggi, Publio e Annio, che si esprimono in perfetto linguaggio da opera buffa, esaltando per contrasto l’angoscia della situazione, dipinta dagli archi, lanciati in disegni e tremoli di grande concitazione (Vitellia ha appena saputo di essere stata designata imperatrice, ma Sesto è già partito per uccidere Tito). Estremamente efficace, nella presentazione di sentimenti diversi in corrispondenza di una congiuntura eccezionale, è anche il finale primo, significativamente denominato «quintetto con coro». Comprendendo le ultime quattro scene del primo atto, il concertato viene costruito attraverso il progressivo convenire di tutti i personaggi tranne Tito (del quale, proprio a questo punto del dramma, viene annunziato l’assassinio). L’evento viene così commentato da tutto il cast, da ciascuno secondo il proprio punto di vista, mentre l’orchestra assicura il collegamento tra le diverse entrate dei personaggi e, con un motivo in ‘ostinato’, sottolinea l’atmosfera di terrore in cui si svolgono i drammatici eventi. La situazione si presenta distinta musicalmente su due piani: da un lato i cinque solisti sul proscenio, in balìa del disorientamento più totale, sullo sfondo invece il coro con le sue inquietanti esclamazioni, ulteriore turbamento per i personaggi che le odono indistintamente («Le grida, ahimè! ch’io sento / Mi fan gelar d’orror»), mentre si scorge in lontananza il Campidoglio devastato dalle fiamme. La natura corale di tutto il quintetto emerge soprattutto dopo l’unica reale cesura del brano, all’altezza di quell’Andante in cui culmina tutto il pezzo, in corrispondenza della notizia della morte dell’imperatore. Il ritmo drammatico rallenta improvvisamente in contrasto con la concitazione dell’Allegro precedente, per mantenersi sospeso sino al calare del sipario, quando l’atto si spegne in un’aura di inquietante mistero.

Concluso dunque con questo taglio moderno il primo atto, l’opera riprende con un recitativo secco, che già dal secondo verso rivela come Tito sia ancora in vita. Scelta drammatica di indubbia efficacia per chi, come i personaggi e gli spettatori con loro, aveva terminato l’atto precedente con la convinzione di una tragedia già consumata. Tito è ancora una volta assente e appare solo alla quarta scena, che lo presenta attorniato da patrizi, pretoriani e popolo nella sala delle udienze. L’ingresso dell’imperatore è salutato da un singolare coro, la cui dolcezza pare intrisa di semplicità popolaresca e come di intenso sentimento religioso. Il secondo atto riserva al personaggio di Sesto molte occasioni di splendore drammatico/musicale. In particolare in due numeri successivi: il terzetto "Quello di Tito è il volto" e l’aria-rondò "Deh, per questo istante solo". In essi rifulge al meglio l’inventiva melodica di Mozart: così avviene nella seconda sezione (Allegro) del terzetto, nonché per tutta la durata dell’aria. In entrambi i testi viene trattato un unico tema, quello di un’angoscia profonda come la morte: il desiderio di Sesto di morire piuttosto di continuare a dibattersi in tanto turbamento morale. Se però la frase del terzetto «chi more / Non può di più penar» ottiene una prevedibile, intensa intonazione del tutto consona al suo significato, un’affermazione analoga nell’aria, «Tanto affanno soffre un core, / Né si more di dolor?» riceve una veste musicale sconcertante. La melodia da rondò di Sesto fa la sua comparsa da un ‘altrove’ di siderale lontananza, come una voce di quasi metafisica gratuità, estranea a ogni dolore, che pare risolto in un gioco di innocenza primigenia. Un ritorno alle origini vicinissimo a certe atmosfere del Flauto magico e ad altre melodie del Mozart estremo. La cifra dell’ultimo Mozart si insinua anche nel fascino di altre melodie: come quelle del duetto "Ah, perdona al primo affetto", che paiono concepite per il timbro vellutato del clarinetto, rappresentazioni evanescenti eppure così intense della nostalgia di un tempo dell’innocenza, fantasma edenico di una felicità umana carissimo alla poetica del compositore. Si noti en passant come i ruoli di Annio e Servilia siano certamente secondari nell’economia del dramma: nella musica di Mozart assurgono invece a una dignità inedita a causa della sincerità dei loro affetti. Annio in particolare vive un momento di gloria anche nel duettino con Sesto "Deh, prendi un dolce amplesso" analogo nel carattere al duetto con Servilia. Una peculiarità del Mozart dell’ultima maniera è rintracciabile pure nella predilezione per alcuni strumenti in auge da un capo all’altro della partitura, ed emergenti soprattutto in taluni momenti-chiave. Il clarinetto solista compare nel momento in cui il piano per uccidere Tito entra in azione, cioè nell’addio di Sesto a Vitellia, l’aria "Parto: ma tu, ben mio". Qui rappresenta la voce più profonda dell’io del personaggio, totalmente dominato dal fascino fatale della bellezza, il suo desiderio inappagato e illusorio dell’amore di Vitellia. Il corno di bassetto, questo ‘fratello’ inquietante del clarinetto, si afferma invece al termine della vicenda, quando Vitellia prende la decisione suprema di sacrificare la sua ambizione: nel rondò "Non più di fiori" lo strumento è immagine dirompente e ossessiva della morte che la protagonista considera ormai il suo destino imminente. In queste pagine, come ha scritto Giovanni Carli Ballola, il corno di bassetto muggisce cupo come il Minotauro del labirinto di Borges, facendo eco, con la sua voce sinistra, all’indugiare continuo della voce nel registro basso (utilizzando tra l’altro una melodia del tutto analoga a quella segnalata dell’aria-rondò di Sesto, spia del pensiero fisso della morte, destino ultimo). Il pezzo si era aperto ben diversamente, in un idillico fa maggiore chiamato a rappresentare la visione beata delle catene di fiori intrecciate da Imene disceso dal cielo. Ma l’Allegro successivo disperde in un baleno ogni traccia della serenità del Larghetto, per lasciar spazio a un’estrema e tremenda icona del clima di tragedia incombente, che ha gravato sull’azione dall’inizio dell’opera. Emergendo da questi abissi, la marcia e coro "Che del Ciel, che degli dèi" (II,24), collegate senza soluzione di continuità con il rondò di Vitellia, si rivelano come una folgorazione. L’incubo della morte, la solitudine e l’angoscia della protagonista, il tetro lamento del corno di bassetto si infrangono contro lo splendore sonoro di un’orchestra addobbata a festa. Lo sfarzo e la grandiosità di quei ritmi puntati, in un’atmosfera da trionfo händeliano, costituiscono la cornice finalmente solenne - ma non vacua - della celebrazione del potere sovrano. Le lodi di Tito, ora intonate dal coro sugli splendidi, raffinati versi metastasiani, occupano questo ultimo squarcio dell’opera, ambientato non a caso in un «luogo magnifico», manifestazione anche spaziale dello splendore imperiale. Il trionfo che ci si appresta a celebrare non è tanto quello di un uomo, ma della sua clemenza, che tutti i complotti del dramma non sono bastati a piegare e che giunge ‘costante’ e vittoriosa all’ultimo traguardo.

Raffaele Mellace

Commento 2 (nota 2)

Nell'ultimo anno della sua vita Mozart fu sollecitato a comporre su commissione tre partiture, diverse per stile e qualità musicale, ma ugualmente interessanti e significative nel contesto della vasta produzione dell'autore. La prima proposta gli venne fatta a maggio del 1791 dal celebre impresario Emanuel Schikaneder, che Mozart aveva conosciuto undici anni prima a Salisburgo e che dirigeva un importante teatro a Vienna. Schikaneder sottopose all'attenzione di Mozart il suo libretto sul Flauto magico (Die Zauberflöte), improntato agli ideali umanitari e di ricerca della verità, della bontà e della bellezza, secondo i canoni della originaria e antica concezione massonica. Mozart si mise subito al lavoro, ma dovette interromperlo a luglio quando gli si presentò il maggiordomo di un certo conte Franz Walsegg, che lo invitava a comporre una Messa di requiem dietro pagamento di una somma stabilita dallo stesso musicista. Il conte Walsegg era un musicista dilettante e di scarso talento, che si rivolgeva a compositori di rango per avere in modo anonimo le loro partiture. Li pagava generosamente e faceva eseguire le loro opere come se si trattasse delle proprie. Si sa che egli ordinò il Requiem in memoria della defunta moglie e ne diresse l'esecuzione nella chiesa dei Cistercensi a Vienna il 14 dicembre 1793: poco dopo l'imbroglio fu chiarito. Nel mese di agosto venne il terzo invito, più urgente e pressante degli altri: l'imperatore Leopoldo II doveva essere incoronato re di Boemia a Praga il 6 settembre e le autorità locali incaricarono il direttore del teatro della città, Guardasoni, di rivolgersi a Mozart perché scrivesse un'opera per quella occasione. Mancavano solo quattro settimane alla data prevista e la scelta del libretto fu in un certo senso obbligata e cadde su un testo scritto da Metastasio nel 1734: La clemenza di Tito, dramma nobile e solenne di argomento romano, già utilizzato in precedenza da altri musicisti, fra cui Antonio Caldara, Leonardo Leo, Johann Adolf Hasse, Christoph Willibald Gluck, Baldassare Galuppi, Nicolò Jommelli, Ignaz Holzbauer, Giuseppe Scarlatti, Pasquale Anfossi, Johann Gottlieb Naumann e Pier Alessandro Guglielmi.

Il dramma metastasiano venne adattato e rimaneggiato per l'opera mozartiana da Caterino Mazzola, poeta alla corte di Sassonia e vecchio amico del ben più famoso Lorenzo Da Ponte. I tre atti dell'originale vennero condensati in due, i lunghissimi recitativi secchi furono abbreviati, molte vecchie arie vennero sostiute da arie nuove, composte appositamente e che offrivano maggiori possibilità inventive al compositore. Inoltre furono aggiunti diversi pezzi d'insieme: tre duetti, due terzetti, il quintetto finale del primo atto e il sestetto finale del secondo. In fondo lo scopo principale al quale teneva l'ambiente della corte di Leopoldo II, da cui l'opera era stata ispirata indirettamente, era quello di esaltare l'ideale di una monarchia saggià e illuminata in un difficile momento storico in cui la Rivoluzione francese tentava di far saltare in aria le basi dello Stato assolutista. Non per nulla il soggetto tratta della generosa clemenza dell'imperatore romano Tito, vissuto fra il 39 e F81 dopo Cristo e riconosciuto dai contemporanei per il suo carattere docile e accomodante con la qualifica di "amore e delizia del genere umano". Ed ecco il sunto del libretto: Vitellia, figlia dell'imperatore precedente Vitellio, offesa dal rifiuto di Tito di sposarla, persuade l'amico più stretto dell'imperatore, Sesto, innamorato di lei e ubbidiente ai suoi voleri, a fomentare una cospirazione. Tito, che dal canto suo vorrebbe sposare Servilia, sorella di Sesto, scopre che costei ama Annio, un amico del fratello, e compie il suo primo atto di clemenza, abbandonandola per lui. Tito decide allora di sposare Vitellia e incarica il generale Publio di informarla delle sue intenzioni. Ma Publio giunge troppo tardi: Vitellia ha ormai convinto Sesto a dar fuoco al Campidoglio e uccidere Tito. Sesto riesce a portare a termine soltanto la prima parte della missione, ma è incapace di uccidere l'imperatore e ritorna da Vitellia. Il primo atto si conclude con l'incendio del Campidoglio, tra l'orrore e l'angoscia dei principali personaggi del dramma. Nel secondo atto Tito scopre la congiura, dopo essere sfuggito alla morte. Sesto confessa la sua colpa ad Annio, che lo esorta a fuggire. Vitellia cerca di allontanare il suo protetto, perché sa che Tito non è una persona vendicativa. Publio arresta l'autore dell'incendio del Campidoglio, il quale viene giudicato dal Senato e condannato a morte. Tito si incontra con Sesto, che rifiuta di coinvolgere Vitellia nel complotto contro l'imperatore. Tito strappa il foglio su cui aveva firmato la condanna a morte dei cospiratori. Vitellia confessa alla fine la sua partecipazione al complotto, proprio quando Sesto sta per essere gettato in pasto alle belve feroci. Tito compie ancora un atto di clemenza e perdona tutti, in un clima di festosa riconciliazione. «Sia noto a Roma - egli dice - ch'io son lo stesso, e ch'io tutto so, tutti assolvo e tutto oblio».

Per quanto rigurda l'impegno di Mozart è noto che la partitura della Clemenza di Tito fu completata in soli diciotto giorni; il compositore fu costretto a recarsi subito a Praga, accompagnato dalla moglie Costanza e dall'allievo Süssmayr (forse anche dal clarinettista Anton Stadler, del quale era prevista una parte di rilievo in orchestra), prendendo appunti perfino in carrozza e nei brevi momenti di sosta. La rappresentazione si svolse a Praga il 6 settembre 1791 con tutta la magnificenza possibile, dopo il banchetto dell'incoronazione. Gli interpreti principali nei ruoli di Tito e di Vitellia furono il tenore Antonio Baglioni, che era stato il primo Ottavio nel Don Giovanni, e il giovane soprano Maria Marchetti, mentre le parti maschili di Sesto e di Annio furono affidate al castrato Bedini e alla cantante Perini. L'opera fu accolta freddamente e nessuno rimase soddisfatto dalla musica così asciutta e classicamente lineare scritta da Mozart. Addirittura le cronache raccontano che l'imperatrice Maria Luisa, figlia del re di Napoli, abbia esclamato, senza molta finezza di linguaggio, che si era trattato «di una porcheria tedesca in stile italiano». La situazione, però, cambiò subito e nelle recite successive il pubblico manifestò un'adesione più aperta e cordiale nei confronti della musica di questo lavoro, come attesta lo stesso Mozart in una lettera inviata alla moglie in data 7 ottobre 1791 e basata sul resoconto di qualche amico spettatore. «Tito - scrive Mozart - venne rappresentato a Praga per l'ultima volta (30 settembre) con un enorme successo. Bedini cantò ancor meglio del solito. Il breve duetto in la maggiore delle due fanciulle dovette essere ripetuto e se il pubblico non avesse temuto di stancare madame Marchetti avrebbe richiesto anche il bis del rondò. Grida di bravo vennero lanciate all'indirizzo del clarinettista Stadler per le arie n. 9 e n. 23 dalla platea e perfino dall'orchestra...». Il successo dell'opera andò crescendo con il passare del tempo, anche se, ad onor del vero, essa ha sempre suscitato pareri discordi da parte di musicologi di diversa formazione e indirizzo culturale. Il De Saint-Foix, nella sua fondamentale biografia mozartiana, sostiene che La clemenza di Tito può essere definita «il capolavoro latino di Mozart: dalla sua concisione, dalla sua elevatezza tutta romana nell'espressione, noi ricaviamo l'idea nettissima (non avendola purtroppo mai vista sulla scena) che l'opera contenga, sotto forma di arie e di cori così come di pezzi d'insieme, dei brani che sembrano scolpiti nel bronzo, tanto sono nette, solide e pure le linee espressive»; Secondo un altro fedele mozartiano, Paumgartner, «La clemenza di Tito, pur condizionata da una teatralità convenzionale, ha qualcosa di imponderabile, di commovente, di umano... tanto da non dover scomparire dalle scene, ad onta dei suoi affossatori». A detta di Alfred Einstein, Mozart non potè scrivere un capolavoro, come Le nozze di Figaro o Il flauto magico, perché «il libretto di Metastasio è troppo artificioso e i protagonisti del dramma sono più marionette che veri personaggi. Ma nell'opera non mancano pagine di indubbio valore, come, ad esempio, le due arie lunghe, quella di Sesto (n. 19) - la più celebre della partiturta - e quella di Vitellia (n. 23), che conduce con molta efficacia alla fatale "marche de supplice" finale. Senza contare le parti decorative - marce e cori - tutte assai vive». Per Edward J. Dent ("Il teatro di Mozart") «La clemenza di Tito venne composta da un uomo dalla salute compromessa dall'eccessivo lavoro, costretto a scrivere in fretta e controvoglia. Mozart sapeva anche a che pubblico si sarebbe rivolto. Ricordandosi   dell'osservazione   di   Giuseppe II: "Troppe note, mio caro Mozart", egli adottò uno stile sobrio e facile, con semplici melodie di stampo antiquato, le più semplici armonie e la più trasparente orchestrazione. Le arie vennero ridotte di proporzione quanto più possibile; egli inventò per esse una forma nuova desunta dalle opere francesi di Gluck, con una introduzione lenta seguita da un tempo rapido». Giorgio Vigolo, ammiratore da sempre della Clemenza di Tito, ritiene questa partitura mozartiana un «classico, se mai ve ne fu uno, da rileggere spesso, al riparo da ogni routine e da ogni fretta, per gustarne e approfondirne la splendida perfezione... Si aggiunga che Mozart nel Tito è stringatissimo, traccia le sue arie, i suoi pezzi, con la più rapida concisione, non si ripete e passa subito ad una nuova idea». A completamento di questa breve rassegna di giudizi critici su questa opera mozartiana vale la pena di riferire quanto scrisse Luigi Magnani nel febbraio 1966 su "Lo spettatore musicale". «Come sempre Mozart, guidato dal suo infallibile istinto - afferma Magnani - procede tranquillo e sicuro tra i generi e le forme più disparate, senza rimanere mai impigliato nei lacci della moda e del gusto. Neppure ora che dal modernismo romantico, prettamente tedesco, del Flauto magico, è caduto nelle pastoie classicheggianti della vecchia opera seria italiana, qual'è La clemenza di Tito: due mondi profondamente diversi, anzi opposti, ma che il suo genio, come già avvenne per l'Idomeneo e il Ratto dal serraglio, sa comprendere in sé senza uscire dal suo vasto regno. E sarà per ragioni opposte a quelle addotte non senza ironia da Wagner che noi ammiriamo Mozart anche per avere egli trovato per il Tito una musica come quella del Don Giovanni e di Così fan tutte, una musica come quella del Figaro, bensì una musica diversa, adeguata al genere e al testo che gli furono imposti, ispirata all'ideale di classicità, che riviveva in lui per rispondere ad una sua nuova esigenza di un'arte più semplice, spoglia e severa, espressione diretta del suo animo distaccato dalla terra, contristato e deluso».

Questo spirito classico - è la chiave con cui bisogna entrare nel mondo della Clemenza di Tito - si manifesta sin dall'ouverture, aperta da solenni unisoni intervallati da lunghe pause, per poi svilupparsi attraverso un concitato primo tema, un secondo tema di dolce cantabilità e un terzo tema in tempo fugato. Il brano riflette il clima nobilmente eroico tipico dell'opera seria di stampo settecentesco. Il primo atto composto da dodici brani alterna, così come il secondo atto, costituito invece da quattordici pezzi, recitativi a parti cantate; è caratterizzato subito dal duetto fra Sesto e Vitellia ("Come ti piace, imponi"), articolato in un Andante, in cui i due personaggi cantano in forma alternativa, e in un Allegro a due voci, ora insieme e ora con brillanti imitazioni. L'aria di Vitellia ("Deh! se piacer mi vuoi") ha un andamento lirico di delicata morbidezza musicale: anche qui, come in diverse arie della Clemenza di Tito, ad un tempo lento subentra un tempo vivace. Segue il duettino affettuosamente sentimentale fra Sesto e Annio ("Deh! prendi un dolce amplesso") e poi viene la marcia militare ben ritmata con il coro ("Serbate, o Dei custodi") dal tono sostenuto e classicheggiante. Nel sesto brano Tito canta la sua prima aria ("Del più sublime soglio"), che è un Andante con moto di malinconica finezza espressiva. Il duetto tra Annio e Servilia ("Ah! perdona al primo affetto") è una pagina di straordinaria purezza cantabile, che non per niente piacque tanto a Beethoven anche per le eleganti punteggiature strumentali. La seconda aria di Tito ("Ah! se fosse intorno al trono") ha una impronta abbastanza marcata nel ritmo. Più ricca e varia è la successiva aria di Sesto ("Parto, parto, ma tu ben mio meco ritorna in pace") contrassegnata da un Adagio e da un Allegro, magnificamente sorretti dal pastoso timbro del clarinetto concertante. Di tono concitato e drammatico è il terzetto tra Vitellia, Annio e Publio ("Vengo, aspettate!") in cui il rimorso del primo personaggio esplode con accenti impetuosi quando sa che Tito, contro cui aveva organizzato un complotto, si accingeva a sposarla. Dopo il lungo recitativo di Sesto ("Oh Dei, che smania è questa") ecco il quintetto finale del primo atto con l'intervento del coro ("Deh! conservate o Dei") che è tra le pagine più esaltate di questa opera mozartiana. La scena del tentato assassinio di Tito e dell'incendio del Campidoglio inizia in tempo Allegro con l'incalzante declamato dei personaggi, intercalato dalle uscite del coro, per poi sfociare in un Andante di assorta e angosciosa espressività.

La prima aria del secondo atto è quella di Annio ("Torna di Tito a lato") su una linea melodica quanto mai tenera e affettuosa. Il successivo terzetto fra Sesto, Vitellia e Publio ("Se al volto mai ti senti") comincia con un Andantino su un accurato accompagnamento orchestrale e termina in tempo Allegretto sulle parole di rimorso di Vitellia. Un canto semplice e misurato sottolinea l'intervento del coro ("Ah! grazie si rendano") e quello di Tito che si alterna all'altro. Ecco poi due arie affidate a due personaggi secondari: l'aria per basso di Publio ("Tardi s'avvede") e l'aria di Annio ("Tu fosti tradito"), più variegata musicalmente rispetto all'altra. Un Larghetto e un Allegro sottolineano il terzetto fra Sesto, Tito e Publio ("Quello di Tito è il volto?") in cui il discorso sonoro diventa più denso e aderente ai vari stati d'animo dei personaggi. L'aria patetica di Sesto ("Deh, per questo istante") comincia con un Adagio, prosegue con un Allegro e termina con un Più allegro; in partitura Mozart la definisce un Rondò per la circolarità del movimento musicale sullo stesso tema. Tito canta la sua terza aria ("Se all'impero, amici Dei") costruita su un Allegro, un Andantino e una ripresa dell'Allegro: il tono è abbastanza imperioso nella sua aulica compostezza. Graziosa e in tempo di minuetto è la breve aria di Servilia ("S'altro che lacrime") e ad essa fa seguito l'intervento di Vitellia, prima con un recitativo accompagnato ("Ecco il punto, o Vitellia") e poi il rondò ("Non più di fiori vaghe catene"), dove da un clima liederistico si passa ad una intensa articolazione vocale, adeguatamente contrappuntata dal timbro scuro del corno di bassetto, che è un clarinetto in fa. A questo punto la scena si illumina per il canto del coro ("Che del ciel, che degli Dei") che accoglie Tito con solennità al suo ingresso nell'anfiteatro. L'imperatore esprime con un recitativo accompagnato ("Ma che giorno è mai questo?") il suo perdono e la sua magnanimità di animo. Dopo di che si giunge al maestoso finale, avviato dal canto di Sesto ("Tu, è ver, m'assolvi Augusto?") continuato e sviluppato da Tito, dagli altri personaggi e dal coro in una progressione orchestrale di festosa atmosfera celebrativa che si richiama al ritmo marziale dell'ouverture. E con il trionfo della ragione, intesa come superiore categoria dello spirito, si conclude La clemenza di Tito, in cui sembra riflettersi e delinearsi con chiarezza di contorni quell'ideale di armonia auspicato ed esaltato dal pensiero illuministico, visto soprattutto sotto il profilo estetico della caratterizzazione e del valore del linguaggio musicale.


(1) "Dizionario dell'Opera 2008", a cura di Piero Gelli, edito da Baldini Castoldi Dalai editore, Firenze
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 17 novembre 1985

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Ultimo aggiornamento 19 novembre 2014
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