Quando l'impresario Johann Peter Salomon giunse a Vienna per trattare con Haydn il suo soggiorno inglese, contattò anche Mozart per fargli un'offerta alle stesse condizioni. Sembra però che Mozart non abbia dato alcun seguito a questa proposta, così come non aveva preso in considerazione la lettera che l'amministratore dell'Opera italiana a Londra, Robert Bray O'Reilly, gli aveva fatto recapitare nell'ottobre 1790. O'Reilly gli offriva di rimanere in Inghilterra per alcuni mesi, al massimo fino a giugno 1791, con l'obbligo di scrivere due opere teatrali per un cachet di 300 sterline, corrispondenti alla cospicua cifra di 3000 fiorini austriaci. Probabilmente Mozart non se la sentì di lasciare sola la moglie, all'epoca in condizioni incerte di salute. Era inoltre impegnato in "casa" su vari fronti: si era attivato, dopo la morte di Giuseppe II e l'elezione di Leopoldo I, per il mantenimento e magari il miglioramento delle proprie condizioni a corte; si era anche mosso perché il suo valore di compositore nell'ambito della musica sacra venisse riconosciuto a corte e presso le più importanti istituzioni religiose viennesi; il teatro musicale lo impegnava anche nel continente, con riprese dei suoi drammi giocosi e con nuove composizioni. In più c'era l'attività di interprete, alla quale Mozart destinava, non dimentichiamolo, parte delle sue energie creative, attività che lo impegnava in manifestazioni di variegata importanza.
Proprio in una di queste occasioni, il 4 marzo 1791, egli presentò il Concerto per pianoforte e orchestra K. 595, iniziato nel 1788, messo da parte e poi terminato nel gennaio del 1791, ultima sua composizione del genere. L'esecuzione avvenne nei locali (era forse un ristorante) di un certo signor Jahn, durante un'"accademia" (cioè un'esibizione musicale con più autori ed esecutori) a beneficio del clarinettista Joseph Bähr. Ecco un "avviso" dell'epoca che da notizia di quella serata: «II signor Bähr, compositore di corte presso sua maestà l'imperatore di Russia, venerdì prossimo 4 marzo avrà l'onore di esibirsi più volte al clarinetto nei locali del signor Jahn in una grande accademia musicale. Nel corso della stessa serata canterà la signora Lange e il maestro di cappella Mozart suonerà un concerto sul fortepiano». La disponibilità di un'orchestra ridotta per via del limitato spazio dei locali, la necessità di calibrare i tempi in base alle esigenze degli altri solisti, furono aspetti che, oltre agli ovvi bisogni espressivi, spinsero forse Mozart ad approntare un Concerto più contenuto per lunghezza ed organico rispetto alle precedenti produzioni per pianoforte e orchestra. Il Concerto K. 595 è infatti un ibrido tra un Concerto vero e proprio e una creazione cameristica. Possiede dunque la brillante fluidità dialogica del Concerto e la ricercatezza di certe scelte cameristiche. Di mediare fra questi aspetti si incarica una scrittura pianistica composta e scorrevole.
Il primo movimento, Allegro, ha natura enigmatica avvertibile già dall'inizio: sembra viaggiare su binari galanti e nello stesso tempo introduce reiterate interruzioni; porta in campo una magica leggerezza e al contempo una recondita complessità espressiva. Durante gli interventi solistici, l'accompagnamento orchestrale interviene in modo molto parco, dando quasi una sfumatura di mistero all'eloquio del pianoforte. La rapida oscillazione tra modo maggiore e modo minore conferisce alla musica un mobilissimo chiaroscuro. La scrittura contrappuntistica, sempre dosata con sapienza comunicativa, è un tratto notevole dello sviluppo (la parte centrale del brano nel quale si elaborano i temi precedentemente uditi) alla fine del quale ci parrà quasi di levitare per la morbidezza dell'effetto con cui torna il tema d'apertura del brano. Il trattamento generale del ritmo ha qualcosa di ipnotico per la regolarità delle scelte.
Ipnotico è anche il secondo tempo, Larghetto, che si caratterizza per il morbido fascino melodico della Romanza, affidata dapprima al pianoforte e poi all'orchestra: è la citazione di una melodia tratta dall'opera La fedeltà premiata di Haydn. Tutto sembra estremamente semplice eppure inafferrabile. Sono poche note ma non desideriamo di più.
Parole valide anche per il finale, Allegro, nell'esordio del quale Mozart utilizza una melodia tratta da un Lied che stava scrivendo in quei giorni, Sehnsucht nach dem Frühling (Nostalgia di primavera, K. 596). Ed è in effetti un vago senso di nostalgia, come una rimembranza di primigenia felicità, che il movimento, e tutto il concerto, sembra evocare. Sconfinamenti nel modo minore, brioso andamento ritmico, tratti di elaborazione contrappuntistica, inaspettata suggestione timbrica; la speranza è che il Concerto non concluda mai.
Di quel 1791 Mozart vide poi la primavera e l'estate che seguì; l'ultima della sua vita: morì il 5 dicembre di quello stesso anno. Le sue stagioni erano finite; quelle della sua musica, per nostra grande fortuna, erano appena iniziate.
Simone Ciolfi