La gestazione di questo breve spettacolo coinvolse a metà Settecento una piccola folla di personaggi tra Parigi e Vienna. Nato come parodia del famoso ? Devin du village di Rousseau (1752) ad opera della coppia Guerville-Favart, venne importato a Vienna nel 1764 da due attori, Weiskern e Müller, che prepararono, su commissione del conte Durazzo, il testo tedesco di cui si servì il dodicenne Mozart: non prima però che il salisburghese Johann Andreas Schachtner apponesse gli ultimi ritocchi al libretto dell’operina. La quale, a ulteriore complicazione della vicenda, fu forse rappresentata in casa (o nel giardino) di Anton Mesmer, il medico studioso del magnetismo citato in Così fan tutte: non è dato tuttavia saperlo con certezza, mancando ogni documentazione al riguardo. Nel testo definitivo il tema dell’autentica, innocente vita pastorale di roussoviana memoria, ultima moda tra i soggetti teatrali dell’epoca, si coniuga con scoperti, maliziosi riferimenti alla corruzione e al degrado morale in cui l’amore può incorrere, se attratto nell’orbita del danaro.
L’amore tra Bastien e Bastienne si sta incrinando per le lusinghe che il mondo esterno esercita sul ragazzo, strappandolo all’idilliaca felicità campestre. Per riconquistarlo, Bastienne si rivolge al mago Colas che, esperto di malizie mondane, le suggerisce di ostentare indifferenza; pentito, il ragazzo ritornerà infatti dalla fedele compagna.
L’ideale di semplicità naturale ,
propugnato dagli illuministi in musica, viene assunto dal giovane
Mozart nell’apparente immediatezza dei sedici numeri di
questa partitura. Melodie di incantevole dolcezza e trasparenza si
susseguono, nascondendo una maturità di scrittura
già notevole, capace di coniugare magistralmente
l’arte con la natura; raggiunti a dodici anni, senza
apparente sforzo, questi risultati corrispondono al progetto estetico
dell’Illuminismo maturo, cui Mozart terrà fede
sino alle ultime opere. Tra gli aspetti più rilevanti della
partitura si considerino l’invenzione melodica originale e
pregnante, l’economia tematica già notevole, la
vivacità ritmica e l’eufonia nella scrittura
orchestrale (prossima alle sinfonie giovanili), la costruzione di arie
‘in miniatura’ perfettamente chiaroscurate, tramite
l’inserimento di una sezione contrastante. Globalmente questo
Singspiel rappresenta quanto di più originale il giovane
compositore andasse componendo per il teatro in quegli anni, attingendo
- nonostante l’apparente semplicità e immediatezza
dell’espressione - a un grado di complessità di
scrittura già del tutto personale; vi si trovano gesti
vocali di carattere buffo degni dei capolavori della
maturità, come quello che segnala lo scatto
d’orgoglio di Bastienne, quando Colas osa supporre che anche
lei possa essere infedele ("Würd’ich auch wie manche
Buhlerinnen"). A un altro luogo della maturità mozartiana,
al Flauto magico,
rimanda invece la decisione di Bastien di uccidersi, se non
potrà avere l’amore di Bastienne: sembra di
sentire i propositi di Papageno, e infatti anche in questo caso il
suicidio è solo annunciato. Viene quindi descritto
l’incedere un po’ vacuo dell’incostante
Bastien, mentre poco dopo il mago Colas esibisce i suoi poteri tra le
formule esoteriche di un’aria memorabile ("Diggi, Daggi,
schurry, murry"), ambientata, in perfetta maniera Sturm und Drang,
nell’atmosfera cupa del do minore, e felicemente
controbilanciata dal brano seguente, l’intenso, sereno
minuetto di Bastien "Meiner Liebsten schöne Wangen", creando
così un dittico inferi/campi elisi omologo all’Orfeo ed Euridice
gluckiano.