Gli abitanti della città di Betulla sono soffocati dall'assedio da parte di Oloferne. Giuditta, dopo aver accusato il popolo di pusillanimità, preannuncia un misterioso evento in nome del quale chiede raccoglimento e preghiera. Si inserisce l'episodio del nobile Achior, vendicativamente inviato a Betulia da Oloferne, per «rovinarlo» (citazioni dal libretto) insieme alla città: un brano di storia ebraica dalla bocca di Achior, poi una singolare, accesa discussione (cantata!) tra Ozia e Achior sul contrasto fra politeismo e monoteismo. Quindi Giuditta, «ornata con tanto studio», lascia la città accompagnata dallo stupore del popolo-coro. Nella seconda parte - dopo un'altra dissertazione di Achior sull'esistenza di un solo Dio - rientra trionfalmente in scena Giuditta, padrona della testa recisa di Oloferne; in un interminabile recitativo degno del miglior esprit noir («Su l'empia cervice il colpo abbasso. Balzar mi sento il teschio semivivo») Giuditta descrive l'uccisione dell'oppressore. Chiudono l'Oratorio la conversione di Achior, la fuga degli Assiri in seguito alla morte di Oloferne, e il canto di ringraziamento di Giuditta e del popolo liberato.
L’occasione per comporre la sua prima opera seria (e dunque la prima di notevole impegno) venne a Mozart dal Regio Ducal Teatro di Milano, in seguito ai contatti che il compositore, accompagnato dal padre, ebbe nel febbraio 1770 con una serie di influenti personaggi, tra cui il conte Firmian e Giovanni Battista Sammartini. Il quattordicenne salisburghese iniziò la partitura a Bologna il 29 settembre 1770, per concluderla a Milano in tempo perché venisse allestita per l’inaugurazione della stagione di carnevale, il 26 dicembre dello stesso anno. Il libretto, scritto originariamente da Vittorio Amedeo Cigna-Santi per la musica di Quirino Gasparini (al Regio di Torino, nel 1767: per l’opera mozartiana venne nuovamente scritturato proprio il cast di quell’allestimento), era stato tratto con inappuntabile abilità e competenza, in base ai canoni del melodramma metastasiano, dalla tragedia Mithridate (1673) di Racine, disponibile attraverso la traduzione italiana di Giuseppe Parini. L’opera ottenne, come scrisse lo stesso Parini su ‘La Gazzetta di Milano’, un caloroso successo, sancito da venti repliche.
Al centro della vicenda è il conflitto tra Mitridate e i suoi due figli per la mano di Aspasia, conflitto risolto con l’irrealistica conciliazione dei due fratelli e la ‘redenzione’ finale del crudele tiranno. La musica del giovane Mozart conferisce insolita intensità emotiva alla rappresentazione degli affetti tipici dell’opera seria (l’ira del re, la disperazione delle vittime, l’infelicità degli amanti). L’energia e la violenza che il compositore profonde in questi momenti è esaltata dall’impiego frequentissimo del recitativo accompagnato (per ben sette volte), voce dell’inquietudine perenne dei personaggi, che si risolve in arie di varia struttura: incalzanti e convulse, come quella di Aspasia "Nel sen mi palpita", o ambigue e tormentate nella loro stesura, come l’aria di sortita di Mitridate "Se di lauri il crine adorno", passata attraverso almeno quattro rielaborazioni successive. Un ben diverso clima di serenità estatica è riscontrabile nelle arie del secondo atto degli amanti Sifare (l’ampia "Lungi da te mio bene", con un’evocativa parte di corno obbligato) e Aspasia ("Nel grave tormento"); a quest’ultima spetta anche la topica, drammatica cavatina "Pallid’ombre" nella scena del veleno, mentre l’orchestra riceve il debito tributo in pagine importanti, come l’elaborata marcia che accompagna lo sbarco di Mitridate nel primo atto.